Archivio: “Documenti”

Riemergo dai giorni post-IAB Forum, i quali, come di consueto, sono piuttosto intensi. Mi è sembrata un’edizione molto buona per i contenuti dei convegni istituzionali, mentre non sono riuscito a seguire neanche un workshop pomeridiano per cui aspetterò i feedback online e quelli che raccoglierà IAB.

Mauro Lupi - IAB Forum 2009 Intanto segnalo che già ci sono tutti gli atti online sul sito di IAB Forum, compresi i dieci minuti di apertura del sottoscritto in apertura del secondo giorno, in cui o fatto un breve riassunto dei temi della mattinata precedente.

Sono tanti gli spunti emersi. I dati presentati dallo speech di Layla Pavone e poi le testimonianze dei manager IAB internazionali (Randall Rothenberg di IAB US, Guy Phillipson di IAB UK e Alain Heureux di IAB Europe) non hanno potuto che confermare la rilevanza assoluta di internet nello scenario della comunicazione. Così come le varie tavole rotonde non hanno potuto che confermare la situazione stagnante che su questo fronte viviamo attualmente in Italia.

Per deformazione professionale (e anche un per un po’ di allergia alle logiche politiche), volevo bypassare il tema degli investimenti in ICT da parte delle istituzioni, e pescare invece un paio di chart dalla solita fucina di idee che arrivano da David Weinberger. Nel suo intervento, David ha semplicemente fotografato con lucida sintesi tanti dei discorsi che ci ritroviamo a fare su come le aziende debbano adattare struttura e marketing nell’era del Web 2.0. Ebbene, nelle due tavole qui sotto, riprendendo il classico “Market are Conversations” da Cluetrain Manifesto di cui fu coautore insieme a Doc Searls (nella foto), evidenzia non solo che “Not [all] Concersations are Markets” ma soprattutto che “Markets are also networks”. Evidenziando ciò, ha poi sottolineato come le aziende (rappresentate nel secondo grafico con il building in alto a sinistra), sono disallineate con i mercati sia per quanto riguarda la loro struttura (che tipicamente è piramidale e gerarchica), sia per ciò che concerne i propri interessi (che invece dovrebbero combaciare col network per potervi partecipare adeguatamente).

David Weinberger - IAB Forum 2009


Come anticipazione del prossimo IAB Forum (martedì e mercoledì prossimi a Milano), ho pubblicato il mio articolo sul pamphlet annuale dell’associazione. Mentre l’anno scorso avevo trattato di come la Rete sia lo strumento migliore per gestire il cambiamento nel rapporto azienda-consumatore, quest’anno sono tornato sul tema “Reparti aziendali e utilizzo di internet” su cui ragionavo qualche mese fa.

In questa occasione ho aggiornato uno schema che cerca di semplificare i principali utilizzi della Rete nelle aziende, soprattutto per quanto riguarda le relazioni con l’esterno. Naturalmente la sovrapposizione con i reparti aziendali è decisamente indicativo e ogni organizzazione deve necessariamente individuarne una propria. Ma è proprio questo l’esercizio che si cerca di auspicare, per non relegare internet a mero strumento tattico di pubblicità.

Qui di seguito riporto questo schema e in una pagina specifica l’intero articolo.
Ci si vede a IAB Forum!

IT: Internet Trasversale


Wiret Novembre 2009 Ho iniziato a leggere il numero 11.09 di Wired e il pezzo “I letterati di Twitter” è particolarmente interessante. L’argomento riguarda il dubbio che la tecnologia stia influendo negativamente sulla capacità di scrivere dei giovani, e viene discusso con Andrea Lunsford, docente alla Stanford University, che ha creato il progetto di ricerca “Study of Writing” per valutare il livello di prosa degli studenti.

Qui riporto alcuni passaggi dell’articolo italiano, mentre online ho trovato la la versione inglese completa.

La prima scoperta di Lunsford è stata il fatto che i giovani di oggi scrivono molto di più rispetto a una qualunque generazione loro precedente. Questo accade perché si socializza soprattutto online, e quasi sempre attraverso dei testi.

Il team di Lunsford ha scoperto che gli studenti erano particolarmente capaci in quello che in retorica si chiama “kairos”, ovvero nel valutare il tipo di pubblico e adattare il loro tono e la loro tecnica per far passare il concetto nel migliore dei modi.

Scrivere quasi sempre per un pubblico (cosa che praticamente nessuno della mia generazione faceva) dà ai giovani un senso diverso di quello che è buona scrittura.Nelle interviste, gli studenti definiscono la buona prosa come qualcosa che ha un effetto sul mondo.

Sono considerazioni importanti che sembrano sfatare molti luoghi comuni, e si incrociano con “A Writing Revolution” una stimolante analisi pubblicata su Seed (via Giuseppe), la quale analizza la quantità di “autori” dal 1400 in poi, considerando come “autori” coloro che hanno pubblicato un contenuto letto da almeno 100 persone. Considerando blog, Facebook e Twitter, la quantità di “creatori” di contenuti è aumentata enormemente (vedi grafico seguente).

A Writing Revolution 


Engaging the New Influencers - Edelman Sto tenendo un paio di giorni di lezione al Master in Media Relation organizzato da Formazione24Ore e il rapporto Engaging the New Influencers (PDF) pubblicato in questi giorni da Edelman diventerà senz’altro un ulteriore contributo al materiale didattico.

Richard Edelman, il CEO del gruppo, sintetizza alcuni punti nell’introduzione, tra i quali mi sono permesso di enfatizzarne uno in particolare:

  • Integrate search into PR
  • Mobilize the influencers
  • Inform the conversation
  • Understand that every company is a media company
  • Be present and consistent
  • Act in a democratic and decentralized way.


Dopo tre post filati relativi ad altrettante ricerche di mercato riguardo internet, per l’imminente weekend ho pensato di pubblicare un articolo che ho scritto un paio di mesi fa per TakeOff, un magazine distribuito in una serie di aeroporti italiani.

L’occasione del pezzo era la ricorrenza del ventennale della nascita del web. Poi mi sono lasciato andare sul tema della salvaguardia della Rete: un ambiente che ormai appartiene a tutti noi e dobbiamo difendere da legislatori disinformati, corporation accentratrici, corporazioni antistoriche.

Non ho scritto della paura del cambiamento che frena oppure ostacola la diffusione di internet e che va sempre considerata quando si ragiona sullo sviluppo della Rete. Lo fa invece molto bene Sante con un appassionato post di qualche giorno fa.

Qui invece il mio articolo. Buon weekend.


Dopo tre post filati relativi ad altrettante ricerche di mercato riguardo internet, per l’imminente weekend ho pensato di pubblicare un articolo che ho scritto un paio di mesi fa per TakeOff, un magazine distribuito in una serie di aeroporti italiani.

L’occasione del pezzo era la ricorrenza del ventennale della nascita del web. Poi mi sono lasciato andare sul tema della salvaguardia della Rete: un ambiente che ormai appartiene a tutti noi e dobbiamo difendere da legislatori disinformati, corporation accentratrici, corporazioni antistoriche.

Non ho scritto della paura del cambiamento che frena oppure ostacola la diffusione di internet e che va sempre considerata quando si ragiona sullo sviluppo della Rete. Lo fa invece molto bene Sante con un appassionato post di qualche giorno fa.

Qui invece il mio articolo. Buon weekend.


A guardare la rilevazione di ComScore dei siti web più visitati in Italia, in particolare confrontando la situazione di Giugno rispetto a quella di sei mesi prima, saltano all’occhio alcuni trend evidenti. Non solo lo scatto di Facebook, ma anche la comparsa di Live.come un certo ridimensionamento di portali nazionali come Libero e Leonardo. I due grafici di seguito si riferiscono rispettivamente a Dicembre 2008 e Giugno 2009.

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Questi schemi di ComScore fanno parte di una serie di chart che riguardano anche altri paesi (US, UK, Spagna e Francia) ed è disponibile su DocStoc ed è stata anche presentata su TechCrunch. A occhio, mi pare che rispetto alle rilevazioni di Nielsen (e quindi quelle di Audiweb) ci siano delle differenze significative, ma come valori relativi sono comunque dati interessanti.


La chiama “Listening economy” Tom Smith nella sue interessanti chart segnalate anche sul blog di IAB. Deriva dal fatto che la Rete, se è vero che permette ad un numero sempre più rilevante di individui di esprimere le proprie opinioni, genera di conseguenza un patrimonio informativo che è utilissimo osservare e analizzare. Peraltro in modo non invasivo.

Tom Smith, peraltro, mi pare di aver capito che lavorava in Universal McCann occupandosi della ricerca periodica Wave Social Media Tracker, giunta ormai alla quarta edizione che è appena stata pubblicata e che potete sfogliare qui sotto oppure scaricare (PDF).


La chiama “Listening economy” Tom Smith nella sue interessanti chart segnalate anche sul blog di IAB. Deriva dal fatto che la Rete, se è vero che permette ad un numero sempre più rilevante di individui di esprimere le proprie opinioni, genera di conseguenza un patrimonio informativo che è utilissimo osservare e analizzare. Peraltro in modo non invasivo.

Tom Smith, peraltro, mi pare di aver capito che lavorava in Universal McCann occupandosi della ricerca periodica Wave Social Media Tracker, giunta ormai alla quarta edizione che è appena stata pubblicata e che potete sfogliare qui sotto oppure scaricare (PDF).


Raggruppo alcune segnalazioni di questi giorni:

  • Giampaolo mi ha inviato l’interessante “Rapporto su privacy e permission marketing in Italia”, un sondaggio realizzato da Human Highway per conto di Mag-News/Diennea. La ricerca cerca di capire l’atteggiamento degli utenti internet italiani rispetto alla concessione dei propri dati personali. Tra le informazioni che emergono dall’analisi, ho trovato utile l’esame dei campi dei moduli online che scoraggiano maggiormente la loro compilazione. Il rapporto, pubblicato con licenza Creative Commons, è scaricabile qui.
  • Riccardo mi segnala invece che lo scorso 12 giugno è stato proclamato il primo laureato dell’Università e-Campus, l’ateneo on line che ha sede a Novedrate e che da luglio aprirà una sede anche a Roma. Sul blog di Cepu(disclaimer: Cepu è nostro cliente) la il commento del neo dottore.
  • Perfetta la testimonianza di Davide dell’uso di Twitter da parte delle aziende, attraverso due casi che ha vissuto direttamente in questi giorni.


IAB Italia ha recepito e tradotto un bel documento elaborato da IAB US che definisce le metriche per i social media. Pur trattandosi di un argomento relativamente nuovo e quindi ancora tutto da definire, questo documento è una buona base di partenza.

Sul sito IAB si può scaricare direttamente il PDF.


Mentre preparavo la presentazione per il convegno di IAB durante l’Omnicom Expo tenutosi la settimana scorsa, ho predisposto uno schema sintetico che cerca di rispondere a una domanda complicata che mi sento porre spesso (seppur declinata in modo diverso): “cosa ci fa un’azienda con internet?”.

Il mio punto di vista, l’ho già espresso in un recente post a proposito del fatto che la Rete è utile (e talvolta indispensabile) in diversi contesti: l’importante è che li si utilizzi in modo selettivo seppur coordinato. Alla fine, la spiegazione scritta del mio pensiero non mi ha convinto del tutto e allora ho impostato il seguente schema.

IAB-Lupi-Omnicom09

Naturalmente la sovrapposizione dei diversi reparti aziendali rispetto alle classi di utilizzo, è da considerarsi come indicativa ma, spero, renda bene l’idea dell’orizzontalità della Rete nella struttura aziendale. Che ne pensate? Ho scordato qualcosa?

Per quanto riguarda le chart complete del convegno, sono già disponibili quelle del mio intervento (PDF) e a giorni ci saranno anche quelle degli altri relatori.


Io continuo a credere al valore strategico dei blog aziendali. Inizio così un articolo che, come usa scrivere Massimo, era novo ieri, ossia è uscito ieri su Nòva, l’allegato de IlSole24Ore.

Nell’articolo sottolineo come un blog sia una delle migliori palestre per allenare le (persone delle) aziende alla relazione con gli individui (e non con i target), alla conversazione, all’uso intelligente e adeguato dei social media. Certo, non basta un blog per far trasformare un’azienda (il titolo del pezzo è proprio “Se bastasse un blog”), ma può essere un ottimo punto di partenza.

Buona lettura!


Disponibile gratuitamente l’edizione 2009 dell’Email Marketing Consumer Report, la ricerca condotta ogni anno da ContactLab, che quest’anno estende l’analisi alla Spagna oltre a rilevare i dati relativi all’Italia.

Molti i dati interessanti che fotografano l’utilizzo della posta elettronica:

  • Almeno 420 milioni di e-mail ricevute ogni giorno in Italia dagli utenti Web
  • 4 milioni di navigatori si collegano all’email anche attraverso device mobili
  • Ogni utente è iscritto mediamente a 6,4 newsletter elettroniche
  • Le donne ricevono nel giorno medio il 20% di messaggi e-mail in più rispetto agli uomini e sono iscritte a un maggior numero di mailing list
  • Prevale la lettura delle email dal Web (80% in Italia, 75% in Spagna) rispetto all’uso di software specifici (tra i quali prevale Outlook)


Disponibile gratuitamente l’edizione 2009 dell’Email Marketing Consumer Report, la ricerca condotta ogni anno da ContactLab, che quest’anno estende l’analisi alla Spagna oltre a rilevare i dati relativi all’Italia.

Molti i dati interessanti che fotografano l’utilizzo della posta elettronica:

  • Almeno 420 milioni di e-mail ricevute ogni giorno in Italia dagli utenti Web
  • 4 milioni di navigatori si collegano all’email anche attraverso device mobili
  • Ogni utente è iscritto mediamente a 6,4 newsletter elettroniche
  • Le donne ricevono nel giorno medio il 20% di messaggi e-mail in più rispetto agli uomini e sono iscritte a un maggior numero di mailing list
  • Prevale la lettura delle email dal Web (80% in Italia, 75% in Spagna) rispetto all’uso di software specifici (tra i quali prevale Outlook)


Il Mondo Beh, non mi avevano mai dato del “maghetto”. C’è sempre una prima volta, no? Per fortuna sono in compagnia di illustri colleghi in un articolo su Il Mondo in edicola questa settimana che si chiama “Tornano i maghetti del web”.

Seppur contento della segnalazione su uno più letti periodici business, ammetto che il titolo dell’articolo non mi piace proprio (anche Nereo è d’accordo), nel senso che pare confermare quell’immagine delle persone che lavorano sul web come degli stregoni che “fanno cose” attraverso diavolerie tecnologiche fate di trucchetti ed espedienti. In realtà, come spesso accade, questa impostazione svanisce totalmente leggendo l’articolo, dove aziende come la mia Ad Maiora e le altre citate, sono segnate come fornitori di alcune tra le principali aziende italiane. Le quali, per fortuna, tendono a non avvalersi di semplici smanettoni.


Via Giuseppe in casa IMLI, scopro la trascrizione di un bellissimo speech di Clay Shirky, autore del libro Here Comes Everybody: The Power of Organizing Without Organizations.

Si parla del Social Surplus, per capire da dove proviene il tempo che le persone dedicano ad attività online e che per molti continuano a rimanere “tempo perso”. Credo sia capitato a tutti di sentire additare come perditempo gli utenti delle community online così come i contributori di Wikipedia o gli sviluppatori di open source. Ecco, l’articolo tira fuori alcuni numeri interessanti:

  • Per costruire l’intero progetto Wikipedia (considerando il tempo necessario a sviluppare l’infrastruttura ma anche a tutti i contenuti), sono state necessarie complessivamente circa 100 milioni di ore.
  • Di converso, solo negli Stati Uniti si passano 200 miliardi di ore l’anno a guardare la televisione (equivalenti a 2.000 progetti Wikipedia) e da numeri di questa magnitudo va identificato il surplus dal quale attingono le persone.

Rivelatrice la storia finale che racconta di una bimba di quattro anni che, mentre guardava un DVD, a metà del film si è messa a trafficare tra i fili dietro la TV: cercava… il mouse. In pratica gli sembrava innaturale rimanere passiva e cercava uno strumento per interagire.

Certo, non significa che la nostra dieta mediatica debba essere sempre votata all’interattività, ma in base alla logica del continuo passaggio di testimone nel dedicare tempo alla produzione e condivisione di contenuti (scrissi un post su questo), la Rete continuerà ad assorbire momenti del nostro tempo che fino al giorno prima erano dedicate ad attività passive. Con buona pace dell’interlocutore di Giuseppe che a proposito dei navigatori online ritiene chi sia solamente “gente che ha un sacco di tempo libero”.


Arrivare dopo gli altri, talvolta, riserva svariate opportunità.

È questo il concetto che ho fatto mio sin da quando iniziai ad occuparmi di informatica e successivamente di internet. Il ritardo di cui parlo, è quello nel nostro Paese rispetto sia agli Stati Uniti ma anche a molte altre nazioni europee. Ritardo che penso non colmeremo mai: e allora non ci resta che coglierne le opportunità!

Interessante è leggere il nuovo report di Forrester, “Time To Rethink Your Corporate Blogging Ideas” che riporta una recente indagine negli Stati Uniti secondo cui molti blog aziendali non risultano particolarmente credibili, soprattutto per il loro approccio tipicamente autoreferenziale e promozionale. L’analista di Forrester, Josh Bernoff, elenca alcuni suggerimenti tra i quali ne ho selezionati tre:

  • Blog to your hordes of fans
  • Blog about issues at the core of a community
  • For B2B companies, get your employees in on the act

Insomma, negli Stati Uniti già sono all’analisi di quello che non va nei corporate blog e di quello che invece funziona. Qui in Italia di blog aziendali se ne contano ancora pochissimi. L’opportunità che vedo riguarda chi parte adesso con un progetto di business blog, perché sicuramente ha una base ancora più completa di informazioni ed esperienze.

Sempre che ci si decida a partire. Altrimenti il ritardo diventerà davvero incolmabile.

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Arrivare dopo gli altri, talvolta, riserva svariate opportunità.

È questo il concetto che ho fatto mio sin da quando iniziai ad occuparmi di informatica e successivamente di internet. Il ritardo di cui parlo, è quello nel nostro Paese rispetto sia agli Stati Uniti ma anche a molte altre nazioni europee. Ritardo che penso non colmeremo mai: e allora non ci resta che coglierne le opportunità!

Interessante è leggere il nuovo report di Forrester, “Time To Rethink Your Corporate Blogging Ideas” che riporta una recente indagine negli Stati Uniti secondo cui molti blog aziendali non risultano particolarmente credibili, soprattutto per il loro approccio tipicamente autoreferenziale e promozionale. L’analista di Forrester, Josh Bernoff, elenca alcuni suggerimenti tra i quali ne ho selezionati tre:

  • Blog to your hordes of fans
  • Blog about issues at the core of a community
  • For B2B companies, get your employees in on the act

Insomma, negli Stati Uniti già sono all’analisi di quello che non va nei corporate blog e di quello che invece funziona. Qui in Italia di blog aziendali se ne contano ancora pochissimi. L’opportunità che vedo riguarda chi parte adesso con un progetto di business blog, perché sicuramente ha una base ancora più completa di informazioni ed esperienze.

Sempre che ci si decida a partire. Altrimenti il ritardo diventerà davvero incolmabile.

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Come annunciato su Facebook, sono disponibili le slide complete sul content marketing con una dozzina di chart in più rispetto a quelle presentate durante il workshop a IAB Forum.

A proposito di presentazioni, ho anche messo online le slide del mio intervento a Expocomm di mercoledì scorso dal titolo “Il web 2.0 esalta contenuti e persone”.

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Durante lo scorso IAB Forum ricordavo con Paolo Barberis un prodotto che avevamo confezionato nel 2000 o giù di lì. Si chiamava Superclick e probabilmente fu il primo servizio di advertising online basato sulle performance proposto in Italia. In pratica si poteva acquistare un certo numero di visite al sito e noi sviluppavamo i click da un mix di strumenti: motori di ricerca (non esisteva ancora Google ma c’era Overture), banner sui siti Dada, email attraverso una serie di partner.

Superclick fu un mezzo flop: probabilmente era troppo in anticipo sui tempi. In compenso (si fa per dire) suscitammo un po’ di irritazione da parte degli editori online, specie quelli tradizionali, che videro nel “pay per performance” un affronto alla valorizzazione dei loro spazi pubblicitari. Poi sappiamo come è andata.

Questa storia solo per introdurre l’argomento delle complessità della Rete. Con Superclick tentavamo di rendere comprensibile e semplice una pianificazione online che avesse un obiettivo di visite al sito. Così come già dal 1997 inventai “Motore Garantito” un servizio di posizionamento sui motori di ricerca che forniva dei risultati certi (in quel caso, invece, fu un grande successo).

Ebbene, col passare del tempo e con l’evoluzione della Rete, ho modificato in parte il mio punto di vista su complessità e semplificazione. Ho provato a spiegarlo con un articolo pubblicato lo scorso giovedì su Nòva che si può riassumere con un paragrafo:

“io penso che la ricerca di semplificazione e omologazione non solo non sia possibile, ma rischia di appiattire le principali potenzialità della Rete, la quale proprio nelle pieghe della sua oggettiva complessità, nasconde le opportunità migliori”

Trovo infatti che le richieste di facilitare, di creare standard e metriche che siano assimilabili con quelli precedenti, ecc. siano una tentazione per appiattire i progetti online solo perché diventino comparabili con i media tradizionali.

In aggiunta all’articolo per Nòva, ci sono altre riflessioni che vorrei condividere:

  • Se è vero che internet è complessa, è giusto auspicare che ci siano professionisti capaci di facilitarne l’utilizzo da parte delle aziende. L’importante è che si accetti di pagare il costo che questa semplificazione richiede, sapendo peraltro che è l’unico modo per cogliere tutte le opportunità disponibili.
  • A volte si confonde la semplificazione con la riduzione dell’inefficienza. Mi è tornato in mente lo speech che feci ad aprile da Microsoft in occasione dell’evento The Next Web Now!. In quell’occasione presentai uno scenario di un ricercatore americano di Microsoft, il quale immagina il mercato dell’advertising online futuro come una sorta di stock exchange, in cui la tecnologia semplifica l’operatività ma accresce la necessità di analisti. Una visione intrigante e per chi volesse approfondire c’è ora il webcast con slide e audio del mio intervento (oltre 40 minuti).

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Durante lo scorso IAB Forum ricordavo con Paolo Barberis un prodotto che avevamo confezionato nel 2000 o giù di lì. Si chiamava Superclick e probabilmente fu il primo servizio di advertising online basato sulle performance proposto in Italia. In pratica si poteva acquistare un certo numero di visite al sito e noi sviluppavamo i click da un mix di strumenti: motori di ricerca (non esisteva ancora Google ma c’era Overture), banner sui siti Dada, email attraverso una serie di partner.

Superclick fu un mezzo flop: probabilmente era troppo in anticipo sui tempi. In compenso (si fa per dire) suscitammo un po’ di irritazione da parte degli editori online, specie quelli tradizionali, che videro nel “pay per performance” un affronto alla valorizzazione dei loro spazi pubblicitari. Poi sappiamo come è andata.

Questa storia solo per introdurre l’argomento delle complessità della Rete. Con Superclick tentavamo di rendere comprensibile e semplice una pianificazione online che avesse un obiettivo di visite al sito. Così come già dal 1997 inventai “Motore Garantito” un servizio di posizionamento sui motori di ricerca che forniva dei risultati certi (in quel caso, invece, fu un grande successo).

Ebbene, col passare del tempo e con l’evoluzione della Rete, ho modificato in parte il mio punto di vista su complessità e semplificazione. Ho provato a spiegarlo con un articolo pubblicato lo scorso giovedì su Nòva che si può riassumere con un paragrafo:

“io penso che la ricerca di semplificazione e omologazione non solo non sia possibile, ma rischia di appiattire le principali potenzialità della Rete, la quale proprio nelle pieghe della sua oggettiva complessità, nasconde le opportunità migliori”

Trovo infatti che le richieste di facilitare, di creare standard e metriche che siano assimilabili con quelli precedenti, ecc. siano una tentazione per appiattire i progetti online solo perché diventino comparabili con i media tradizionali.

In aggiunta all’articolo per Nòva, ci sono altre riflessioni che vorrei condividere:

  • Se è vero che internet è complessa, è giusto auspicare che ci siano professionisti capaci di facilitarne l’utilizzo da parte delle aziende. L’importante è che si accetti di pagare il costo che questa semplificazione richiede, sapendo peraltro che è l’unico modo per cogliere tutte le opportunità disponibili.
  • A volte si confonde la semplificazione con la riduzione dell’inefficienza. Mi è tornato in mente lo speech che feci ad aprile da Microsoft in occasione dell’evento The Next Web Now!. In quell’occasione presentai uno scenario di un ricercatore americano di Microsoft, il quale immagina il mercato dell’advertising online futuro come una sorta di stock exchange, in cui la tecnologia semplifica l’operatività ma accresce la necessità di analisti. Una visione intrigante e per chi volesse approfondire c’è ora il webcast con slide e audio del mio intervento (oltre 40 minuti).

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Articolo di Mauro Lupi per il pamphlet IAB 2008Un altro articolo da segnalare: nel consueto pamphlet annuale di IAB Italia sulla pubblicità interattiva (qui il PDF integrale), ho scritto un articolo dal titolo “La Rete è lo strumento migliore per gestire il cambiamento nel rapporto azienda-consumatore”.

Si tratta di un pezzo volutamente “basic” ma che evidenza alcuni dei cambiamenti sostanziali nel modo di interpretare e capitalizzare la comunicazione online. Buona lettura :)

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Ho messo online l’articolo uscito ieri su Nòva e dedicato a come decifrare il web. Il titolo di questo post, riprende uno dei quattro punti che ho indicato:

La quantità di contenuti digitali è un mare in piena: meglio analizzarlo dall’alto perché a concentrarsi troppo sui particolare o con eccessiva minuzia, fa rischiare solamente di essere travolti dall’onda. Inutile è anche cercare di mettere argini e costruire dighe: meglio imparare a fare surf.

L’espressione “sta arrivando un’onda travolgente: anziché nasconderti, impara a fare surf” la sentii un po’ di anni fa ad un convegno (non ricordo proprio quale) e poi la utilizzai in un meeting aziendale per suggerire il modo per gestire il continuo cambiamento che caratterizza la comunicazione online.

Fare surf per me significa riservarsi dei momenti per guardare ciò che succede in modo distaccato e il più possibile “out of the box”. Significa anche prendere atto di tutto quello che avviene (positivo o meno che sia) e regolarsi di conseguenza provando a fare la nostra parte, rassegnandosi peraltro che non esistono più posizioni di rendita. E questo vale sia che ci si riferisca alle quote di mercato oppure al posizionamento nei motori di ricerca.


BlendTec - Will it blend? Storia e dettagli di una delle più profittevoli case history nel settore dei contenuti generati dalle aziende, ossia quella della BlendTec, un produttore di frullatori che con i suoi divertenti video della serie “Will it blend?” ha moltiplicato il fatturato del 700% (esatto, sette volte).

Nell’articolo, interessante l’elenco dei rischi di campagne di questo tipo che inizia così: “The biggest risk is to not do it

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