Archivio: giugno, 2011

Sono stati fatti diversi studi su quale sia il numero massimo di relazioni che un individuo può intrattenere con altre persone. Studi correlati più volte alla quantità di “amici” con cui ci si interfaccia nei social network. Ora penso si debba anche iniziare a studiare qual è il numero massimo di social network che è un umano riesce a gestire.

Questi sono i giorni di Google+, il nuovo “ambiente sociale” che vista la portata dei suoi creatori, merita grande attenzione (pur ricordando che Google qualche passo falso l’ha compiuto proprio in questo ambito). Ed il nuovo network fa scattare una serie di inediti interrogativi con i quali ciascuno di noi deve fare i conti, non tanto legati alle funzionalità dello strumento, quanto alla portabilità (o meno) del proprio ambiente di relazioni (o di amicizie, se volete). E’ come se il miglior DJ venisse in città, ma non si sa se alla festa andrà qualcuno che conosci.

Interessante il fatto che l’etica che ciascuno di noi sta autonomamente sviluppando riguardo i social media, è ancora molto fluida e penso non ne verremo mai a capo in modo definitivo. C’è chi è ancora alla fase del collezionismo e che si pesa in funzione del numero di amici, c’è chi è arrivato allo stadio del riflusso ed è alle prese con un bel repulisti di connessioni su Facebook o addirittura riparte come un novello Lazzaro con un immacolato nuovo profilo. In mezzo ci sono quelli alle prese con lo stress da prestazioni, che sfidano le leggi del tempo e della resistenza per tentare di seguire centinaia di persone ed il relativo ciclopico flusso di post, twit, like, check-in, foto e video e così via.

E’ come per la gestione del tempo: esistono suggerimenti generali e regolette “base”, ma poi ogni sistema deve essere costruito sulla propria persona, sul proprio quotidiano, altrimenti non risulta efficiente. Quindi le seguenti indicazioni valgono per me, ma non è detto che siano quelle corrette per chiunque.

  • imageI miei amici su Facebook sono persone che conosco, che ho incontrato almeno una volta; tra loro ho una lista di circa 30 “amici-amici” di cui seguo periodicamente i profili. Due numeri: ho 719 amici e 586 richieste che non ho accettato (e che non accetterò).
  • Su Linkedin sono più “di bocca buona”, nel senso che accetto connessioni con persone che operano nella mio settore, trattandolo quindi come una specie di business directory piuttosto che un social network.
  • Twitter lo sto utilizzando in modo crescente, ed ho creato due gruppi di persone che seguo: uno ristretto (25-30) che effettivamente leggo, un altro più allargato su cui curioso nei momenti di serendipity (stessa sorte che è toccata a Friendfeed su cui capito sempre meno).
  • Altri social network per ora non ne uso, per cui le decine di richieste per Netlog, BranchOut (che noia tutti quegli inviti via Facebook!), Vimeo, ecc. le indirizzo velocemente verso il cestino.

In definitiva, ritengo che se non ci si impone un certo rigore, il rischio è quello di perdersi in meandri digitali che sottraggono tempo e che non sempre restituiscono valore. A proposito, avete un invito per Google+ da girarmi? Occhiolino


Beh, pensando al nuovo social media di Google basato sui circle (tradotto “cerchie” in italiano che suona davvero male), mi è tornata in testa questa splendida canzone di Edie Brickell, che invece suona ancora benissimo. Enjoy!


Al Web in  Tourism mi è scappata questa espressione: “Le aziende dovrebbero essere obbligate ad aprirsi una pagina Facebook ed allenarsi a gestire la conversazione con le persone”. Ormai i numeri di Facebook sono dirompenti e per almeno i prossimi due-tre anni, il business di chiunque ne dovrà tener conto.

Qualche altro spunto da un articolo sul Financial Times di venerdì.

Facebook pokes big brands into action


Mercoledì sono andato al concerto di Vasco allo stadio Meazza, per via di una bella iniziativa interna di SKY guidata da Carlo Rossanigo, alla quale mi sono impunemente aggregato.

Vasco non rientra nei miei artisti favoriti, ma una bella dose di rock ad un concertone come questo, non fa certo male. Oddio, l’ultima volta che ho visto un concerto qui al Meazza fu nel 2003 per il leggendario concerto di Springsteen sotto il diluvio universale (curioso anche che questo post arriva subito dopo quello dedicato a Clarence), ma è meglio lasciare stare i paragoni.

Non mi soffermo sul concerto perché non conosco così bene Vasco da poter giudicare adeguatamente. Sarei curioso solo di sapere se è normale che ad ogni fine canzone sparisce dietro le quinte per diversi minuti, o se è consuetudine il mettersi a fare sermoni biascicati ed incomprensibili tanto che ad un certo punto la band ha attaccato il pezzo successivo come per dire a Vasco di rimettersi a cantare.

Due curiosità tecnologiche. Ai lati del palco c’erano due enormi qrcode da usare con gli smartphone. Poi ho notato come rispetto a pochi anni fa in cui guardando il pubblico si notavano i continui flash delle macchine digitali, oggi sono invece prevalenti le luci fisse degli smartphone usati come telecamere: video rules!

Penso sarebbe produttivo che in eventi del genere, oltre al qrcode, si pubblicizzi anche l’hashtag ufficiale: Anzi, lo farei scrivere proprio sul biglietto!

Certo è che se poi uno come il sottoscritto arriva al concerto con le batterie dell’iPhone praticamente scariche, riesce solo a capire quanto la tecnologia abbia ancora un limite enorme sul fronte alimentazione. Alla fine, ho scattato un paio di foto venute anche malino e nient’altro.


clarenceQuasi 26 anni fa esatti (21.6.85) fu “il concerto”. Lui nella seconda parte dello show per onorare il primo concerto in Italia per Bruce e per la E-Street Band, esibì calzoni rossi, camicia bianca, berretto e polsini verdi. Un ricordo che va ad incastrarsi dentro un concerto unico, di quelli che ti segnano l’anima.

Sarà sempre lui Big Man, “the biggest man you’re ever seen, king of the world, master of the universe”. Ogni concerto di Bruce ha potuto contare sulla tua gioia, sul tuo sorriso vero, sull’emozione. Ti ho visto pure commuoverti una volta, ed è meglio che mi fermo qua sennò lo faccio anch’io. Least but not least, grazie Clarence !


Mercoledì 23 giugno parteciperò ad uno stimolante evento organizzato dall’ANSO e dal CNR, dedicato alla “memoria da elefante” della Rete e alle conseguenze che ne conseguono. Riprendo dalla descrizione dell’evento:

Nella società dell’informazione e della conoscenza è necessario apprendere significato e implicazioni del diritto all’oblio, del diritto alla privacy o della reputazione online. Altrettanto utile è comprendere chi ha il compito di gestire tali complesse questioni e secondo quali regole, garantendo gli utenti.

La memoria lunga della Rete: privacy, reputazione e diritto all’oblio

L’apertura sarà affidata a Stefano Rodotà (Università La Sapienza di Roma). Poi ci saranno due tavole rotonde moderate da  Guido Scorza (Istituto per le Politiche dell’Innovazione).

Io parteciperò alla prima (“Democrazia e tutele in Internet”) insieme a: Anne-Sophie Bordry (Facebook), Nicola D’Angelo (Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni), Marco Di Maio (Associazione Nazionale Stampa Online), Domenico Laforenza (IIT CNR), Vittorio Zambardino (Giornalista e blogger).

La seconda tavola rotonda, “Difendere la Rete o difenderci dalla Rete”, vedrà partecipare Marilù Capparelli (Google), Giuseppe Corasaniti (Università di Roma Sapienza), Elisa Grande (Presidenza del Consiglio dei Ministri), Benedetto Liberati (Associazione Nazionale Stampa Online) Mauro Paissan (Garante per la Protezione dei Dati Personali).

L’evento si terrà nella Sala delle Conferenze di Piazza Monte Citorio 123/A a Roma a partire dalle ore 14. L’ingresso è libero. Preregistrazione online sul sito di ANSO.

Come spunto preparatorio dell’evento, segnalo il consueto stimolo visionario di Jeff Jarvis che propone un manifesto di principi e diritti delle persone legate ad internet. Per sua ammissione si tratta di un documento preliminare, ma alcuni punti mi sembrano già ben posti:

  1. We have the right to connect.
  2. We have the right to speak.
  3. We have the right to assemble and to act.
  4. Privacy is an ethic of knowing.
  5. Publicness is an ethic of sharing.
  6. Our institutions’ information should be public by default, secret by necessity.
  7. What is public is a public good.
  8. All bits are created equal.
  9. The Internet must stay open and distributed.


Mercoledì 23 giugno parteciperò ad uno stimolante evento organizzato dall’ANSO e dal CNR, dedicato alla “memoria da elefante” della Rete e alle conseguenze che ne conseguono. Riprendo dalla descrizione dell’evento:

Nella società dell’informazione e della conoscenza è necessario apprendere significato e implicazioni del diritto all’oblio, del diritto alla privacy o della reputazione online. Altrettanto utile è comprendere chi ha il compito di gestire tali complesse questioni e secondo quali regole, garantendo gli utenti.

La memoria lunga della Rete: privacy, reputazione e diritto all’oblio

L’apertura sarà affidata a Stefano Rodotà (Università La Sapienza di Roma). Poi ci saranno due tavole rotonde moderate da  Guido Scorza (Istituto per le Politiche dell’Innovazione).

Io parteciperò alla prima (“Democrazia e tutele in Internet”) insieme a: Anne-Sophie Bordry (Facebook), Nicola D’Angelo (Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni), Marco Di Maio (Associazione Nazionale Stampa Online), Domenico Laforenza (IIT CNR), Vittorio Zambardino (Giornalista e blogger).

La seconda tavola rotonda, “Difendere la Rete o difenderci dalla Rete”, vedrà partecipare Marilù Capparelli (Google), Giuseppe Corasaniti (Università di Roma Sapienza), Elisa Grande (Presidenza del Consiglio dei Ministri), Benedetto Liberati (Associazione Nazionale Stampa Online) Mauro Paissan (Garante per la Protezione dei Dati Personali).

L’evento si terrà nella Sala delle Conferenze di Piazza Monte Citorio 123/A a Roma a partire dalle ore 14. L’ingresso è libero. Preregistrazione online sul sito di ANSO.

Come spunto preparatorio dell’evento, segnalo il consueto stimolo visionario di Jeff Jarvis che propone un manifesto di principi e diritti delle persone legate ad internet. Per sua ammissione si tratta di un documento preliminare, ma alcuni punti mi sembrano già ben posti:

  1. We have the right to connect.
  2. We have the right to speak.
  3. We have the right to assemble and to act.
  4. Privacy is an ethic of knowing.
  5. Publicness is an ethic of sharing.
  6. Our institutions’ information should be public by default, secret by necessity.
  7. What is public is a public good.
  8. All bits are created equal.
  9. The Internet must stay open and distributed.


Due news di fine maggio che trovo molto interessanti:

Nel primo caso, un grande editore potenzia la capacità di offrire ai suoi inserzionisti servizi digitali e creativi, aggiungendo lo sviluppo di app e video oltre a progetti social a tutto tondo. Il fatto che i publisher “si mettano a fare l’agenzia” è qualcosa di cui si dibatte da anni tra puristi e possibilisti. In epoca non sospetta (diciamo una decina di anni fa) quando Dada acquisì la maggioranza dell’agenzia che guidavo (Ad Maiora), ipotizzai un progetto per una factory creativa e di servizi per gli inserzionisti, in pratica, l’antesignano concetto dei “progetti speciali” di cui vivono molte concessionarie online. Probabilmente era prematuro e poi c’era l’accordo con RCS in vista, per cui il progetto sfumò.

Però ho sempre ritenuto intelligente che gli editori online non si riducano solo a vendere “banner al chilo” perché per sfruttare al meglio l’advertising online occorre una reale integrazione con i canali su cui si pianifica e nessuno meglio dei publisher li conosce e ne sa capitalizzare le caratteristiche.

Il caso di Tesco è pure interessante: la più grande catena di supermercati in UK (oltre 4.800 punti vendita) investe 60 milioni di dollari per acquisire un’azienda americana che si occupa di social marketing. L’obiettivo sembra orientarsi verso il social CRM, unendo attività di sviluppo del passaparola a quelle di social couponing per le quali l’acquisita Bzz Agent raggiunge già 800 mila persone. Tesco d’altronde deve recuperare terreno sul fronte social dove ad esempio Sainsbury’s con un decimo dei punti vendita rispetto a Tesco, ha la leadership per numero di fan su Facebook e follower su Twitter, distanziando i competitor in maniera significativa.

Qui la domanda è: quanto è produttivo internalizzare in toto le attività di un’agenzia che si occupa di social marketing? Per come la vedo io, restringendo l’azione su un mercato captive si rischia di limitare le capacità innovative e la velocità di reazione ai cambiamenti, che rimangono invece caratteristiche peculiari in questo ambito. Nel contempo, il deal Tesco/Bzz Agent dimostra che i tempi sono maturi per affrontare con convinzione i temi del social shopping e del social CRM.

Nel frattempo, buon business mashup a tutti!


HashtagTwitter secret handshake è un articolo del New York Times che va ad incrociare alcuni pensieri che ho in testa in questo periodo riguardo ai nuovi strumenti di potere delle persone in fatto di catalogazione delle informazioni. Per certi aspetti anche Schema.org di cui scrivevo, consente di aggiungere valore di contesto ai contenuti generati attraverso il web.

L’articolo del NYT mette invece in evidenza l’evoluzione dell’utilizzo dell’hashtag il quale, da segno utilizzato su Twitter per classificare l’argomento dei twit, sta trasformandosi in elemento descrittivo di situazioni e contenuti in molteplici ambiti, sia online che non.

Ricordando che l’utilizzo del “cancelletto” è nato spontaneamente dagli utenti Twitter, le stesse persone lo stanno impiegando ora per descrivere momenti di ogni tipo, quasi trasformandolo in un simbolo che ben rappresenta i nostri tempi:

“If Twitter is a compression of ideas and a compression of expression, then hashtags are just an extension of that, so of course it bleeds over into other forms of communication, because our time is compressed, our thoughts are compressed and our space is compressed,”

O ancora entra nel nostro linguaggio:

“The other funny thing that’s been happening is that people around the office have started to talk in hashtags — ‘Hashtag sorry I’m late,’ or ‘Hashtag bad day.’ ”

Mi prendo la libertà di una licenza, ossia quella di considerare per un attimo il nostro caro cancelletto l’equivalente del diesis. Lo so, sono due cose diverse: l’hashtag è un simbolo di punteggiatura, mentre il diesis è una notazione musicale. In comune hanno però la caratteristica di accrescere ciò a cui si riferiscono: il diesis alza una nota di un semitono, l’hashtag trasforma una parola in un significato descrittivo e genera contesto al paragrafo in cui è incluso.

Ora che ci penso, una valanga di anni fa avevo un’azienda che si chiamava Diesys (si, con la “y” lì)… Si faceva formazione e sviluppo software cercando di “dare qualcosa in più”.


Giornata intensa mercoledì al Social Business Forum, zeppa di sessioni su Social CRM, Enterprise 2.0, Social Business e tutto quello che ruota attorno. Ghiotto il piatto di respiro internazionale fornito ad oltre 50 relatori.

Qui pesco alcune delle note twittate frettolosamente a riguardo degli speech che ho seguito e poi riprendo alcune riflessioni che sono emerse nella tavola rotonda a cui ho partecipato.

Il piatto clou, a mio parere, è stata la relazione di Bill Johnston, Director of Global Community di Dell. Quello che mi sono portato a casa è l’esempio di una delle più articolate e produttive applicazioni di social business (dopo l’intervento mi è sembrato di dover rimettere l’orologio sul fuso italiano e quindi indietro di un paio di anni). Tuttavia, va sottolineato che lo stesso Johnston ha rimarcato che sono arrivati a determinati risultati solo dopo cinque anni di “esperimenti ed esperienze”, testimoniando a mio modo di vedere, la necessità di guardare ad uno spettro temporale relativamente ampio per applicare compiutamente una strategia di social business per un’azienda di quelle dimensioni.

Ha twittato bene Roberto Venturini:

per le ns aziende il social è la ciliegina sulla torta, per loro è *la torta*. E funziona.

ma, ribadisco, ci hanno messo cinque anni e, aggiungo, vennero stimolati da una crisi di reputation in particolare sullo scarso livello di assistenza, che li stava buttando fuori dal mercato.

Altro elemento fondamentale, è che nel timeplan che riporta i principali momenti del loro piano di social business, come punto iniziale c’è uno specifico input di Michael Dell, tanto a ricordarci che il commitment e la sponsorship del management sono cruciali.

Veniamo alla tavola rotonda sul Social CRM nella quale ho espresso alcuni concetti anche in controtendenza con quanto sentito durante il convegno:

  • Il concetto di mettere al centro dell’attenzione il cliente, assunto ripetuto a più riprese durante le sessioni, deve essere adottato dall’azienda nel suo insieme. Non significa solo potenziare il customer care o fare engagement sui social media, ma uscire per strada (mentalmente, ma non solo) e capire cosa vogliono i nostri clienti.
  • Sempre sul “cliente al centro del business” ho ribadito la grande difficoltà delle organizzazioni nell’applicare strategie condivise tra i vari team. Occorrerebbe imparare proprio dalle persone che quando trovano le giuste motivazioni e una tecnologia abilitante, fanno cose incredibili (basti pensare a Wikipedia oppure a cosa sono diventati e cosa rappresentano Facebook e YouTube per via dei contenuti generati dagli utenti).
      • Interessante il discorso sul gap che c’è tra desiderio delle aziende di sviluppare una relazione e interessi dei clienti concentrati su aspetti economici e utilitaristici. Io penso che non ci sia nulla di cui sorprendersi, dato che le aziende per prime utilizzano da decenni un approccio simile, fatto di dichiarazioni di amore per i clienti (lavoriamo per voi, realizziamo prodotti sicuri, convenienti, affidabili) ma che nasconde interessi decisamente divergenti con quanto si afferma. Ora il consumatore rende la pariglia: ok, fa un like sula pagina Facebook dei brand, ma si scatena in particolare in presenza di sconti e facilitazioni concrete. Come dargli torto?
        • Nel contempo, partendo dal presupposto che se chiediamo ai clienti cosa vorrebbero dalle aziende, raramente sono in grado di fornire soluzioni innovative ma piuttosto evolutive, allo stesso modo lo sviluppo di una relazione effettiva con i clienti va conquistata con l’assoluta trasparenza e apertura; perché le persone non sono abituate a sentirsi “veramente” considerate e ascoltate dalle organizzazioni, per cui è legittimo aspettarsi che siano inizialmente tiepide. Poi sono le prime a meravigliarsi positivamente quando si sentono coccolate o, semplicemente, trattate da individui. Solito discorso: per guadagnarsi fiducia e considerazione, occorre meritarsele!
        • Poi c’è stato un confronto tra monitoring (delle discussioni online) rispetto a listening. I miei due cents si sono concentrati nell’aggiungere action come elemento cruciale, soprattutto perché è proprio dalle attività che si intende sviluppare a valle dell’analisi, che si può calibrare opportunamente il tipo di ricerca. Se si parte da tutte le metriche che è possibile estrapolare o, peggio, ci si basa sul tipo di tecnologia disponibile, ci si ritroverà solo sommersi da tonnellate di dati. Quindi il trittico completo deve comprendere una giusta piattaforma tecnologica per il monitoring, un adeguato apporto umano di un ricercatore per la parte di listening e poi le figure professionali (aziendali e non) deputate a gestire la fase di action.

Eppoi dicono che i convegni sono tempo perso: a me costringono a focalizzare alcuni concetti e a condividerli. E’ già un risultato, no? Occhiolino


Non ho visto molti commenti in giro riguardo a Schema.org ed invece penso sia un’iniziativa importante. Si tratta della definizione di uno standard per segnalare ai motori di ricerca alcune caratteristiche strutturali dei contenuti delle propri pagine web, in modo che nei risultati di ricerca venga esposto non solo titolo, link e descrizione delle pagine, ma anche informazioni di dettaglio in funzione della richiesta.

Lo spiego meglio con un esempio (che riprendo da Searchengineland) a proposito di una ricerca relativa ad una ricetta, a fronte della quale è possibile selezionare i risultati in funzione degli ingredienti, del tempo di cottura, delle calorie, ecc. Sempre che, naturalmente, le pagine riportino i rispettivi valori strutturati in modo omogeneo.

Ricerca ricette su Google

Ora Schema.org nasce per sistematizzare i codici che permettono di catalogare i contenuti delle pagine in formati standard, secondo codici riconosciuti dai principali motori di ricerca: qui i link degli annunci contemporanei di Bing, Google e Yahoo! (in ordine alfabetico!).

Questi sono invece alcuni dei formati disponibili:

Sicuramente si tratta di lavoro aggiuntivo per webmaster e publisher online, ma se l’obiettivo è quello di risultare maggiormente rilevanti e pertinenti ai motori di ricerca, lo sforzo potrebbe essere ampiamente premiato.

È altresì evidente che tale sistema accelera la direzione intrapresa dai motori di ricerca di passare da catalogatori di siti a fornitori di risposte. Esplicativa come non mai l’espressone “noi vogliamo i vostri dati”, seppur detta in modo scherzoso, pronunciata da Luca Forlin, Strategic Partnership EMEA di Google, all’ultimo IAB Seminar il 4 aprile scorso (qui il link al PDF del suo intervento).