Archivio: “Giornalismo”

Anche oggi mi è capitato di confessare ad una persona il fatto che quando torno da una trasferta di business negli Stati Uniti, mi servono due-tre settimane di disintossicazione per rimettere in ordine il fuso orario mentale. Si, perché il rischio è quello di rimanere vittima delle grandezze e delle oppurtinità di un mercato che qui da noi, almeno in quelle forme, non arriverà mai. Punto.

Allora la disintossicazione, come la chiamo io, serve a fasarsi di nuovo sulle economie e sulle consuetudini della nostra cara Italia. Cosi da non metterersi a “fare l’americano” nel paese sbagliato.

Certo, non riesco sempre a calmierare il disagio dovuto all’evidente arretramento del nostro paese rispetto al resto del mondo idustrializzato. Però neanche sono uno che sputa nel piatto dove mangia.

Peter Hirchberg - Technorati Per fortuna, ogni tanto arriva qualche ventata di freschezza: un cliente che vuole sperimentare, un collega con un’idea propositiva e/o innovativa e, non ultimo, l’appuntamento del giovedì con Nòva, anche oggi tutto  da leggere.

Anch’io ci ho messo lo zampino con un’intervista esclusiva a Peter Hirchberg, il Chairman di Technorati, col quale abbiamo discusso di blog in modo allargato e, per certi aspetti, soprendente.

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Qualche giorno fa sono andato in profumeria con mia moglie. Come d’uopo, all’uscita ci hanno riempito di campioncini. Ora il punto è: se le persone che ricevono questi prodotti demo ne parlano sui loro blog, devono mettere un disclaimer? Si griderà alla marchetta o, peggio, alla corruzione?

Ovviamente questo è un paradosso. Però ogni tanto occorre far tornare al sano realismo chi grida allo scandalo per situazioni come quella che ha visto protagonosta Microsoft la quale ha inviato un PC ad alcuni blogger per far provare il sistema Vista, specificando espressamente di palesare la questione.

Sui campioncini di profumeria, mica c’è scritto che prima di parlare del prodotto con qualcun’altro, devo specificare che si tratta di un omaggio! Succede da decine di anni e nessuno (giustamente) se ne preoccupa.

Queste filosofie puriste mi fanno saltare i nervi. Perchè insultano l’intelligenza umana. Perché presuppongono che le persone non sappiano distinguere la marchetta da una sana opinione (seppur palesemente stimolata). Perché anelano un ambiente puro e buonista per via di un “coso” tecnologico (i blog in questo caso), dimenticando che, per fortuna, sono gli umani che mettono il senso nelle tecnologie e non viceversa, rappresentando sempre la vita per quella che è, nel bene e nel male.

Invece di plaudire alla trasparenza con la quale vengono svolte azioni di marketing che, su altri media sono svolte da anni in modo occulto, si insorge contro quelli che dovrebbero essere corruttori e corrotti. Secondo me è solo invidia. Sai che faccio, mi vado a sentire un pò di musica con il K5 che mi ha regalato Samsung! :)

Mi sembra che anche Luca Conti sia di questa opinione, così come tutte le persone che, alla fine, vorrebbero essere simpaticamente tra i destinatari del dono (compresi giornalisti come Vittorio Pasteris).


Esatto, si, si, proprio te. Quest’anno l’uomo (o la donna) dell’anno per la rivista Time sei te. Congratulazioni!

Il sottotitolo contiene le motivazioni: You control the Information Age. Welcome to your world.

Quindi significa che ho vinto anch’io, giusto? Non è carino avere da ridire quando ti fannoun premio, però avrei eletto uomo dell’anno “Me”, non “You” oppure, ancora meglio, “We”. Questo “You” continua a creare una contrapposizione io/tu che penso vada oltre il semplice gioco linguistico su cui mi diletto in questa domenica mattina. “Me” significherebbe che ognuno, compresi i giornalisti del Time, possano sentirsi uomo dell’anno e sottolinierebbe la consapevolezza acquisita del singolo. “We”, ancor meglio, definirebbe il valore sociale e cumulativo di essere tutti “uomini dell’anno”.

In ogni caso, godiamoci questo premio. Non abbiamo vinto nulla, solo la conferma che i tempi, in questi ultimi anni, sono davvero cambiati.

Update/1 (19/12/06): il post è segnalato su Scene Digitali di Repubblica.it

Update/2 (9/1/07): anche Anil Dash di Six Apart la pensa come me.

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