Archivio: “Numeri”

Un grafico vale più di mille parole:

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Ho raccolto in questo post la segnalazione di quattro recenti ricerche con alcuni elementi in comune: sono indagini fatte su CEO e manager aziendali e riguardano l’impatto attuale e nel breve periodo delle strategie di digital & social marketing.

Partiamo da McKinsey con l’analisi Minding your digital business la quale rileva, tra l’altro, che oltre la metà delle aziende di tutto il  mondo intervistate, considera il digital marketing e i social tools tra le prime 10 priorità.

McKinsey - Minding your digital business

Una delle ragioni per cui i social media ed internet in generale diventano sempre più strategici, è perché sono considerati strumenti che hanno e avranno il maggior impatto nella relazione con i clienti.

IBM - Leading Through Connections

Ed è quanto emerge dalla ricerca  Leading Through Connections di IBM che intervista 1.700 CEO di 64 nazioni diverse.

Tra i dati che emergono, nell’arco di 3-5 anni i social media ed i canali web saranno, dopo il face-to-face, i principali strumenti di engagement con i consumatori. In questa analisi, i media tradizionali slitteranno all’ultimo posto.

Sembra proprio che la consapevolezza dell’impatto strategico dei social media, sia finalmente arrivata anche ai “piani alti”, almeno stando a quanto rileva l’indagine How social technologies drive business success (PDF) realizzata da Millward Brown in Europa per conto di Google. Certo, c’è ancora un gap rispetto agli utilizzatori frequenti, ma due terzi dei senior manager ritiene che i social tools impatteranno sulle strategie  e sul successo di business se impiegati in modo convinto.

Millward Brown - How social technologies drive business success

Chiudiamo questa serie di segnalazione arrivando sul concreto: l’acquisizione di clienti attraverso i social media. È questo uno dei dati che rileva Hubspot nel survey  State of Inbound Marketing a cui hanno partecipato 972 professionals (devo dire che la metodologia della ricerca non mi è chiarissima). Tra i dati che vanno sottolineati c’è la persistenza del canale blog come uno dei maggiori performer in quanto a customer acquisition, sia per business B2C che B2B.

Hubspot - State of Inbound Marketing

Naturalmente all’interno di ognuna delle quattro ricerche qui segnalate, ci sono altri rilievi interessanti… che vi lascio scoprire. Enjoy!


Dalle interessanti chart di Mary Meeker – State of the Net, ne prendo una solo per una considerazione semplice semplice: ma se gli editori già faticano oggi a valorizzare la pubblicità sul web rispetto a quella su carta o su altri canali analogici, come faranno a gestire il mobile che a sua volta è 5 volte meno remunerativo del web?

Mary Meeker - The State Of The Web

La parola che sento sempre ripetere tra i publisher è innovazione. E ci sta. Ho solo l’impressione che alcuni pensano che innovare significhi trovare un modo nuovo e creativo per mantenere le attuali organizzazioni, l’attuale offerta, l’attuale autorevolezza.

Per come la vedo io, i fronti dovrebbero essere:

  • Passare ad una logica di servizio con metriche riviste rispetto a quella che oggi viene considerata qualità dei contenuti
  • Smontare l’offerta pubblicitaria da vendita di “ad units” per passare a realizzare progetti di comunicazione e content marketing

Una ricerca tutta da leggere realizzata da Doralab che testimonia quanto sia fondamentale l’analisi dettagliata dei diversi momenti di interazione con un sito e-commerce.

Per come la vedo io, fare test continui e misurare con precisione, sono le attività che sul medio periodo impattano di più sul ROI di un sito (e non solo di e-commerce). Ma non ci sono ricette preconfezionate perché ogni sito ha sue caratteristiche e obiettivi ed in base a questi, va approntato e misurato.

Con l’occasione, segnalo anche che sono disponibili gli atti dell’E-commerce Forum.


Le startup basate sulle nuove tecnologie sono da un po’ di tempo al centro dell’attenzione, comprese le recenti iniziative governative e politiche. Finalmente una boccata d’aria fresca che serve a smuovere il settore del venture capitalism e a sviluppare qualche bella storia di business, posti di lavoro e ricavi.

Serve anche per dare un po’ di stimoli e di fiducia ai giovani, badando però a non limitarci a identificare le startup esclusivamente come “roba per giovani” (a riguardo avevo segnalato un articolo su GigaOm qualche giorno fa).

Vedo però poca attenzione al vero problema: quello delle  centinaia di migliaia di aziende italiane che sono indietro (e parecchio) nell’utilizzo di internet per il loro business. Vi risparmio le numerose ricerche che lo testimoniano appieno.

Non vorrei che l’attenzione alle startup sia una specie di messaggio a gettare la spugna, a rassegnarsi che l’unico modo per crescere sia lasciare le aziende alla mercé della competizione globale e rifondare tutto con tante belle giovani startup, con la speranza che sorga qualche Facebook tricolore guidata da nuovi improvvisi milionari .

Per spiegare a cosa mi riferisco, mi sono divertito ad elaborare i dati ISTAT del 2011 riguardanti l’utilizzo delle tecnologie nelle aziende italiane, suddividendo le imprese secondo i tre livelli di impiego della Rete identificati da The Boston Consulting nel report Fattore Internet, i quali sono:

  • Online-attive: Possiedono un sito ed effettuano attività di marketing virtuali o di e-commerce
  • Online: Dotate di una pagina Web ma non fanno né attività di marketing né di
    e-commerce
  • Offline: Prive persino di un sito (ma possono avere una connessione Internet)

Numero aziende italiane 10-99 dipendenti

Ho isolato le aziende da 10 a 99 addetti, quelle su cui penso sia necessario intervenire maggiormente. Si tratta di 215.000 imprese (il 4,9% delle imprese italiane) che occupano 4,9 milioni di addetti (29,2% del totale) e sviluppano 968 miliardi di € di fatturato (36,5% del totale).

Ebbene solo una piccola parte di queste usa internet in modo attivo. Il resto no.

Continuando l’elaborazione (nota: il mio non è un lavoro scientifico ed ha valore puramente indicativo), applicando i parametri del report Fattore Internet relativi alla differente performance derivante dal loro livello (Online-attive, Online oppure Offline) e ipotizzando che solo un conservativo 10% di quelle Online e di quelle Offline passi al livello superiore, è stimabile un aumento del fatturato complessivo di 2,5 miliardi di Euro l’anno.

Quante startup ci vogliono per raggiungere un risultato simile?

Perché non cerchiamo di fare un RESTART di queste aziende? Pensiamo pure alle startup, ma se vogliamo parlare di crescita del Paese, quella vera, quella urgente, quella diffusa, allora è da queste PMI che dobbiamo ripartire. È qui che occorre implementare l’utilizzo convinto della Rete (che ovviamente non è solo “fare e-commerce”).

Io qualche idea ce l’ho… magari metto su una startup! Occhiolino

Che ne pensate?


Che lavorassi nella industry giusta, l’avevo capito da tempo. Questa analisi di Linkedin lo conferma e mostra che internet è il settore col miglior saldo in termini di addetti (anche se i dati andrebbero un po’ “tradotti” per via dell’utilizzo preferenziale di Linkedin nel settore).

Sarebbe interessante capire il turnover che c’è dietro il valore netto del rapporto lavori acquisiti/persi. Io noto che nella nostra industry digital (come peraltro succede del mondo della comunicazione in genere), la quantità di movimenti professionali continua ad essere molto significativa.

Linkedin Industry Trends


Non si tratta di mettere in competizione i vari media e ovviamente non c’è un canale migliore di un altro in senso assoluto. Però è interessante questa ricerca di Nielsen appena pubblicata relativa ai mercati asiatici che, tra le altre cose, compara il ROI dei vari strumenti pubblicitari.

Della serie “un’immagine vale più di mille parole”:

Media ROI (Asia) - Nielsen

 

La ricerca può essere richiesta gratuitamente da qui.


Interessante la ricerca di Linkedin sulle parole più utilizzate nei profili professionali correlate alla nazione. A me sembra che le persone vogliano evidenziare quelle caratteristiche tradizionalmente meno frequenti nelle rispettive nazioni. Quindi nei paesi anglosassoni si sottolinea il risvolto creativo, in Spagna quello professionale e in Francia quello dinamico.

In Italia la keyword più gettonata è problem solving. Sarà perché siamo più capaci a risolvere i problemi o perché abbiamo più problemi degli altri e quindi è bene evidenziare questa competenza? Oppure semplicemente perché siamo più pessimisti e abbiamo una visione problema-centrica del business?

Top overused buzzwords in Linkedin Profiles


Entro il 2016 l’interactive marketing rappresenterà un terzo di tutta la spesa pubblicitaria (attualmente è al 19%). Lo stima Forrester in riferimento al mercato USA. La motivazione principale è sintetica ed efficace:

It not only works, you can prove it works

La crescita maggiore riguarderà il Display, il Video e il Mobile advertising mentre il Search, pur in aumento, attenuerà la percentuale di miglioramento riscontrata negli ultimi anni.

La spesa destinata ai Social Media si triplicherà, considerando che in questo caso non parliamo solo di advertising: Forrester li definisce “Social programs — not just social ads”. A tale proposito, interessante la nota su Clickz che segnala il motivo per cui il social media advertising è conveniente:

"Developing owned social assets like a Facebook page could run as much as $1 million, but this is a one-time cost. Compare these fees to a paid search budget for example, which ranges between $500,000 and $3 million per month," the report found.

Certo, non succede proprio molto spesso da queste parti di vedere aziende che investono un milione di dollari sui social media ma prima o poi ci arriveremo, giusto? Occhiolino


Torno sulla ricerca “Fattore Internet”, commissionata da Google e realizzata da The Boston Consulting, confermando la prima impressione: si tratta di una ricerca fondamentale per capire il vero impatto della Rete in termini economici e, se non erro, la prima del genere in Italia. Ho anche qualche riserva, ma ne parlo più avanti.

Lo studio rileva che internet vale attualmente 31,6 miliardi di Euro, ossia  il 2% sul PIL italiano, valore destinato a rappresentare tra il 3,3% e il 4,3% del PIL nel 2015. Questo per quanto riguarda l’impatto diretto di internet sull’economia, rappresentato da tre elementi principali:

  • Consumo, ossia l’acquisto di prodotti, servizi e contenuti online
  • Gli investimenti del settore privato, rappresentate principalmente dalla costruzione delle infrastrutture e dall’accesso alla Rete
  • La spesa istituzionale, composta dalle spese ICT legate ad internet sostenute dalla Pubblica Amministrazione

Ma oltre all’impatto diretto sul PIL, lo studio giustamente evidenzia anche l’entità di altre aree direttamente collegate ad internet, tra le quali l’e-Procurement (ossia i beni acquistati online dalla PA), l’infocommerce e la pubblicità online, che aggiungono complessivamente altri 25 miliardi di Euro di valore. Non mancano, correttamente, i riferimenti agli effetti positivi sulla produttività e sugli impatti sociali, la cui stima economica è oggettivamente complessa da definire.

Fattore Internet

Lo studio di carattere complessivo è affiancato da una ricerca verticale sulle PMI italiane, i cui risultati confermano l’impatto positivo della Rete sul loro business. Difatti, le aziende che che sono attive con iniziative online (ossia fanno e-commerce o marketing online) hanno mediamente aumentato i ricavi (le altre registrano trend negativi), assumono con maggior frequenza ed esportano di più.

Un aspetto che avrei messo più in evidenza è la numerosità degli addetti della filiera internet. Nel report si parla di “internet stack” che riporta un dato complessivo di ben 150 mila persone (pur non splittato numericamente per categoria). Penso che sia un parametro importante specie in chiave politico-istituzionale laddove, in luogo di valori economici assoluti, si guarda con favore il numero di “teste” coinvolte. Secondo me, cavalcare il numero degli addetti del settore internet, considerando la rilevanza di tale numero, stimola di più i tavoli governativi piuttosto che qualche miliardo di Euro di peso economico.

Ed è questo un mio pallino che ho cercato di portare avanti già all’interno di IAB relativamente ad una ricerca condotta da Accenture con cui si ambiva a mappare tutti i player del settore, ma che poi sembra aver presto direzioni differenti. I numeri dovrebbero stimolare IAB ad ambire a rappresentare qualcosa di più del miliardo di pubblicità online (che è solo lo 0,02% dell’impatto economico di internet), vista anche la difficoltà di altre organizzazioni a fungere da ombrello alla miriade di operatori e aziende coinvolte in questa industry.

Tornando a Fattore Internet, pur considerando che si tratta della prima edizione (e c’è da auspicare che assuma una periodicità costante), ritengo sia migliorabile in alcune parti. Innanzitutto sconta un’impostazione a tratti un po’ commerciale, facendo trasparire l’intento di “vendere” internet al di là dei dati oggettivi che espone. Lo so, ci scappa a tutti noi operatori del settore: siamo pieni di passione, siamo consapevoli del valore che la rete porta al business; soffriamo però della scarsa considerazione che se ne ha nel Paese e allora assumiamo costantemente le vesti degli evangelizzatori. Ma una ricerca di questa portata dovrebbe essere più asettica e realista, mostrando anche le principali criticità come, ad esempio, i numeri piccoli dell’ecommerce ancora sbilanciati sul fronte dei servizi.

La ricerca include anche delle case history di aziende di piccole-medie dimensioni. Indubbiamente le testimonianze aziendali sono utilissime: trattano casi concreti e aumentano la confidenza da parte dei meno informati. Non le avrei usate però a suffragio dei dati della ricerca (a tratti sembrano inserite per giustificare i valori esposti), ma isolate in un capitolo del tutto distinto.

Ho qualche perplessità infine sulle conclusioni della ricerca, quando riporta le priorità per lo sviluppo dell’Internet economy:

  • Le piccole e medie imprese devono spostarsi online
  • Il mobile offre delle opportunità alle imprese
  • L’educazione dei consumatori è un fondamento della crescita

Magari può non essere il focus dello studio, ma avrei apprezzato che l’enunciazione dei precedenti punti fosse accompagnata da qualche ipotesi di fattibilità e di intervento. Nel merito, il tema dell’educazione (inteso come divulgazione, informazione, ecc.) lo vedo prioritario a livello trasversale, non solo ai consumatori ma ancor prima alle aziende (compresi gli operatori del settore) e alle istituzioni.

Vediamo se sarà recepito da altre iniziative come Agenda Digitale che sta cercando (con fatica) di stimolare delle proposte dalle istituzioni, oppure dal neonato Lamiaimpresaonline.it che ha l’obiettivo di facilitare l’utilizzo del web da parte delle PMI.


Fattore Internet(via IlSole24Ore) Report molto interessante realizzato da The Boston Consulting Group e commissionato da Google, che prova a stimare il valore complessivo di internet in Italia considerando le sue innumerevoli applicazioni. Il risultato è pari a 32 miliardi di Euro, pari al 2% circa del PIL.

Per ora mi limito a segnalarlo; seguirà sicuramente un commento dopo che avrò letto nel dettaglio le 48 pagine del documento.

Il titolo completo del report è Fattore Internet – Come Internet sta trasformando l’economia italiana ed è disponibile in PDF


Audience internet in alcuni paesi, suddivisa per velocità di connessione (Nielsen):

Active Internet Audience by Connection Speed


Una ricerca appena pubblicata (The Effect of Social Networks and the Mobile Web on Website Traffic and the Inevitable Rise of Facebook Commerce – PDF) realizzata da Adgregate Markets insieme a Webtrends evidenzia come le fanpage delle aziende su Facebook continuino a incrementare il loro traffico, mentre i siti corporate di molti comparti (specie quelli non legati all’ecommerce) riscontrano una diminuzione dei visitatori.

Alcune delle evidenze della ricerca:

Among the 44 companies, 18 companies (about 40%) exhibited extremely high traffic to their Facebook page compared to their websites.

Of the 22 categorized as ‘Non-Ecommerce’, 13 companies (about 65%) received more unique visits to their Facebook page compared to their website

Facebook commerce conversion rates ranging from 2% to 4% are on par with Commerce websites.


Finalmente sono riuscito a riavviare il blog dopo qualche problema di gestione dell’hosting, e c’è subito l’occasione per segnalare la ricerca realizzata dallo IULM sulla SocialMediAbility, ossia il grado di utilizzo dei social media da parte delle aziende italiane (ma anche del mancato uso).

Le chart che riporto qui sotto sono fin troppo esplicative e stimolano la consueta affermazione: siamo indietro ma i segnali di evoluzione rapida ci sono tutti. Un po’ di stupore mi desta il risultato riguardante la percentuale destinata ai social media rispetto al totale complessivo dedicato a marketing e comunicazione: 24%! Sono io che visito le aziende sbagliate? Occhiolino


Social Media Marketing & Web Communication - Executive Master SDC IULMIl Master in Social Media Marketing & Web Communication della Scuola di Comunicazione IULM sta conducendo una ricerca approfondita sull’utilizzo dei social media da parte delle aziende italiane.

Se avete 5 minuti per compilare uno specifico questionario, avrete la possibilità di ricevere il rapporto conclusivo dell’indagine in anticipo rispetto alla sua presentazione pubblica.

Maggiori informazioni sul sito del master.


Stimolato da un’arguta riflessione di Andrea sulla formazione in azienda, volevo fare due ragionamenti su quali competenze professionali possono essere migliorate per affrontare in modo adeguato i tempi che corrono.

Anni fa si iniziò a distinguere tra l’insegnare il “sapere” e il “saper fare”, ove quest’ultimo risultava sempre più utile e richiesto. Tutt’oggi la formazione ha sempre più sbocchi operativi, perché determinate competenze si acquisiscono facilmente e velocemente sul campo piuttosto che su un manuale.

Tuttavia il “saper fare” non basta più. O meglio, forse non si riesce più a trasmettere tutto quello che ci sarebbe da fare. Scrive Andrea:

Mi sono chiesto cosa dovrebbe lasciarci di valido e duraturo un corso ben fatto. Probabilmente non una quantità più o meno consistente di informazioni ma un metodo per capire e analizzare lo scenario nel quale ci troviamo,il desiderio e l’interesse che ci spingeranno a restare sempre aggiornati e curiosi, la voglia e la caparbietà di trovare soluzioni non convenzionali che possano fare la differenza.

Secondo me la formazione oggi dovrebbe insegnare (anche) a “saper cambiare”, considerando aspetti che sono trasversali rispetto alle varie discipline ed aree di business. Qui ne lancio alcuni, ma la lista è senz’altro più ampia.

  • Velocità. Si tratta di imparare non solo a gestire il tempo in modo più efficiente e pragmatico (compreso il tempo fuori dal lavoro), ma di rivedere la definizione delle priorità e la capacità di adattarsi a mutamenti anche repentini.
  • Beta perenne. Molti dei cambiamenti che governiamo o nei quali siamo coinvolti, avvengono (ed è giusto così) senza un rigoroso piano strategico e operativo. Si prova, si misurano e analizzano i risultati, si perfeziona e poi si ri-misura e ri-analizza, e così via, in un loop che genera poche certezze nel lungo periodo, ma che va vissuto quasi alla giornata.
  • Technology servant. In quasi ogni ambito professionale, la tecnologia è diventata un elemento cruciale, abilitante, differenziale. Tuttavia, occorre inquadrarla in quanto strumento, “attrezzo del mestiere” e non come fine, considerando anche il fatto che l’unica certezza offerta dai tool e dagli strumenti tecnologici è che saranno superati da lì a pochi mesi.
  • Momentum. Saper cambiare, ok, ma quando è il momento giusto? Le tentazioni innovative ci arrivano da ogni parte, ma quali sono quelle che producono valore e quando è il momento giusto per applicarle o adottarle?

Naturalmente, è relativamente semplice capire quali sono i temi su cui potrebbe vertere un piano formativo moderno, più complicato è individuare chi è capace ad erogarlo.

L’occasione mi sembra buona per segnalare il recente IBM Global CEO Study proprio focalizzato sulla complessità del business moderno e su come valorizzarla, il cui Summary Report si apre evidenziando che:

La complessità è destinata ad aumentare e oltre la metà dei CEO dubita di essere in grado di gestirla.

per poi riassumere le linee d’azione che emergono dai 1541 CEO intervistati in questo modo:

image


imageHo dato un’occhiata all’ultima edizione (la “Wave 5) del Social Media Tracker realizzata da Universal McCann.

Ci sono conferme di trend già evidenti, ad esempio il rallentamento dell’uso dei blog da parte degli utenti europei a fronte di una situazione di sostenuta crescita in Asia e nei paesi emergenti. In Italia, ad esempio, la percentuale di utenti internet che hanno dichiarato di aver usato un blog negli ultimi sei mesi è passata dal 61,9% di due anni fa al 51,5% dell’ultima rilevazione.

Come previsto, la ricerca evidenzia l’esplosione nell’utilizzo dei social networks: il 61,4% degli utenti a livello globale ha gestito un proprio profilo, il 53,9% in Italia.

Ho solo un dubbio sulla valenza dei valori aggregati di così tante nazioni (questa edizione del report ne analizza ben 54) perché gli scostamenti sono spesso marcati ed il quadro complessivo rischia di essere fuorviante per le analisi locali.

Sul fronte della penetrazione di internet sulla popolazione (presa da internetworldstats.com), vale la pena sottolineare ancora un volta l’impietosa posizione dell’Italia (grafico qui sotto). Ma il nostro paese registra nel contempo una diffusione di blog e social media da primato almeno in chiave europea, testimonianza, a mio parere, di un paese diviso a metà. Qualcosa comunque si muove, ad esempio l’accesso alla Rete con gli smartphone che che ci vede avanti a Spagna, Francia e Germania (figura in basso).

image

image


Almeno sugli smartphone sembra che l’Italia batta chiunque in Europa (via Mashable):

Smartphone subscribers

Smartphone penetration


Un bel tool interattivo chiamato Trendstream per analizzare il livello di utilizzo dei social media nelle varie nazioni del mondo (Italia compresa) potendo circoscrivere l’analisi attraverso svariati parametri (sesso, età, ecc.). Devo capire meglio il panel utilizzato, ma sembra utile anche solo come base comparativa tra le diverse nazioni.

Lo embeddo qui anche se le dimensioni sballano un po’ l’impaginazione. Enjoy.


Morgan Stanley - Utenti internet mobile vs. desktopSecondo Morgan Stanley nel 2013 gli utenti internet mobile supereranno quelli desktop (via gigaom; presentazione in parte già nota da novembre).

Mi pongo però alcune domande:

  • Nel 2013 cosa chiameremo mobile e cosa desktop? Sarà solo piccolo e trasportabile vs. ampio e statico? Non credo. E con internet of things come la mettiamo?
  • Se per mobile continueremo ad intendere device con schermo al di sotto dei 4 pollici, forse le previsioni di Morgan Stanley sono un po’ esagerate. A meno che venga sviluppata qualche killer application che riesca a impattare a livello sociale.

Che ne dite?


Una ricerca piuttosto analitica sull’utilizzo dei social media in 14 nazioni tra cui l’Italia.


Ma quale “guru”! Meglio “evangelist”. Anzi, no, “ninja” è la qualifica giusta!

Ninjas su LinkedInSaranno contenti i cari amici Mirko e Alex, i ninja nostrani per eccellenza, ma pare che sia proprio quello il titolo professionale maggiormente in ascesa tra gli utenti di LinkedIn. Sul blog del popolare social network, scopriamo anche che “evangelist” ha superato “guru”.

Ora, al di là della simpatia e curiosità con la quale segnalo questi dati, vale la pena sottolineare che il concetto di “database of intentions”, coniato da John Battelle nel suo libro The Search (tradotto in italiano “Google e gli altri”), inizia ad applicarsi non solo in casa Google. Lo stesso Battelle ha ampliato il concetto recentemente, aggiungendo all’analisi del “what I want” rintracciabile dai motori di ricerca, anche:

  • what I buy (da Amazon, Ebay, ecc.)
  • who I am/who I know (da Facebook, ecc.)
  • what I’m doing/what’s happening (da Twitter, Facebook, ecc.)
  • where I am (da Foursquare, Gowalla, ecc.)

A questo possiamo quindi aggiungere anche “what’s my job” (da LinkedIn).

Una volta c’erano le istituzioni e i grandi istituti finanziari a sapere tutto di noi. Oggi gli archivi di Facebook potrebbero descriverci meglio di qualsiasi rapporto di intelligence.


Il Social Computing Lab della Hewlett Packard di Palo Alto ha pubblicato una ricerca (via Kevin Kelly) che dimostra come, analizzando le citazioni dei film su Twitter se ne può prevedere il successo. In pratica il paper chiamato proprio Predicting the Future With Social Media (PDF), dimostra come incrociando le citazioni su Twitter con l’Hollywood Stock Exchange, si ottenga una evidente correlazione.

Naturalmente, l’interesse per lo studio riguarda sia l’estensione di questo tipo di analisi ad altri settori, sia l’utilizzo di altre basi dati come i blog, Facebook o i motori di ricerca. Su quest’ultima fonte, ad esempio, anche in Italia Trendsight ha realizzato uno studio che correla le ricerche su Google con i flussi turistici.


Via Marketingpilgrim leggo SoDA, che non è una cosa da bere :) ma l’acronimo di Society of Digital Agencies che ha appena diffuso la ricerca 2010 Digital Marketing Outlook, la quale ha intervistato i manager agenzie di comunicazione di tutto il mondo riguardo ai trend in essere.

Sono 70 pagine di report piuttosto interessanti (di seguito un paio di chart); tra i commenti più interessanti ho estrapolato questo:

“Rather than spending another misguided year trying to “engineer” viral campaigns that will propagate themselves, regardless of consumer intentions, it’s time to refocus our marketing efforts to align with the way that people actually behave.” — Ivan Askwith, Big Spaceship

Insomma, meno progetti “famolo virale” e maggior impatto strategico delle attività legate al digitale. Interessanti anche le previsione di budget e priorità.

2010 Digital Marketing Outlook

2010 Digital Marketing Outlook


I dati di Dicembre 2009 elaborati da Nielsen confermano i trend di crescita dell’uso dei social network nel mondo e anche in Italia. Nel nostro paese siamo più di 18 milioni di persone che ogni mese usano Facebook, Twitter e compagnia. A livello internazionale, il tempo passato sui social networks è aumentato dell’82% rispetto all’anno precedente e gli italiano sono decisamente sopra la media (6 ore contro le 5.35). L’audience globale ha sfondato la soglia dei 300 milioni di individui.

Global Web Traffic to Social Networking Sites - Nielsen