Archivio: “User generated content”

Trovo una certa correlazione con l’idea dei mille fan per vivere felici che ha ripreso Marco da un post originario di Kevin Kelly, con il concetto del “personal CPM” che arriva invece da Forrester Research.

image Mi intriga parecchio il ragionamento su come e quanto le persone (intese come singoli individui) andranno ad occupare degli spazi (in termini di attenzione e quindi tempo, e quindi anche di denaro) che attualmente sono appaggaggio dei produttori tradizionali dicontenuti.

Charlene Li di Forrester nelle sua presentazione The Future Of Social Networks (via ReadWriteWeb) pensa che ogni persona avrà un proprio CPM personale (per i meno dentro queste cose, per CPM si intende il costo per mille visualizzazioni pubblicitarie sul sito).

Interessante.

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Trovo una certa correlazione con l’idea dei mille fan per vivere felici che ha ripreso Marco da un post originario di Kevin Kelly, con il concetto del “personal CPM” che arriva invece da Forrester Research.

image Mi intriga parecchio il ragionamento su come e quanto le persone (intese come singoli individui) andranno ad occupare degli spazi (in termini di attenzione e quindi tempo, e quindi anche di denaro) che attualmente sono appaggaggio dei produttori tradizionali dicontenuti.

Charlene Li di Forrester nelle sua presentazione The Future Of Social Networks (via ReadWriteWeb) pensa che ogni persona avrà un proprio CPM personale (per i meno dentro queste cose, per CPM si intende il costo per mille visualizzazioni pubblicitarie sul sito).

Interessante.

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Nòva di giovedì scorso è incentrato sulla relazione tra le aziende ed i social network. In prima pagina l’ottima contestualizzazione del fenomeno da parte del Prof. Carnevale Maffè della Bocconi. Nel paginone centrale tanti esempi concreti e un articolo di David Browen di cui riporto un passo:

Ciò che le aziende ancora faticano a capire, tuttavia, è la natura non atomica, ma organica dei social network: essi non sono un mero aggregato di clienti, e tanto meno un mercato sul quale vendere i propri beni o servizi. I social network sono assimilabili ad un ecosistema, caratterizzato da logiche evolutive basate su meccanismi di feedback e risposta, dove si intrecciano processi economici di diverso tipo (…)
La contemporanea presenza di motivazioni individualistiche ed altruistiche, di leadership attiva e di identificazione e fruizione passiva, spiazza coloro che pensano di poter applicare le tecniche del marketing convenzionale.

C’è anche spazio per un mio articolo, in cui torno sul tema della qualità dei contenuti degli user generated content, dedicandomi a tre elementi in particolare:

  • Spazio ai non professionisti
  • La qualità è soggettiva
  • User filtered content


Ieri a Video On Net ho partecipato ad una tavola rotonda sul tema dei video digitali ed i modelli di business. Ho portato la voce di IAB e quindi delle opportunità per gli inserzionisti.

Si è discusso abbastanza dei modelli economici che possono sostenere i produttori e i distributori di contentuti digitali. Mi sono permesso di segnalare che il mondo dei contenuti (non solo video) deve considerare anche il fatto rilevante che la maggior parte degli user generated content non hanno (e non avranno mai) un business model sottostante. Ossia: non tutto il contenuto disponibile è prodotto per fini economici diretti (come siamo stati abituati a pensare fino ad oggi), ma cattura comunque una parte significativa e crescente dell’attenzione delle persone.

Ho dimenticato invece di segnalare un’area che ancora deve svilupparsi in modo concreto ma che ritengo avrà un impatto notevole, ossia i contenuti generati dalle aziende. Ossia materiale non prettamente pubblicitario ma informativo, divulgativo, servizi digitali, ecc. prodotti con l’obiettivo di contribuire a diffondere la conoscenza e, se possibile, l’awareness delle aziende. Contenuti ovviamente gratuiti perché pensati per aiutare a vendere tutt’altro.

Come ho detto ieri, di questi tempi non vorrei essere nella industry della produzione di  contenuti…

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Via Giuseppe, mi sono gustato il bel confronto tra Andrew Keen e David Weinberger sul Wall Street Journal. Lettura consigliata per il weekend!

Imutile dire che mi ritrovo particamente al 100% con le parole di Weinberger che conferma essere una delle menti più lucide nel leggere l’evoluzione del mondo che viviamo in termini di comunicazione e influenza dei media digitali.

Di Keen avevo scritto di recente, mentre di Weinberger ho appena finito il suo ultimo libro Everything is miscellaneous. Conobbi Weinberger l’anno scorso quando fui co-relatore ad un incontro organizzato da Edelman e posso comunicare in anteprima che sarà di nuovo in Italia a Novembre, questa volta per un evento pubblico. Dove? Hey, mica posso dire tutto! Comunque tra pochi giorni sarà ufficiale.

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Concludo il tris di post (qui il primo ed il secondo) dedicato al tema “human content everywhere”, per analizzare più da vicino il problema del rumore nei blog, in particolare per quanto riguarda i commenti offensivi, fuori tema o brutalmente idioti come li definisce il Prof. Epifani (@Stefano: ti leggo, ti leggo ) che rilancia il problema: che fare?

Ho già scritto della  responsabilità dell’autore del blog in primis, per cui non ci torno su, se non per affermare che dovrebbe essere sempre compito del blogger tenere un po’ d’ordine nei commenti. Cancellare lo spam, ad esempio, è una dimostrazione di attenzione nei confronti dei lettori, oltre alla testimonianza che i commenti… vengono effettivamente letti!

Nel contempo non serve pignoleggiare più di tanto. Qualche post che, diciamo così, scatena un po’ di disordine lessicale, si può tollerare. Specie su quei siti che non obbligano a registrazioni particolari per poter commentare, fatto che va visto positivamente, sapendone sopportare gli eventuali scompensi.

Il mio lato ottimistico (quello che di solito prevale), mi fa sperare che la maturazione nell’uso degli strumenti di comunicazione digitale potrà, nel tempo, attenuare i toni e stimolare un maggior senso di responsabilità comune. Penso inoltre che l’anonimato nelle discussioni, seppur legittimo di norma, sarà guardato sempre più con maggior diffidenza e con scarsa considerazione. A proposito, guardate il tool che ha scoperto Franco per scovare l’origine delle modifiche anonime fatte su Wikipedia.

Tuttavia, è necessario anche osservare che forum e commenti nei blog sono un palcoscenico bello e pronto per tanti deficienti che, in buona o cattiva fede, scatenano strali oggettivamente offensivi, almeno se consideriamo il “comune buon senso”. Riuscirà la Rete a trovare modelli di aggiustamento che mantengano il rapporto contenuti/rumore a favore dei primi? Io scommetto di si.


Lo spunto della prima parte di questo post è stata l’apertura ai commenti nelle notizie pubblicate su Google News, l’ennesimo spazio a disposizione delle persone che contribuisce a sviluppare lo scenario che ho definito “human content everywhere”. Il problema è che gli user generated content, specie quando vanno ad alimentare i commenti nei blog, scadono qualche volta in toni scurrili, offensivi e oggettivamente di scarso significato.

Alcuni lo chiamano “rumore”, altri lamentano quella che a loro pare una scarsa qualità dei contenuti presenti sui blog; c’è poi chi scade in derive generaliste secondo cui internet dovrebbe essere chiusa del tutto perché piena di robaccia. Paolo pensa che in taluni casi potrebbe aver senso chiudere del tutti i commenti e, in effetti, a leggere sfilze interminabili di insulti e offese ci si domanda che valore possano avere.

Io non ho risposte definitive, cerco però di costringermi a guardare alle persone dietro i contenuti. E penso a situazioni simili fuori dalla Rete. È come andare allo stadio con i propri figli e trovarsi in mezzo a tifosi esagitati che sfoggiano bestemmie come coriandoli. Come si fa in questi casi? Se si è “di bocca buona”, meglio vedersi la partita in TV, altrimenti si cerca di tollerare, magari scegliendo un settore dello stadio con meno probabilità di beccare ultras troppo ultra. Che ne dite, sta in piedi il paragone?

Forse dobbiamo sviluppare nuove metriche di giudizio sui contenuti online, perché fino ad oggi semplicemente non esistevano tutti questi contributi sviluppati da persone qualsiasi. Occorre anche una nuova diplomazia per gestire le situazioni più difficili ed un rinnovato concetto di responsabilità. I gestori del blog per primi devono chiarire (ed applicare) le regole su come vengono gestiti i commenti e, nel contempo, devono sviluppare un ambiente che favorisca una conversazione civile. È come avere ospiti e accoglierli in una casa disordinata: come biasimare l’ospite che si allunga sul divano e che magari si toglie pure le scarpe?

In ogni caso, la domanda che trovo fondamentale è: vogliamo davvero una Rete fatta solo di persone pettinate? O vogliamo anche i calvi? Hey, siamo disposti ad accettare i capelloni, i rasta ed i tatuati? Su questo non ho riserve: che tutti possano sempre esprimersi anche nel modo più sballato del mondo. Per questo sono disposto ad accettare il conseguente inevitabile rumore, imparando nel contempo a sviluppare atteggiamenti e tattiche che possano attenuare il problema. Sono confidente sull’intelligenza umana e sul conseguente sviluppo di un’etichetta diffusa. Ci vorrà un po’ di tempo e pazienza, ma ne vale la pena.

D’altronde quale sarebbe lo scenario contrario? Sottostare a regole che dividano tra buoni e cattivi? Definire delle leggi sui comportamenti da tenere su internet? No, per favore, no. Il buon senso non è mai stato legiferato, che sappia io.

In ogni caso il problema del rumore resta, in particolare a riguardo dei commenti sui blog. E allora? Mi sa che ci vorrà una terza parte (prometto, sarà l’ultima ); stay tuned!


Go to Google News HomeDa qualche giorno Google permette di commentare le notizie pubblicate su Google News (per ora solo negli Stati Uniti), ma solo se si è parte in causa della notizia. Ad esempio, l’articolo sulla ricerca che rileva come i ragazzi preferiscano hamburger e patatine delle marche più note, è attualmente commentata dal capo della corporate communications di McDonald’s e da un professore di pediatria dell’University of New Mexico.

L’iniziativa di Google è molto interessante sotto diversi aspetti:

  • È un’ulteriore dimostrazione dell’aumento dello spazio che hanno i singoli individui rispetto al tradizionale rapporto media-destinatari; una volta prodotte, le notizie e le informazioni (e questo vale per tutti i contenuti digitali) sono a disposizione di chiunque per aggiungere valore, opinioni, critiche; per aggregarle in nuovi contesti e nuovi contenitori.
  • È una delle poche funzioni di Google gestita semi-manualmente, data l’esigenza di verificare la corretta paternità del commento; le informazioni fornite da Google su come viene verificata l’identità e sui “partecipants” che possono effettivamente intervenire sono necessariamente generiche (Participants are people who are mentioned in the story or are related to organizations in the story).
  • È un’iniziativa molto furba per ospitare commenti di persone autorevoli, famose, potenti, ecc. Tuttavia questo trasforma Google News non più solo come aggregatore di notizie prodotte altrove, ma come publisher di contenuti originali; come sottolinea Michael Arrington su Techcrunch, da una parte Google acquisisce contenuti esterni, ma poi protegge strenuamente la riproduzione dei suoi.

Mi aspetto che prima o poi sarà possibile per chiunque commentare le news (mi pare di leggerlo anche tra le righe del blog ufficiale di Google News), e questo aprirà scenari ancora più interessanti. In ogni caso, come evidenzia Steve Rubel, si tratta di un regalo per chi si occupa di public relation (o di una preoccupazione, aggiungo io), perché consente di intervenire su contenuti che venivano generati essenzialmente in modo automatico.

Ovviamente, questo apre il discorso sul come imbastire le discussioni online, attività che specie per le aziende, è decisamente nuova e, spesso, complicata (ne ho scritto recentemente su Nòva).

In ogni caso, il fenomeno è irreversibile: non più solo “user generated content”, ma “human content everywhere”. Con tutto quello che ne consegue, compresa la gestione dei commenti e delle opinioni espressi in modo ineducato (se va bene) oppure offensivo e scurrile. Di ciò conto di scrivere ho scritto in una seconda parte del post, riprendendo gli spunti emersi da Aghost e Paolo Valdemarin a proposito del rumore generato nei commenti al blog del Ministro Gentiloni.

Update (oggi): 20 minuti dopo questo post anche Marco ci dice la sua e fa un riepilogo, che condivido, sull’attuale ruolo di Google.

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