Archivio: “Numeri”

Interessante la ricerca di Linkedin sulle parole più utilizzate nei profili professionali correlate alla nazione. A me sembra che le persone vogliano evidenziare quelle caratteristiche tradizionalmente meno frequenti nelle rispettive nazioni. Quindi nei paesi anglosassoni si sottolinea il risvolto creativo, in Spagna quello professionale e in Francia quello dinamico.

In Italia la keyword più gettonata è problem solving. Sarà perché siamo più capaci a risolvere i problemi o perché abbiamo più problemi degli altri e quindi è bene evidenziare questa competenza? Oppure semplicemente perché siamo più pessimisti e abbiamo una visione problema-centrica del business?

Top overused buzzwords in Linkedin Profiles


Entro il 2016 l’interactive marketing rappresenterà un terzo di tutta la spesa pubblicitaria (attualmente è al 19%). Lo stima Forrester in riferimento al mercato USA. La motivazione principale è sintetica ed efficace:

It not only works, you can prove it works

La crescita maggiore riguarderà il Display, il Video e il Mobile advertising mentre il Search, pur in aumento, attenuerà la percentuale di miglioramento riscontrata negli ultimi anni.

La spesa destinata ai Social Media si triplicherà, considerando che in questo caso non parliamo solo di advertising: Forrester li definisce “Social programs — not just social ads”. A tale proposito, interessante la nota su Clickz che segnala il motivo per cui il social media advertising è conveniente:

"Developing owned social assets like a Facebook page could run as much as $1 million, but this is a one-time cost. Compare these fees to a paid search budget for example, which ranges between $500,000 and $3 million per month," the report found.

Certo, non succede proprio molto spesso da queste parti di vedere aziende che investono un milione di dollari sui social media ma prima o poi ci arriveremo, giusto? Occhiolino


Torno sulla ricerca “Fattore Internet”, commissionata da Google e realizzata da The Boston Consulting, confermando la prima impressione: si tratta di una ricerca fondamentale per capire il vero impatto della Rete in termini economici e, se non erro, la prima del genere in Italia. Ho anche qualche riserva, ma ne parlo più avanti.

Lo studio rileva che internet vale attualmente 31,6 miliardi di Euro, ossia  il 2% sul PIL italiano, valore destinato a rappresentare tra il 3,3% e il 4,3% del PIL nel 2015. Questo per quanto riguarda l’impatto diretto di internet sull’economia, rappresentato da tre elementi principali:

  • Consumo, ossia l’acquisto di prodotti, servizi e contenuti online
  • Gli investimenti del settore privato, rappresentate principalmente dalla costruzione delle infrastrutture e dall’accesso alla Rete
  • La spesa istituzionale, composta dalle spese ICT legate ad internet sostenute dalla Pubblica Amministrazione

Ma oltre all’impatto diretto sul PIL, lo studio giustamente evidenzia anche l’entità di altre aree direttamente collegate ad internet, tra le quali l’e-Procurement (ossia i beni acquistati online dalla PA), l’infocommerce e la pubblicità online, che aggiungono complessivamente altri 25 miliardi di Euro di valore. Non mancano, correttamente, i riferimenti agli effetti positivi sulla produttività e sugli impatti sociali, la cui stima economica è oggettivamente complessa da definire.

Fattore Internet

Lo studio di carattere complessivo è affiancato da una ricerca verticale sulle PMI italiane, i cui risultati confermano l’impatto positivo della Rete sul loro business. Difatti, le aziende che che sono attive con iniziative online (ossia fanno e-commerce o marketing online) hanno mediamente aumentato i ricavi (le altre registrano trend negativi), assumono con maggior frequenza ed esportano di più.

Un aspetto che avrei messo più in evidenza è la numerosità degli addetti della filiera internet. Nel report si parla di “internet stack” che riporta un dato complessivo di ben 150 mila persone (pur non splittato numericamente per categoria). Penso che sia un parametro importante specie in chiave politico-istituzionale laddove, in luogo di valori economici assoluti, si guarda con favore il numero di “teste” coinvolte. Secondo me, cavalcare il numero degli addetti del settore internet, considerando la rilevanza di tale numero, stimola di più i tavoli governativi piuttosto che qualche miliardo di Euro di peso economico.

Ed è questo un mio pallino che ho cercato di portare avanti già all’interno di IAB relativamente ad una ricerca condotta da Accenture con cui si ambiva a mappare tutti i player del settore, ma che poi sembra aver presto direzioni differenti. I numeri dovrebbero stimolare IAB ad ambire a rappresentare qualcosa di più del miliardo di pubblicità online (che è solo lo 0,02% dell’impatto economico di internet), vista anche la difficoltà di altre organizzazioni a fungere da ombrello alla miriade di operatori e aziende coinvolte in questa industry.

Tornando a Fattore Internet, pur considerando che si tratta della prima edizione (e c’è da auspicare che assuma una periodicità costante), ritengo sia migliorabile in alcune parti. Innanzitutto sconta un’impostazione a tratti un po’ commerciale, facendo trasparire l’intento di “vendere” internet al di là dei dati oggettivi che espone. Lo so, ci scappa a tutti noi operatori del settore: siamo pieni di passione, siamo consapevoli del valore che la rete porta al business; soffriamo però della scarsa considerazione che se ne ha nel Paese e allora assumiamo costantemente le vesti degli evangelizzatori. Ma una ricerca di questa portata dovrebbe essere più asettica e realista, mostrando anche le principali criticità come, ad esempio, i numeri piccoli dell’ecommerce ancora sbilanciati sul fronte dei servizi.

La ricerca include anche delle case history di aziende di piccole-medie dimensioni. Indubbiamente le testimonianze aziendali sono utilissime: trattano casi concreti e aumentano la confidenza da parte dei meno informati. Non le avrei usate però a suffragio dei dati della ricerca (a tratti sembrano inserite per giustificare i valori esposti), ma isolate in un capitolo del tutto distinto.

Ho qualche perplessità infine sulle conclusioni della ricerca, quando riporta le priorità per lo sviluppo dell’Internet economy:

  • Le piccole e medie imprese devono spostarsi online
  • Il mobile offre delle opportunità alle imprese
  • L’educazione dei consumatori è un fondamento della crescita

Magari può non essere il focus dello studio, ma avrei apprezzato che l’enunciazione dei precedenti punti fosse accompagnata da qualche ipotesi di fattibilità e di intervento. Nel merito, il tema dell’educazione (inteso come divulgazione, informazione, ecc.) lo vedo prioritario a livello trasversale, non solo ai consumatori ma ancor prima alle aziende (compresi gli operatori del settore) e alle istituzioni.

Vediamo se sarà recepito da altre iniziative come Agenda Digitale che sta cercando (con fatica) di stimolare delle proposte dalle istituzioni, oppure dal neonato Lamiaimpresaonline.it che ha l’obiettivo di facilitare l’utilizzo del web da parte delle PMI.


Fattore Internet(via IlSole24Ore) Report molto interessante realizzato da The Boston Consulting Group e commissionato da Google, che prova a stimare il valore complessivo di internet in Italia considerando le sue innumerevoli applicazioni. Il risultato è pari a 32 miliardi di Euro, pari al 2% circa del PIL.

Per ora mi limito a segnalarlo; seguirà sicuramente un commento dopo che avrò letto nel dettaglio le 48 pagine del documento.

Il titolo completo del report è Fattore Internet – Come Internet sta trasformando l’economia italiana ed è disponibile in PDF


Audience internet in alcuni paesi, suddivisa per velocità di connessione (Nielsen):

Active Internet Audience by Connection Speed


Una ricerca appena pubblicata (The Effect of Social Networks and the Mobile Web on Website Traffic and the Inevitable Rise of Facebook Commerce – PDF) realizzata da Adgregate Markets insieme a Webtrends evidenzia come le fanpage delle aziende su Facebook continuino a incrementare il loro traffico, mentre i siti corporate di molti comparti (specie quelli non legati all’ecommerce) riscontrano una diminuzione dei visitatori.

Alcune delle evidenze della ricerca:

Among the 44 companies, 18 companies (about 40%) exhibited extremely high traffic to their Facebook page compared to their websites.

Of the 22 categorized as ‘Non-Ecommerce’, 13 companies (about 65%) received more unique visits to their Facebook page compared to their website

Facebook commerce conversion rates ranging from 2% to 4% are on par with Commerce websites.


Finalmente sono riuscito a riavviare il blog dopo qualche problema di gestione dell’hosting, e c’è subito l’occasione per segnalare la ricerca realizzata dallo IULM sulla SocialMediAbility, ossia il grado di utilizzo dei social media da parte delle aziende italiane (ma anche del mancato uso).

Le chart che riporto qui sotto sono fin troppo esplicative e stimolano la consueta affermazione: siamo indietro ma i segnali di evoluzione rapida ci sono tutti. Un po’ di stupore mi desta il risultato riguardante la percentuale destinata ai social media rispetto al totale complessivo dedicato a marketing e comunicazione: 24%! Sono io che visito le aziende sbagliate? Occhiolino


Social Media Marketing & Web Communication - Executive Master SDC IULMIl Master in Social Media Marketing & Web Communication della Scuola di Comunicazione IULM sta conducendo una ricerca approfondita sull’utilizzo dei social media da parte delle aziende italiane.

Se avete 5 minuti per compilare uno specifico questionario, avrete la possibilità di ricevere il rapporto conclusivo dell’indagine in anticipo rispetto alla sua presentazione pubblica.

Maggiori informazioni sul sito del master.


Stimolato da un’arguta riflessione di Andrea sulla formazione in azienda, volevo fare due ragionamenti su quali competenze professionali possono essere migliorate per affrontare in modo adeguato i tempi che corrono.

Anni fa si iniziò a distinguere tra l’insegnare il “sapere” e il “saper fare”, ove quest’ultimo risultava sempre più utile e richiesto. Tutt’oggi la formazione ha sempre più sbocchi operativi, perché determinate competenze si acquisiscono facilmente e velocemente sul campo piuttosto che su un manuale.

Tuttavia il “saper fare” non basta più. O meglio, forse non si riesce più a trasmettere tutto quello che ci sarebbe da fare. Scrive Andrea:

Mi sono chiesto cosa dovrebbe lasciarci di valido e duraturo un corso ben fatto. Probabilmente non una quantità più o meno consistente di informazioni ma un metodo per capire e analizzare lo scenario nel quale ci troviamo,il desiderio e l’interesse che ci spingeranno a restare sempre aggiornati e curiosi, la voglia e la caparbietà di trovare soluzioni non convenzionali che possano fare la differenza.

Secondo me la formazione oggi dovrebbe insegnare (anche) a “saper cambiare”, considerando aspetti che sono trasversali rispetto alle varie discipline ed aree di business. Qui ne lancio alcuni, ma la lista è senz’altro più ampia.

  • Velocità. Si tratta di imparare non solo a gestire il tempo in modo più efficiente e pragmatico (compreso il tempo fuori dal lavoro), ma di rivedere la definizione delle priorità e la capacità di adattarsi a mutamenti anche repentini.
  • Beta perenne. Molti dei cambiamenti che governiamo o nei quali siamo coinvolti, avvengono (ed è giusto così) senza un rigoroso piano strategico e operativo. Si prova, si misurano e analizzano i risultati, si perfeziona e poi si ri-misura e ri-analizza, e così via, in un loop che genera poche certezze nel lungo periodo, ma che va vissuto quasi alla giornata.
  • Technology servant. In quasi ogni ambito professionale, la tecnologia è diventata un elemento cruciale, abilitante, differenziale. Tuttavia, occorre inquadrarla in quanto strumento, “attrezzo del mestiere” e non come fine, considerando anche il fatto che l’unica certezza offerta dai tool e dagli strumenti tecnologici è che saranno superati da lì a pochi mesi.
  • Momentum. Saper cambiare, ok, ma quando è il momento giusto? Le tentazioni innovative ci arrivano da ogni parte, ma quali sono quelle che producono valore e quando è il momento giusto per applicarle o adottarle?

Naturalmente, è relativamente semplice capire quali sono i temi su cui potrebbe vertere un piano formativo moderno, più complicato è individuare chi è capace ad erogarlo.

L’occasione mi sembra buona per segnalare il recente IBM Global CEO Study proprio focalizzato sulla complessità del business moderno e su come valorizzarla, il cui Summary Report si apre evidenziando che:

La complessità è destinata ad aumentare e oltre la metà dei CEO dubita di essere in grado di gestirla.

per poi riassumere le linee d’azione che emergono dai 1541 CEO intervistati in questo modo:

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imageHo dato un’occhiata all’ultima edizione (la “Wave 5) del Social Media Tracker realizzata da Universal McCann.

Ci sono conferme di trend già evidenti, ad esempio il rallentamento dell’uso dei blog da parte degli utenti europei a fronte di una situazione di sostenuta crescita in Asia e nei paesi emergenti. In Italia, ad esempio, la percentuale di utenti internet che hanno dichiarato di aver usato un blog negli ultimi sei mesi è passata dal 61,9% di due anni fa al 51,5% dell’ultima rilevazione.

Come previsto, la ricerca evidenzia l’esplosione nell’utilizzo dei social networks: il 61,4% degli utenti a livello globale ha gestito un proprio profilo, il 53,9% in Italia.

Ho solo un dubbio sulla valenza dei valori aggregati di così tante nazioni (questa edizione del report ne analizza ben 54) perché gli scostamenti sono spesso marcati ed il quadro complessivo rischia di essere fuorviante per le analisi locali.

Sul fronte della penetrazione di internet sulla popolazione (presa da internetworldstats.com), vale la pena sottolineare ancora un volta l’impietosa posizione dell’Italia (grafico qui sotto). Ma il nostro paese registra nel contempo una diffusione di blog e social media da primato almeno in chiave europea, testimonianza, a mio parere, di un paese diviso a metà. Qualcosa comunque si muove, ad esempio l’accesso alla Rete con gli smartphone che che ci vede avanti a Spagna, Francia e Germania (figura in basso).

image

image


Almeno sugli smartphone sembra che l’Italia batta chiunque in Europa (via Mashable):

Smartphone subscribers

Smartphone penetration


Un bel tool interattivo chiamato Trendstream per analizzare il livello di utilizzo dei social media nelle varie nazioni del mondo (Italia compresa) potendo circoscrivere l’analisi attraverso svariati parametri (sesso, età, ecc.). Devo capire meglio il panel utilizzato, ma sembra utile anche solo come base comparativa tra le diverse nazioni.

Lo embeddo qui anche se le dimensioni sballano un po’ l’impaginazione. Enjoy.


Morgan Stanley - Utenti internet mobile vs. desktopSecondo Morgan Stanley nel 2013 gli utenti internet mobile supereranno quelli desktop (via gigaom; presentazione in parte già nota da novembre).

Mi pongo però alcune domande:

  • Nel 2013 cosa chiameremo mobile e cosa desktop? Sarà solo piccolo e trasportabile vs. ampio e statico? Non credo. E con internet of things come la mettiamo?
  • Se per mobile continueremo ad intendere device con schermo al di sotto dei 4 pollici, forse le previsioni di Morgan Stanley sono un po’ esagerate. A meno che venga sviluppata qualche killer application che riesca a impattare a livello sociale.

Che ne dite?


Una ricerca piuttosto analitica sull’utilizzo dei social media in 14 nazioni tra cui l’Italia.


Ma quale “guru”! Meglio “evangelist”. Anzi, no, “ninja” è la qualifica giusta!

Ninjas su LinkedInSaranno contenti i cari amici Mirko e Alex, i ninja nostrani per eccellenza, ma pare che sia proprio quello il titolo professionale maggiormente in ascesa tra gli utenti di LinkedIn. Sul blog del popolare social network, scopriamo anche che “evangelist” ha superato “guru”.

Ora, al di là della simpatia e curiosità con la quale segnalo questi dati, vale la pena sottolineare che il concetto di “database of intentions”, coniato da John Battelle nel suo libro The Search (tradotto in italiano “Google e gli altri”), inizia ad applicarsi non solo in casa Google. Lo stesso Battelle ha ampliato il concetto recentemente, aggiungendo all’analisi del “what I want” rintracciabile dai motori di ricerca, anche:

  • what I buy (da Amazon, Ebay, ecc.)
  • who I am/who I know (da Facebook, ecc.)
  • what I’m doing/what’s happening (da Twitter, Facebook, ecc.)
  • where I am (da Foursquare, Gowalla, ecc.)

A questo possiamo quindi aggiungere anche “what’s my job” (da LinkedIn).

Una volta c’erano le istituzioni e i grandi istituti finanziari a sapere tutto di noi. Oggi gli archivi di Facebook potrebbero descriverci meglio di qualsiasi rapporto di intelligence.


Il Social Computing Lab della Hewlett Packard di Palo Alto ha pubblicato una ricerca (via Kevin Kelly) che dimostra come, analizzando le citazioni dei film su Twitter se ne può prevedere il successo. In pratica il paper chiamato proprio Predicting the Future With Social Media (PDF), dimostra come incrociando le citazioni su Twitter con l’Hollywood Stock Exchange, si ottenga una evidente correlazione.

Naturalmente, l’interesse per lo studio riguarda sia l’estensione di questo tipo di analisi ad altri settori, sia l’utilizzo di altre basi dati come i blog, Facebook o i motori di ricerca. Su quest’ultima fonte, ad esempio, anche in Italia Trendsight ha realizzato uno studio che correla le ricerche su Google con i flussi turistici.


Via Marketingpilgrim leggo SoDA, che non è una cosa da bere :) ma l’acronimo di Society of Digital Agencies che ha appena diffuso la ricerca 2010 Digital Marketing Outlook, la quale ha intervistato i manager agenzie di comunicazione di tutto il mondo riguardo ai trend in essere.

Sono 70 pagine di report piuttosto interessanti (di seguito un paio di chart); tra i commenti più interessanti ho estrapolato questo:

“Rather than spending another misguided year trying to “engineer” viral campaigns that will propagate themselves, regardless of consumer intentions, it’s time to refocus our marketing efforts to align with the way that people actually behave.” — Ivan Askwith, Big Spaceship

Insomma, meno progetti “famolo virale” e maggior impatto strategico delle attività legate al digitale. Interessanti anche le previsione di budget e priorità.

2010 Digital Marketing Outlook

2010 Digital Marketing Outlook


I dati di Dicembre 2009 elaborati da Nielsen confermano i trend di crescita dell’uso dei social network nel mondo e anche in Italia. Nel nostro paese siamo più di 18 milioni di persone che ogni mese usano Facebook, Twitter e compagnia. A livello internazionale, il tempo passato sui social networks è aumentato dell’82% rispetto all’anno precedente e gli italiano sono decisamente sopra la media (6 ore contro le 5.35). L’audience globale ha sfondato la soglia dei 300 milioni di individui.

Global Web Traffic to Social Networking Sites - Nielsen


Forrester social engagement mapLeonardo segnala l’intenzione di Forrester di espandere la loro classificazione del livello di engagement degli utenti rispetto ai social media, aggiungendo i Convertionalists (arduo trovare un corrispondente italiano decente), che sarebbero coloro che usano gli status su Twitter e Facebook come elemento di comunicazione.

A caldo non mi convince molto perché rischia di stimolare ulteriori classificazioni su modalità d’uso troppo specifiche per rappresentare un comportamento vero e proprio. E poi si tratta di attività che si sovrappongono alle altre e non creano un vero e proprio cluster. Ok, ci pensiamo un po’.

Update (11.50). Ho visto che anche Claudio su Socialware ha segnalato l’aggiornamento di Forrester


Un paio di domandine sul mondo del search marketing:

  • Quanti sono in media gli annunci pubblicitari su Google nel mondo per ogni keyword che ha almeno un inserzionista?
  • Quale è la keyword più costosa in assoluto su Google? E quanto costa?

Adgooroo Le risposte a queste domande insieme ad altri dati sul search advertising, sul report periodico di Adgooroo che si può ricevere gratuitamente via mail inserendo i propri riferimenti. Tra i dati interessanti, il fatto che tra i primi 25 inserzionisti di Google e Yahoo! c’è… Bing.com!

A proposito, le risposte alle domandine sopra sono rispettivamente: 5, mesothelimoa, 99,44 dollari.


Mercoledì alla Confindustria di Bergamo ho aperto il convegno con una domanda cruda ma, purtroppo reale: “Internet non serve?”. Pare che il 54% delle aziende con un numero di addetti tra 10 e 49 e che attualmente non usa internet, la pensi proprio così.

Motivazioni del non utilizzo di internet

Poi, insieme a Federico Pedrocchi di Radio24, Matteo Hoepli, Massimo Fubini, Alessio Semoli e Alberto Mucignat, abbiamo cercato di dimostrare non solo quanto serva internet (a pare ancora incredibile dover ripeterlo ancora), ma in che modo le aziende possono utilizzarlo. Alla fine tutti d’accordo che momenti come questi non cambieranno le cose dal giorno alla notte, ma servono e sicuramente li andremo a replicare sul territorio.


Avvertenza: nel post ci sarà un attimo di esaltazione egocentrica del sottoscritto.

Maximizing Super Bowl Advertising ROI in a Paid Vs. Earned Media Environment

Novembre 2009 – Intelligente raffronto di un analista Nielsen tra Paid Media e Earned Media riguardo la misurazione dell’impatto delle campagne di comunicazione in occasione del Super Bowl. Valutare quindi l’efficacia che deriva non solo dagli spazi acquistati, ma anche da quelli guadagnati.

Company generated content

Agosto 2007 - In un articolo su Nòva/IlSole24Ore scrissi di “Company Generated Content”che poi approfondii sempre su Nòva introducendo il concetto della “visibilità guadagnata” nel triangolone che continuo a ritenere valido. Lasciatemi godere un secondo di soddisfazione nel vedere più o meno confermati dei pensieri di qualche anno fa. Questo significa che le idee che ho in testa oggi, potrebbero confermarsi nei prossimi anni? Chissà…


Uso spesso l’acronimo POST per evidenziare i principali elementi (e la loro importanza cronologica) dell’approccio ai social media da parte delle aziende, così come li ha enunciati Forrester e ribaditi nel libro L’onda anomala:

People
Objectives
Strategy
Technology

Sempre da Forrester arrivano degli utili suggerimenti su come misurare le attività sui social media. La raccomandazione è quella di identificare le metriche in funzione degli obiettivi, concetto apparentemente ovvio ma che da una loro ricerca non appare molto applicato. Difatti, pur in presenza di iniziative con obiettivi differenti, le metriche utilizzate sono più o meno sempre le stesse (tabella più avanti).

Buona la schematizzazione degli obiettivi di una campagna sui social media:

  • Listening
  • Talking
  • Energizing
  • Supporting
  • Embracing

Metriche utilizzate per misurare i social media


Luca De Biase riprende un pensiero di Daniel Kahneman, premio Nobel in scienze economiche nel 2002:

Kahneman dice che è possibile che il sistema dell'informazione attuale stia cambiando il nostro modo di essere umani e la nostra coscienza. Per comprendere in che senso è probabile che il filone di ricerca più importante sia quello di studiare i giovani. E da questo punto di vista c'è un fatto facilmente osservabile: usano molto il computer, ma questo non li ha resi tanto diversi; casomai sono diventati incredibilmente bravi a cercare informazioni.

Questa invece è l’introduzione al post A Pocket Guide to Social Media and Kids sul blog di Nielsen:

When is a phone not a phone? In the hands of children and tweens, today’s cell phones are primarily used as text messaging devices, cameras, gaming consoles, video viewers, MP3 players, and incidentally, as mobile phones via the speaker capability so their friends can chime in on the call.

Nielsen è andata a guardare cosa fanno con i telefonini collegati ad internet i Teenager rispetto al totale della popolazione:

Mobile Internet Users by Service Tipe


Anche se riguarda solo gli Stati Uniti, mi pare utile la ricerca fatta da Business.com che ha investigato come/quanto i social media possano essere utili alle aziende in termini di risorsa informativa di supporto al business. L’analisi riguarda anche le iniziative delle aziende nei social media, suddivise per tipologia e per dipartimento interessato, esaminando anche le metriche che vengono utilizzate per misurare i risultati.

Le attività principali svolte dalle aziende interessate sono quelle di mantenere un profilo sui social media, di monitorarne le citazioni che riguardano l’azienda, di avere un corporate blog e di utilizzare il micro-blogging come ad esempio Twitter.

I Social Media come risorsa di business

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