Archivio: novembre, 2008

Durante lo scorso IAB Forum ricordavo con Paolo Barberis un prodotto che avevamo confezionato nel 2000 o giù di lì. Si chiamava Superclick e probabilmente fu il primo servizio di advertising online basato sulle performance proposto in Italia. In pratica si poteva acquistare un certo numero di visite al sito e noi sviluppavamo i click da un mix di strumenti: motori di ricerca (non esisteva ancora Google ma c’era Overture), banner sui siti Dada, email attraverso una serie di partner.

Superclick fu un mezzo flop: probabilmente era troppo in anticipo sui tempi. In compenso (si fa per dire) suscitammo un po’ di irritazione da parte degli editori online, specie quelli tradizionali, che videro nel “pay per performance” un affronto alla valorizzazione dei loro spazi pubblicitari. Poi sappiamo come è andata.

Questa storia solo per introdurre l’argomento delle complessità della Rete. Con Superclick tentavamo di rendere comprensibile e semplice una pianificazione online che avesse un obiettivo di visite al sito. Così come già dal 1997 inventai “Motore Garantito” un servizio di posizionamento sui motori di ricerca che forniva dei risultati certi (in quel caso, invece, fu un grande successo).

Ebbene, col passare del tempo e con l’evoluzione della Rete, ho modificato in parte il mio punto di vista su complessità e semplificazione. Ho provato a spiegarlo con un articolo pubblicato lo scorso giovedì su Nòva che si può riassumere con un paragrafo:

“io penso che la ricerca di semplificazione e omologazione non solo non sia possibile, ma rischia di appiattire le principali potenzialità della Rete, la quale proprio nelle pieghe della sua oggettiva complessità, nasconde le opportunità migliori”

Trovo infatti che le richieste di facilitare, di creare standard e metriche che siano assimilabili con quelli precedenti, ecc. siano una tentazione per appiattire i progetti online solo perché diventino comparabili con i media tradizionali.

In aggiunta all’articolo per Nòva, ci sono altre riflessioni che vorrei condividere:

  • Se è vero che internet è complessa, è giusto auspicare che ci siano professionisti capaci di facilitarne l’utilizzo da parte delle aziende. L’importante è che si accetti di pagare il costo che questa semplificazione richiede, sapendo peraltro che è l’unico modo per cogliere tutte le opportunità disponibili.
  • A volte si confonde la semplificazione con la riduzione dell’inefficienza. Mi è tornato in mente lo speech che feci ad aprile da Microsoft in occasione dell’evento The Next Web Now!. In quell’occasione presentai uno scenario di un ricercatore americano di Microsoft, il quale immagina il mercato dell’advertising online futuro come una sorta di stock exchange, in cui la tecnologia semplifica l’operatività ma accresce la necessità di analisti. Una visione intrigante e per chi volesse approfondire c’è ora il webcast con slide e audio del mio intervento (oltre 40 minuti).

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Durante lo scorso IAB Forum ricordavo con Paolo Barberis un prodotto che avevamo confezionato nel 2000 o giù di lì. Si chiamava Superclick e probabilmente fu il primo servizio di advertising online basato sulle performance proposto in Italia. In pratica si poteva acquistare un certo numero di visite al sito e noi sviluppavamo i click da un mix di strumenti: motori di ricerca (non esisteva ancora Google ma c’era Overture), banner sui siti Dada, email attraverso una serie di partner.

Superclick fu un mezzo flop: probabilmente era troppo in anticipo sui tempi. In compenso (si fa per dire) suscitammo un po’ di irritazione da parte degli editori online, specie quelli tradizionali, che videro nel “pay per performance” un affronto alla valorizzazione dei loro spazi pubblicitari. Poi sappiamo come è andata.

Questa storia solo per introdurre l’argomento delle complessità della Rete. Con Superclick tentavamo di rendere comprensibile e semplice una pianificazione online che avesse un obiettivo di visite al sito. Così come già dal 1997 inventai “Motore Garantito” un servizio di posizionamento sui motori di ricerca che forniva dei risultati certi (in quel caso, invece, fu un grande successo).

Ebbene, col passare del tempo e con l’evoluzione della Rete, ho modificato in parte il mio punto di vista su complessità e semplificazione. Ho provato a spiegarlo con un articolo pubblicato lo scorso giovedì su Nòva che si può riassumere con un paragrafo:

“io penso che la ricerca di semplificazione e omologazione non solo non sia possibile, ma rischia di appiattire le principali potenzialità della Rete, la quale proprio nelle pieghe della sua oggettiva complessità, nasconde le opportunità migliori”

Trovo infatti che le richieste di facilitare, di creare standard e metriche che siano assimilabili con quelli precedenti, ecc. siano una tentazione per appiattire i progetti online solo perché diventino comparabili con i media tradizionali.

In aggiunta all’articolo per Nòva, ci sono altre riflessioni che vorrei condividere:

  • Se è vero che internet è complessa, è giusto auspicare che ci siano professionisti capaci di facilitarne l’utilizzo da parte delle aziende. L’importante è che si accetti di pagare il costo che questa semplificazione richiede, sapendo peraltro che è l’unico modo per cogliere tutte le opportunità disponibili.
  • A volte si confonde la semplificazione con la riduzione dell’inefficienza. Mi è tornato in mente lo speech che feci ad aprile da Microsoft in occasione dell’evento The Next Web Now!. In quell’occasione presentai uno scenario di un ricercatore americano di Microsoft, il quale immagina il mercato dell’advertising online futuro come una sorta di stock exchange, in cui la tecnologia semplifica l’operatività ma accresce la necessità di analisti. Una visione intrigante e per chi volesse approfondire c’è ora il webcast con slide e audio del mio intervento (oltre 40 minuti).

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Un po’ didascalico ma lo segnalo comunque: Why Social Media May Not be Right For You!. Una prima lista di motivi è scherzosa (ma non più di tanto):

  • You hate publicity
  • You have something terrible to hide
  • You are too busy being a star to bother with networking
  • You’re less than ten year’s old or over 100
  • You already have too many customers
  • You’re dead

Poi il post prosegue più seriamente.

Ora scappo per fare la seconda parte di una lezione ad un master di marketing e comunicazione. Si, si, lo so che è sabato…


Urca quanto è bravo Joi Ito. Non che non lo sapessi, è che la nevicata milanese mi stava quasi scoraggiando ad andare ad ascoltarlo al Meet The Media Guru, ed invece alla fine ne è valsa decisamente la pena.

Durante il suo speech ho annotato un sacco di spunti che vorrei mettere in ordine prima di dedicargli un post vero e proprio. Marco, più diligente, le sue annotazioni le ha messe direttamente live sui FiendFeed.

Intanto due cose su tutte: il focus su World of Warcraft mi ha perfettamente rappresentato mio figlio che ne è un competente e appassionato giocatore; poi l’ultima bella domanda di Lele sul tempo e Joi che parla di “polichronic time” (di cui ho trovato al volo uno schemino indicativo e una pagina su wikipedia) su cui tornerò di sicuro.

Ora ci vuole qualche ora di sonno per metabolizzare questa nevosa intensa giornata milanese.

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Internet ha creato un mercato complesso, sconvolgendo professioni, cambiando il rapporto tra le persone, mettendo in crisi modelli economici che apparivano consolidati. Le aziende e le organizzazioni chiedono a più riprese agli addetti ai lavori di rendere più semplici e comprensibili le loro proposte di servizi legate alla Rete. Auspicano di poter omologare le analisi e le metriche utilizzate per altri comparti a quelli relativi ad internet. L’ultimo appello in ordine di tempo è arrivato dall’edizione 2008 di IAB Forum, l’evento dedicato alla comunicazione interattiva, nel quale molte aziende hanno reiterato l’invito: semplifichiamo l’approccio ad internet che oggi è invece eccessivamente articolato e gestito da troppe figure professionali diverse, allineiamo le numeriche della Rete con quelle con le quali si gestiscono i media tradizionali, forniteci supporto formativo sui più recenti servizi e tool online.

Ebbene, io penso che la ricerca di semplificazione e omologazione non solo non sia possibile, ma rischia di appiattire le principali potenzialità della Rete, la quale proprio nelle pieghe della sua oggettiva complessità, nasconde le opportunità migliori. Per spiegare meglio cosa intendo, volevo partire da un’esperienza di qualche anno fa.

Nel periodo in cui si diffusero i primi personal computer io mi occupavo, tra l’altro, di formazione sui programmi applicativi. Era molto interessante verificare l’approccio che gli utenti avevano con i primi programmi per la scrittura. Anche se i loro nomi erano tutto sommato rassicuranti (Wordstar, Word, Word Perfect, ecc.), ciò che intimoriva era la quantità di funzioni disponibili: “come riusciremo a impararle tutte?”. D’altronde, il naturale confronto era con la base di esperienze maturate con lo strumento precedente, ossia la macchina da scrivere, la cui gamma di opzioni era praticamente circoscritta al numero dei pulsanti visibili sulla tastiera. Dei word processor, invece, spaventava l’incognita delle funzioni non immediatamente riconoscibili, la presunta necessità che per poterli utilizzare occorresse imparare ogni singola funzione. Allora qualche produttore di software provò a realizzare delle applicazioni semplificate: programmi spartani e facilissimi anche se dotati di tutte le caratteristiche fondamentali: ebbene, furono un completo fallimento. Alla fine, gli utenti brontolavano un po’ ma avevano capito una regola fondamentale: la complessità è anche sinonimo di versatilità; la semplificazione, invece, molto spesso sottrae valore. Il punto semmai è quello di poter gestire la complessità in modo produttivo e profittevole. E qui torniamo alla Rete.

Prendiamone atto una volta per tutte: che ci piaccia o no, internet è molto complessa e non è omologabile col passato. Non sono gli operatori del settore che “la fanno difficile”, è invece la sua struttura ad essere splendidamente inedita e articolata. Ricordiamolo ancora: internet non è un “media” ma un ambiente digitale di relazione e questo complica la vita quando si vuole conformarlo all’approccio e alle metriche dei mezzi di comunicazione tradizionali. Troviamo un’indiretta conferma di questo anche nell’interessante relazione a IAB Forum di Marco Vernocchi, Managing Director M&E Europe di Accenture, che mostra tutta l’articolazione del mondo della comunicazione digitale attraverso le svariate figure professionali presenti sul mercato. Io penso che non siano solo frutto della relativa gioventù del settore (almeno rispetto agli altri mezzi), ma dell’oggettiva necessità di gestire attività diversificate e peraltro in continuo divenire.

Volersi rapportare al passato oppure sperare che la complessità della Rete possa svanire magicamente, rischia solo di far perdere opportunità. Sarebbe come dover camminare (anzi, correre) in avanti e, anziché sviluppare le capacità di capire la direzione da prendere tra le innumerevoli direzioni a disposizione, si continuasse a guardare indietro rischiando di sbattere al primo ostacolo, oppure si cercasse di trovare la direzione guardando una cartina stradale ormai desueta. Meglio cercare una guida esperta, anzi, uno sherpa, capace di avvicinare a mete impervie anche rocciatori non professionisti, sapendo però che nessuno potrà mai eliminare l’impegno e la fatica necessari per arrivare in vetta.

Articolo pubblicato su Nòva/IlSole24Ore del 27 Novembre 2008


Internet ha creato un mercato complesso, sconvolgendo professioni, cambiando il rapporto tra le persone, mettendo in crisi modelli economici che apparivano consolidati. Le aziende e le organizzazioni chiedono a più riprese agli addetti ai lavori di rendere più semplici e comprensibili le loro proposte di servizi legate alla Rete. Auspicano di poter omologare le analisi e le metriche utilizzate per altri comparti a quelli relativi ad internet. L’ultimo appello in ordine di tempo è arrivato dall’edizione 2008 di IAB Forum, l’evento dedicato alla comunicazione interattiva, nel quale molte aziende hanno reiterato l’invito: semplifichiamo l’approccio ad internet che oggi è invece eccessivamente articolato e gestito da troppe figure professionali diverse, allineiamo le numeriche della Rete con quelle con le quali si gestiscono i media tradizionali, forniteci supporto formativo sui più recenti servizi e tool online.

Ebbene, io penso che la ricerca di semplificazione e omologazione non solo non sia possibile, ma rischia di appiattire le principali potenzialità della Rete, la quale proprio nelle pieghe della sua oggettiva complessità, nasconde le opportunità migliori. Per spiegare meglio cosa intendo, volevo partire da un’esperienza di qualche anno fa.

Nel periodo in cui si diffusero i primi personal computer io mi occupavo, tra l’altro, di formazione sui programmi applicativi. Era molto interessante verificare l’approccio che gli utenti avevano con i primi programmi per la scrittura. Anche se i loro nomi erano tutto sommato rassicuranti (Wordstar, Word, Word Perfect, ecc.), ciò che intimoriva era la quantità di funzioni disponibili: “come riusciremo a impararle tutte?”. D’altronde, il naturale confronto era con la base di esperienze maturate con lo strumento precedente, ossia la macchina da scrivere, la cui gamma di opzioni era praticamente circoscritta al numero dei pulsanti visibili sulla tastiera. Dei word processor, invece, spaventava l’incognita delle funzioni non immediatamente riconoscibili, la presunta necessità che per poterli utilizzare occorresse imparare ogni singola funzione. Allora qualche produttore di software provò a realizzare delle applicazioni semplificate: programmi spartani e facilissimi anche se dotati di tutte le caratteristiche fondamentali: ebbene, furono un completo fallimento. Alla fine, gli utenti brontolavano un po’ ma avevano capito una regola fondamentale: la complessità è anche sinonimo di versatilità; la semplificazione, invece, molto spesso sottrae valore. Il punto semmai è quello di poter gestire la complessità in modo produttivo e profittevole. E qui torniamo alla Rete.

Prendiamone atto una volta per tutte: che ci piaccia o no, internet è molto complessa e non è omologabile col passato. Non sono gli operatori del settore che “la fanno difficile”, è invece la sua struttura ad essere splendidamente inedita e articolata. Ricordiamolo ancora: internet non è un “media” ma un ambiente digitale di relazione e questo complica la vita quando si vuole conformarlo all’approccio e alle metriche dei mezzi di comunicazione tradizionali. Troviamo un’indiretta conferma di questo anche nell’interessante relazione a IAB Forum di Marco Vernocchi, Managing Director M&E Europe di Accenture, che mostra tutta l’articolazione del mondo della comunicazione digitale attraverso le svariate figure professionali presenti sul mercato. Io penso che non siano solo frutto della relativa gioventù del settore (almeno rispetto agli altri mezzi), ma dell’oggettiva necessità di gestire attività diversificate e peraltro in continuo divenire.

Volersi rapportare al passato oppure sperare che la complessità della Rete possa svanire magicamente, rischia solo di far perdere opportunità. Sarebbe come dover camminare (anzi, correre) in avanti e, anziché sviluppare le capacità di capire la direzione da prendere tra le innumerevoli direzioni a disposizione, si continuasse a guardare indietro rischiando di sbattere al primo ostacolo, oppure si cercasse di trovare la direzione guardando una cartina stradale ormai desueta. Meglio cercare una guida esperta, anzi, uno sherpa, capace di avvicinare a mete impervie anche rocciatori non professionisti, sapendo però che nessuno potrà mai eliminare l’impegno e la fatica necessari per arrivare in vetta.

Articolo pubblicato su Nòva/IlSole24Ore del 27 Novembre 2008


Quest’anno il MediaKey Award mi è sembrato piuttosto piacevole. Il problema è che non è banale mantenere alta l’attenzione con una carrellata lunghissima di nomination, “the winner is”, foto ai premiati, ecc. Però questa volta è andata meglio di altre edizioni, probabilmente anche merito di Giorgia Surina che ha condotto in modo divertito e divertente.

Io sono arrivato un po’ in ritardo (ero a sentire Tapscott, di cui scriverò in un altro post), giusto in tempo per premiare un paio i vincitori come rappresentante di IAB.

Paolo Migone e Mauro Lupi al MediaKey Award Tra i premiati, mi piace segnalare Ufficio Reclam con Paolo Migone come protagonista. L’avevo già evidenziato qualche mese fa e l’altra sera sono andato a fargli i complimenti. Mi ha raccontato del suo nuovo spettacolo sulle energie rinnovabili e del modo col quale ha coinvolto alcune aziende: interessante. Gli ho anche detto che la mia ammirazione per lui è ulteriormente aumentata dopo averlo intravisto mentre entrava ad un concerto milanese di Springsteen. Grazie a Nazzareno per la foto.


Come già segnalato, lunedì scorso ho partecipato ad una interessante conferenza sull’Enterprice Search organizzata da Microsoft. La maggior parte dei partecipanti sono stati responsabili IT di di aziende di dimensioni medio-grandi.

Ho notato con favore la consapevolezza che il web deve necessariamente affiancare le reti aziendali interne, sia riprendendo alcune logiche dei motori di ricerca generalisti, sia (e forse soprattutto) acquisire le esperienze dei social network. Mi ha invece sorpreso che solo un terzo dei partecipanti ha alzato la mano quando ho chiesto chi usasse i Feed RSS.

Probabilmente nei prossimi giorni verranno messe online tutte le presentazioni, compresi degli estratti audio, Intanto qui le mie chart:

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Come già segnalato, lunedì scorso ho partecipato ad una interessante conferenza sull’Enterprice Search organizzata da Microsoft. La maggior parte dei partecipanti sono stati responsabili IT di di aziende di dimensioni medio-grandi.

Ho notato con favore la consapevolezza che il web deve necessariamente affiancare le reti aziendali interne, sia riprendendo alcune logiche dei motori di ricerca generalisti, sia (e forse soprattutto) acquisire le esperienze dei social network. Mi ha invece sorpreso che solo un terzo dei partecipanti ha alzato la mano quando ho chiesto chi usasse i Feed RSS.

Probabilmente nei prossimi giorni verranno messe online tutte le presentazioni, compresi degli estratti audio, Intanto qui le mie chart:

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Bella soddisfazione per SEMPO, l’associazione di aziende e professionisti del search marketing (di cui sono stato nel board per qualche anno) essere chiamata ad aprire le contrattazione al Nasdaq il prossimo primo dicembre. Sull’area Facebook di SEMPO ci sono tutti i dettagli.

Una cosa che trovo curiosa: nella pagina del Nasdaq in cui si presenta il momento dell’Opening Bell, c’è attualmente una foto con Jerry Yang e Terry Semel, ex capi di Yahoo! Non ne potevano scegliere un’altra? :)

A proposito di SEMPO, segnalo che la prossima settimana durante l’ExpoComm alla Nuova Fiera di Roma, verrà tenuta uno specifico workshop sul search marketing.

E visto che si parla di ExpoComm, segnalo che anche che parteciperò alla sessione “Web 2.0 e opportunità delle reti di nuove generazione: binomio vincente per il business?” che si terrà mercoledì 3 dicembre dalle ore 12:30 alle14:30 nella  sala Domizia. Se passate, fate un fischio :)

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Si chiama Tam Tamy e sarà un giorno online dedicato alle prospettive di innovazione Web 2.0 in tempi di crisi e su come la tecnologia possa supportare le aziende in termini di produttività, sviluppo del business e contenimento dei costi.

Quando? Domani, 27 novembre al TamTamyDay.

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Più tardi se ho un secondo metto online le chart dell’Enterprice Search Conference di Microsoft, evento in cui ho potuto scambiare interessanti opinioni con IT manager e affini. In casa Microsoft oggi però si parlava di Kumo, che dovrebbe essere il nome che prenderà “Live Search”. Sarà che l’oriente è cool (Kumo pare significhi ragno o nuvola in giapponese), ma a me non convince.

Ora scappo a sentire Don Tapscott (Wikinomics), poi vi dico. Di seguito faccio un salto al Media Key Award.


Periodo di ritmi intensi e di priorità che scalciano guadagnarsi un posto in cima alla lista. Così alcuni dei libri che ho letto più o meno velocemente in questi ultimi mesi, dovranno condividere una recensione sintetica in questo unico post anziché averne uno per ciascuno.

Il mestiere di scrivere - Luisa Carrada Il mestiere di scrivere di Luisa Carrada. Piacevole e elegante, il libro di Luisa conferma lo stile e l’esperienza dimostrata da tanti anni sul campo anche mediante il suo sito e il suo blog. Imperdibile per chi vuole avere un quadro complessivo su forma e contenuti nell’epoca della comunicazione digitale. Davvero onoratissimo di essere citato in un paio di occasioni: grazie!

Get Content. Get Customers - Newt Barrett, Joe Pulizzi Get Content. Get Customers di Newt Barrett e Joe Pulizzi. Da quando ho iniziato ad interessarmi ai contenuti generati dalle aziende, ho potuto verificare che anche in terra d’America si sta sviluppando una linea di pensiero sul tema del content marketing. Questo è uno dei libri sull’argomento piuttosto ben fatto. Oltre la metà del testo raccoglie dei casi aziendali, diversi per tipo di progetto e segmento di mercato.

Community management - Emanuele Scotti, Rosario Sica Community management di Emanuele Scotti e Rosario Sica. Dice un po’ tutto il sottotitolo: “Processi informali, social networking e tecnologie Web 2.0 per la gestione della conoscenza nelle organizzazioni”. Dedicato a vuole avere una visione abbastanza pragmatica del “2.0” da un ottica interna alle organizzazioni, attraverso l’esperienza delle comunità di pratica.

Noi è meglio - Barry Libert, Jon Spector Noi è meglio di Barry Libert e Jon Spector. Inno alla collaborazione, alla mutualità, al networking, tutti elementi resi possibili dalle più recenti applicazioni in Rete. In verità il libro non mi ha entusiasmato, forse perché ruota eccessivamente attorno ad uno stesso concetto, seppur rilevante. Dalle numerose case history escono comunque idee e spunti di un certo interesse.

Email marketing, Roberto GhislandiEmail marketing di Roberto Ghislandi. Tutto quello che avreste voluto sapere sull’email marketing e che se anche aveste osato chiedere, pochi avrebbero risposto in questo modo. Si tratta di un libro completo e ricco di esempi che copre tutti i principali aspetti della comunicazione via posta elettronica. Un libro che in Italia mancava.

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L’attenzione su Facebook in questi giorni è altissima. Io lo utilizzo  professionalmente per cui tendo a tralasciare le storie di gossip e cronaca, mentre ne seguo attentamente i modelli economici. Leggo su DailyNet di oggi un’affermazione di Ted McConnell, a capo del marketing di Procter & Gamble, che mi lascia perplesso:

Non capisco perché continuiamo a definire Facebook un consumer generated media. I consumatori non avevano intenzione di creare un media, ma semplicemente di parlare tra loro

McConnell afferma pure che le aziende non dovrebbero fare pubblicità su Facebook e che “i social network non hanno il diritto di guadagnare dalle conversazioni tra gli utenti”.

Non sono assolutamente d’accordo: credo che la maggior parte degli utenti della Rete abbiamo ormai dato per assodato che quello è il prezzo da pagare per avere servizi gratuiti. Altrimenti dovremmo scordarci le email online e gli instant messenger, anche questi strumenti di conversazione tra gli utenti. Quale sarebbe l’alternativa? Fare pagare l’uso dei social network? Creare una Facebook Onlus? Ma dai…

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I vecchiotti della Rete (come il sottoscritto) sono tutti mediamente affezionati a Yahoo!. Penso abbia rappresentato meglio di chiunque altro lo spirito informale e innovatore che ha animato la prima parte della storia di internet vissuta finora.

Incontrai velocemente Jerry Yang a Milano dieci anni fa. Era il periodo in cui questi neo-miliardari in pieno “periodo dot.com” esaltavano un look sbarazzino in mezzo a tanti incravattati che cercavano di capire che stava succedendo. Marco Ottolini fa un interessante flashback su Yang, arricchito pure da una suggestiva ipotesi su come andarono le cose.

Adesso che il leader di Yahoo! esce di scena, spero che l’’azienda riesca a riprendersi da un momento oggettivamente complicato. Magari finalmente confluire dentro Microsoft, alla quale penso non farebbe male un po’ del colorito viola di Sunnyvale.

Purtroppo molte figure chiave hanno lasciato l’azienda: ancora non posso credere che si siano persi per strada gli ideatori di cose come Flickr, Delicious, ecc. Eppure dentro Yahoo! ci sono ancora tante potenzialità, tanta passione, e ne ho avuto conferma un paio di settimane fa durante una piacevole cena a cui ha partecipato anche uno dei manager europei. Certo, l’entusiasmo non basta a tenere in piedi un business. Ora serve una strategia chiara (Gianluca, fai qualcosa!). E penso possa tornare utile all’intero mercato.

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Microsoft Enterprise Search Conference Lunedì prossimo parteciperò ad un interessante incontro organizzato da Microsoft con la partecipazione di alcune aziende partner tra le quali Expert System e Ad Maiora.

Si tratta della prima edizione della conferenza sull’Enterprise Search che tratterà della gestione della conoscenza e del patrimonio informativo all’interno delle aziende.

Da parte mia, proverò a ragionare sul fatto che il concetto di divisione tra interno ed esterno alle aziende va decisamente sfumando e di come la funzione di ricerca stia evolvendosi in strumento di filtro, per il quale sono i singoli individui i protagonisti mentre la tecnologia è lo strumento abilitante e non l’unico solutore. Conto di riprendere anche il concetto “i motori di ricerca siamo noi” che mi porto dietro da tempo.

Penso che l’incontro possa interessare chiunque si occupi di intranet e di gestione delle informazioni all’interno di aziende e organizzazioni.

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In questo periodo di recessione, è normale che anche il nanopublishing (ossia gli editori online che si basano su blog) accusi qualche colpo (come segnalava anche Alessio). Però c’è anche chi cresce e si evolve. Sto parlando di MasterNewMedia, il progetto di Robin Good di cui avevo segnalato qualche tempo la nuova strategia editoriale.

Ebbene, è di qualche minuto fa l’annuncio che MasterNewMedia è entrato nel network pubblicitario Federated Media, ossia il gruppo di John Battelle che raccoglie oltre 150 blog tra i più popolari al mondo. Quello di Robin è il secondo blog europeo ad entrare nel network e va ad affiancarsi, tra gli altri, a TechCrunch, Digg e Search Engine Land. Complimenti!

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Articolo di Mauro Lupi per il pamphlet IAB 2008Un altro articolo da segnalare: nel consueto pamphlet annuale di IAB Italia sulla pubblicità interattiva (qui il PDF integrale), ho scritto un articolo dal titolo “La Rete è lo strumento migliore per gestire il cambiamento nel rapporto azienda-consumatore”.

Si tratta di un pezzo volutamente “basic” ma che evidenza alcuni dei cambiamenti sostanziali nel modo di interpretare e capitalizzare la comunicazione online. Buona lettura :)

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Ho messo online l’articolo uscito ieri su Nòva e dedicato a come decifrare il web. Il titolo di questo post, riprende uno dei quattro punti che ho indicato:

La quantità di contenuti digitali è un mare in piena: meglio analizzarlo dall’alto perché a concentrarsi troppo sui particolare o con eccessiva minuzia, fa rischiare solamente di essere travolti dall’onda. Inutile è anche cercare di mettere argini e costruire dighe: meglio imparare a fare surf.

L’espressione “sta arrivando un’onda travolgente: anziché nasconderti, impara a fare surf” la sentii un po’ di anni fa ad un convegno (non ricordo proprio quale) e poi la utilizzai in un meeting aziendale per suggerire il modo per gestire il continuo cambiamento che caratterizza la comunicazione online.

Fare surf per me significa riservarsi dei momenti per guardare ciò che succede in modo distaccato e il più possibile “out of the box”. Significa anche prendere atto di tutto quello che avviene (positivo o meno che sia) e regolarsi di conseguenza provando a fare la nostra parte, rassegnandosi peraltro che non esistono più posizioni di rendita. E questo vale sia che ci si riferisca alle quote di mercato oppure al posizionamento nei motori di ricerca.


Technorati è stato per diversi anni il principale punto di riferimento nell’analisi dell’articolato mondo dei blog, tanto da essere identificato come il “Google dei blog”. Ha iniziato a perdere di smalto per via di saltuari problemi tecnici ma soprattutto perché è la blogosfera ad essere cambiata. Lo testimonia il fatto che la rilevazione sulla numerosità e tipologia dei blog svolta periodicamente da Technorati per fotografare l’intero settore, oggi è stata praticamente sostituita da un’indagine realizzata mediante interviste. Dall’esame quantitativo e generalizzato sulla numerosità e sulla frequenza di pubblicazione, si è passati ad analizzare elementi più specifici tra i quali il modello di business (quando esiste) sottostante ai blog.

È una specie di resa consapevole di fronte alla difficoltà di classificare quella che, insieme ai video e alle foto condivise online, è la parte più significativa degli user generated content. A ciò si aggiunge la continua polverizzazione di tali contenuti in altre decine di luoghi differenti: i microblog di Tumblr, le comunicazioni brevi di Twitter, i social network verticali di Ning, le relazioni su Facebook, senza dimenticare FriendFeed che prova a fare da collettore a tutto questo. C’è anche Knol, la piattaforma di Google per la pubblicazione di articoli, disponibile ora anche in italiano.

Uno scenario che si evolve rapidamente verso cento direzioni differenti, ove l’unica certezza è che tra sei mesi potremmo trovarci davanti una situazione nuovamente diversa. Tutto questo fa impazzire chi prova a capire e fotografare la Rete con sistemi e metriche con cui si valutano gli altri mezzi di comunicazione. Le logiche delle classifiche e delle generalizzazioni non funzionano più. I blog più seguiti e popolari sono comunque fenomeni circoscritti e difficilmente (lo si spera in qualità di lettori) diventeranno singoli canali mainstream. Di certo non rappresentano la blogosfera tutta, che invece è sempre più espressione delle splendide diversità di cui si compone il genere umano. Così come i due milioni di utenti che usano Facebook, altro non sono che un eterogeneo insieme di persone non certo rappresentativo di valori comuni se non quello relativo all’uso uno strumento online, adottato peraltro in massa solo negli ultimi sei mesi e che alla stessa velocità potrebbe orientarsi altrove in futuro.

Decifrare social network e blog presuppone accettare alcune regole non scritte che iniziano però a ripetersi in questo pur breve periodo di esistenza.

  1. Le aggregazioni attorno a siti e servizi online hanno dei cicli di vita piuttosto brevi. Si crea spesso una specie di loop che esplode nel momento di massima popolarità per rigenerarsi in mille modi diversi. Quindi è bene dedicare l’attenzione su più fronti, pronti però a cambiare rotta quando serve.
  2. La quantità di contenuti digitali è un mare in piena: meglio analizzarlo dall’alto perché a concentrarsi troppo sui particolare o con eccessiva minuzia, fa rischiare solamente di essere travolti dall’onda. Inutile è anche cercare di mettere argini e costruire dighe: meglio imparare a fare surf.
  3. Chi per ragioni personali o professionali ha interesse a far parte di questo ecosistema digitale, non può limitarsi ad “esserci” ma ne deve diventarne effettivamente uno degli elementi. In pratica, la differenza tra aprire un blog autoreferenziale piuttosto che relazionarsi con una serie di “ambienti” nei quali si ascolta e si ha qualcosa di interessante da raccontare.
  4. Non esiste un “prime time” sulla Rete se lo si cerca di individuare su canali specifici. Audience, influenza e impatti significativi, sono generati da internet quando scattano le sue capacità di aggregare le persone e sviluppare cicli virtuosi crescenti. E succede quando la tanto decantata “viralità” della Rete, risulta essere il frutto di motivazioni oggettive piuttosto che un caratteristica ricercata dai marketers.

Articolo pubblicato su Nòva/IlSole24Ore del 13 Novembre 2008


Oggi faccio il paio con Massimo Mantellini su Nòva/IlSole24Ore e con Marco Montemagno in un intervista su DailyNet. In qualche modo le due cose sembrano collegate: da una parte si prova ad analizzare i fenomeni, proprio mentre c’è chi tenta di legiferare in un modo che appare inconcepibile.

Su Nòva, Massimo torna sull’articolo di Wired che sostiene che i blog sono morti, esprimendo invece parere esattamente opposto. E io concordo decisamente. Nel mio pezzo cerco di individuare delle logiche con cui valutare non solo i blog, ma le applicazioni digitali in genere; scrivo di come affrontare il mare in piena degli ambienti online con cui è opportuno avere a che fare.

Nòva di oggi è peraltro ricco di tanti articoli interessanti: si tratta di cloud computing, di lavoratori dell’immateriale e poi Giampaolo Colletti accenna ad una ricerca dell’Università Bocconi sul rapporto tra aziende e social media. Con l’occasione: simpatica discussione avviata da Maurizio su FriendFeed in cui si enfatizza la qualità di Nòva.

Su DailyNet, l’articolo di Fabbricini riguarda il noto decreto che prevedrebbe l’obbligo di iscrizione al registro degli organi di comunicazione (Roc) per i blog collegati ad un’attività economica. Marco come me è ovviamente contrario. Io magari esagero ma dico, tra l’altro, che se una legge bisogna fare, allora facciamone una che obbliga i legislatori a fare dei corsi per capire internet prima di legiferare. È un tema caldissimo e delicato, ben ripreso anche da Mario Adinolfi su Europa di oggi.

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BlendTec - Will it blend? Storia e dettagli di una delle più profittevoli case history nel settore dei contenuti generati dalle aziende, ossia quella della BlendTec, un produttore di frullatori che con i suoi divertenti video della serie “Will it blend?” ha moltiplicato il fatturato del 700% (esatto, sette volte).

Nell’articolo, interessante l’elenco dei rischi di campagne di questo tipo che inizia così: “The biggest risk is to not do it

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BlendTec - Will it blend? Storia e dettagli di una delle più profittevoli case history nel settore dei contenuti generati dalle aziende, ossia quella della BlendTec, un produttore di frullatori che con i suoi divertenti video della serie “Will it blend?” ha moltiplicato il fatturato del 700% (esatto, sette volte).

Nell’articolo, interessante l’elenco dei rischi di campagne di questo tipo che inizia così: “The biggest risk is to not do it

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In veloce carrellata alcune delle parole chiavi che secondo me hanno contraddistinto lo IAB Forum di quest’anno:

  • Complessità. Si è preso atto che la comunicazione digitale si complica e si rinnova la richiesta agli operatori del settore di semplificare i messaggi, le metriche, le soluzioni. Beh, non sono d’accordo. Penso che le opportunità della Rete siamo proprio dovute alla sua articolazione. Su questo tema proverò a spiegarmi meglio in un prossimo post.
  • Creatività. Lo constato anch’io tutti i giorni: la classica richiesta delle aziende è di ricevere proposte innovative, originali, fuori dagli schemi. E sono istanze non sempre soddisfatte dai loro interlocutori tradizionali.
  • Fiducia. È la parola con cui Layla ha chiuso la seconda sessione plenaria. Fiducia tra aziende e operatori del settore, elemento indispensabile per una reale efficienza dei progetti. Che poi viaggia in parallelo con la fiducia che i brand sono tenuto a (ri)conquistare ogni giorno sul mercato nei confronti dei consumatori.
  • Impatto zero. Vale la pena ricordarlo: IAB Forum è stato un evento a impatto zero per l’ambiente. Un momento speciale quello di Roveda di Lifegate che si emoziona durante il suo speech.
  • Da una slide di Vernocchgi di Accenture a IAB Forum 2008 Barriere al successo. Notevole il lavoro di Accenture che insieme a IAB sta cercando di “mappare” l’intero mercato digitale, sicuramente sottostimato se si guarda solo la parte della pubblicità online. Memorabile la chart di Vernocchi, capo di Europa e Sud America di Accenture, sulla contrapposizione tra Barriere all’ingresso e Barriere al successo (evidenziata anche da Andrea), così come quella tra Analog dollars e Digital cents.
  • Crisi. Non ho trovato del tutto coerente l’analisi da Binaghi di OMD (qui le sue chart) partendo dalle due ultime crisi della pubblicità. Il semplice elemento distintivo di oggi, è che mentre in passato tutti mezzi hanno subito decrementi importanti, nel momento attuale la Rete continua con un segno positivo a due cifre.
  • Obama. Inutile negarlo: il nuovo Presidente degli Stati Uniti ha dimostrato con i fatti cosa può scatenare un uso intelligente di internet. È vero che lo ha fatto investendo molti soldi, ma nel contempo il primo consulente che ha ascoltato è stato il fondatore di Facebook!
  • Branding. Quasi tutte le case history presentate avevano al centro obiettivi i branding, compresa quella di Expedia interessata in genere solo ad attività direct. Nulla di male, specie pensando che nei media tradizionali quella è la parte più corposa dello spending. Forse è mancata una maggiore attenzione all’e-commerce e all’infocommerce che penso meritino maggiore spazio.
  • 20%. È la percentuale di crescita della pubblicità online che IAB stima per il 2009 rispetto al 2008 (che chiude con un +23,3% a 843 milioni di Euro).
  • Formazione. La chiedono le aziende, la auspica Duranti di Nielsen, la propongono molti operatori del settore. A me sembra che si confonde la formazione/informazione su tool, strumenti e tecnologie, con un approccio più strategico che invece è quello che spesso manca. Ad esempio, è inutile spiegare Facebook a chi non ha voglia o capacità di sviluppare davvero la conversazione con le persone.

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Sto raccogliendo un po’ di opinioni sull’edizione di IAB Forum di quest’anno. Come se fosse un taccuino virtuale ho annotato i post di Maurizio che chiede una visione strategica, un twit di Mafe che avvia una discussione sul valore complessivo del mercato digitale, Davide che scrive di fusion, e Francesco che mi onora di tanti superlativi…

Intanto potete trovare un po’ di video e immagini sul blog di IAB e una gallery di foto sul sito di IAB Forum. Ecco come ho aperto l’evento:

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