Archivio: ottobre, 2007

Raggruppo un po’ di segnalazioni per una bella navigata domenicale:

  • Alberto mi segnala Kindo, un social network dedicato alla famiglia appena uscito dalla beta, sviluppato da italiani che lavorano a Londra. In bocca al lupo!
  • Gianandrea Giacoma è un ricercatore in PKM360 nel Dip. di Psicologia dell’Univ. Cattolica di Milano che insieme a Davide Casali sta portando avanti “una raccolta delle principali teorie, competenze e conoscenze necessarie a sviluppare e/o analizzare un Social Network”, il tutto coordinato attraverso un wiki.
  • Per gli appassionati di musica, Ivana mi segnala Downlovers. In pratica, musica da scaricare gratuitamente (e legalmente) in cambio di qualche secondo di pubblicità.
  • Marco mi segnala invece di aver tradotto una raccolta di link per il monitoraggio del buzz marketing, a suo tempo postata da Andy Beal.
  • Merita un’occhiata ilcomunicatore, il blog di Luca Taddei che ho conosciuto tramite il progetto Bloglab e che si occupa di “pensare comunicazione per fare comunicazione”.
  • Infine: ricordo che è ancora aperta la votazione… sulla mia faccia :)

Tags:


Everything is miscellaneous - David Weinberger Un libro da gustare poco alla volta, che parte lento e poi ti spara senza indugi gli elementi che stanno cambiando il mondo, almeno tutto quello legato all’informazione e alla comunicazione. La prima parte mi ha lasciato perplesso: per spiegare l’evoluzione di come ordiniamo le cose, Weinberger parte raccontando come rimette a posto le stoviglie dopo cena. Insomma, ci sono alcuni discorsi che girano un po’ su sé stessi. Poi diventa tutto chiaro: l’obiettivo sembra essere quello di rappresentare l’impatto sulla società da parte della Rete partecipata, spiegandolo attraverso le cose che ci girano attorno.

Riporto alcuni dei pensieri di Everything is miscellaneous che ho trovato più intriganti e ben esposti, tradotti liberamente dal sottoscritto non in modo letterale.

Le limitazioni fisiche sul come venivano organizzate le informazioni, non solo hanno limitato il nostro modo di vedere, ma hanno dato maggior potere a chi controlla l’organizzazione delle informazioni rispetto a chi invece le crea. Ora torniamo a rovesciare l’ordine.

L’abbondanza delle informazioni è un valore. I vecchi paradigmi che imponevano dei filtri, ad esempio, per risparmiare sui costi di stampa, oggi sono superati. Non ha più senso limitare la diffusione delle informazioni. “Filter on the way out, not on the way in”.

Everything is metadata and everything can be a label

Ci sono evidenti cambiamenti nelle conoscenze sociali: con tutti che guardavano gli stessi giornali e gli stessi notiziari, esisteva un’esperienza comune sulla quale potevamo contare. Oggi, apparteniamo a quei frammenti di cultura che Nicholas Negroponte ha definito The Daily Me.

La fiducia che riponiamo in fonti come l’Enciclopedia Britannica ci trasformano in lettori passivi. Viceversa, siti come Wikipedia prevedono che il lettore sia coinvolto attivamente offrendogli molteplici possibilità di intervento.

La logica che ordina i prodotti negli scaffali basata su regole predefinite è superata. Lasciamo che siano le persone a taggare le cose. Non ha più senso assegnare un solo posto alle cose, perche queste appartengono spesso a più di un posto.

Nell’ordine miscellaneo, un topic è qualsiasi cosa interessi chiunque. I topic perdono i confini che permettono di capire quando sono stati impostati e perdono anche un po’ della dignità che gli abbiamo sempre attribuito. Non c’è più un topic giusto e uno sbagliato, ma ci sono delle rappresentazioni dipunti di vista differenti. Topic quindi come espressione delle passioni, non più solo delle conoscenze.

Nel ricordare che Weinberger sarà tra i relatori del prossimo IAB Forum (gli ho chiesto di parlare di marketing, tagging, distribuzione dei contenuti digitali), segnalo anche la bella recensione di Chiara di TSW e, naturalmente, il sito del libro. Proprio giovedì scorso, Weinberger ha firmato l’articolo di copertina di Nòva.

Tags:


Oggi un post di quelli che fanno gioire chi cerca conferme sul (presunto) trionfo di fuffa e autorefenzialità nella blogosfera. Si parla della mia faccia.

Il discorso è questo: premesso che mi tocca avere una foto ufficiale (per la stampa, i siti e anche per questo blog), parecchie persone e amici mi dicono che l’attuale foto non è gran che; quantomeno, dicono, è diversa da come sono davvero. Inutile ribattere che meglio di così è difficile fare, per cui è ora di verificare se cambiarla o meno.

Altra premessa. Davanti ad un fotografo in posa non mi ci metto se non costretto. Mi hanno anche regalato un accessorio utilissimo per fare l’autoscatto con la digitale (ne parlerò quanto prima), ma di autofotografarmi non ci penso proprio.

Per cui chiedo il tuo aiuto! Ti va di selezionare una delle opzioni qui sotto? Grazie mille!

P.S. Domani un post più serio, promesso.


Lubiana - Slovenia È  la prima volta che visitavo Lubiana in Slovenia, anzi, ora che ci penso, è il mio primo viaggio nei paesi dell’est europeo. L’occasione è stata SKIM, il primo convegno sul search marketing in Slovenia al quale mi hanno invitato a fare uno dei due keynote.

Alcune caratteristiche di Lubiana le conoscevo: molti giovani, gente abbastanza rilassata, praticamente assente il suono dei clackson per le strade. Mi ha colpito l’assenza del classico sfavillare delle altri capitali europee. Qui la presenza dei brand internazionali è minore, anzi, quasi assente. Nella tranquilla isola pendonale al centro della città, c’è spazio per tante piccole boutique locali e tanti bar e pub. Mi ha sorpreso la scarsa illuminazione un po’ dovunque, complice anche una giornata grigia e piovosa. Però molti negozi sembrano chiusi per quanto sono bui, vetrine comprese.

2007-Lubiana 005-l I negozietti ed i locali lungo il canale che si infila dentro Lubiana, danno un tocco romantico e delicato (qui altre foto di Lubiana). Forse non li ho notati io, ma praticamente non ci sono negozi di souvenir (tranne un paio di bancarelle di prodotti artigianali, vetro e legno). Non che mi interessassero in particolare; più che altro volevo intuire le peculiarità del posto.

Le persone che ho conosciuto sono molto interessanti. Sono abituate a confrontarsi con le differenti culture vicine, slave e non, vivendo la situazione di piccolo paese (meno di tre milioni di abitanti in totale) in grande fermento. Mi hanno chiesto a più riprese, anche durante il convegno, cosa pensassi della Slovenia, come la vedevo nel contesto internazionale. Ovviamente non ho saputo dare risposte molto brillanti, anche se mi sembra che l’agilità di essere piccoli possa aiutare uno stato giovane come il loro, con il 65% della popolazione che usa internet (di cui oltre l’80% su larga banda).

Sul fronte internet, interessante il fatto che il leader assoluto di mercato è Nadji.si (50% circa) e tutti gli altri dietro, Google compresa. Interessante il fatto che l’estensione slovena dei domini internet è “.si”; magari qualche azienda italiana potrebbe farci un pensierino…

Tags:


Falce e carrello, Bernardo Caprotti Bello ricevere in regalo proprio qualcosa a cui stavi pensando! Tra la posta di un paio di giorni fa ho trovato un pacchetto spedito da Marsilio Editori con dentro il libro Falce e carrello di Bernardo Caprotti. Ed era proprio uno dei libri che avevo in mente di acquistare.

Per chi non lo sapesse, Caprotti è il boss dell’Esselunga che, a 92 82 anni ha deciso di togliersi un bel po’ di sassolini dalle scarpe ed in questo libro spara a zero sulle Coop, sul loro monopolio de facto in talune città e regioni, sulle facilitazioni fiscali di cui godono, sugli evidenti appoggi politici evidenziatisi anche in tempi molto recenti. Ad esempio quando Prodi di punto in bianco dichiarò che se Esselunga fosse venduta, la destinazione Coop sarebbe stata la più scontata; peccato che nessuno in Esselunga (azienda privata) avesse pensato a vendere l’azienda!

Ho divorato il libro in due giorni. Appena posso cercherò un contraddittorio. Finora mi sono imbattuto solo in vuote dichiarazioni politiche o frasi solo a tutela del valore cooperativistico (vedi commenti a casa di Dotcoma) che però a me risulta difficile comprendere del tutto in questo contesto. Caprotti pare suffragare il suo j’accuse con una raccolta inconfutabile di fatti e numeri su cui quantomento c’è da riflettere…

Saranno i capelli bianchi che mi fanno adorare le storie di imprenditori della vecchia scuola, che parlano di valori e di etica, di eleganza e impegno sul lavoro, argomenti verso cui mi inchino specie nei confronti di chi su queste basi ha costruito un fior di azienda. Il guaio, il grande guaio, è che oggi questo modo di pensare sembra così fuori tempo… 

Ah, dimenticavo: grazie Marsilio!

Tags:


Ebbene si: anche mia figlia si diverte con Stardoll ed ha imparato velocemente trucchi e trucchetti per aumentare i sui crediti con i quali acquista accessori per il guardaroba del suo avatar. Per ora non ha speso soldi veri, anche se ogni tanto vorrebbe farlo.

Adesso sono disponibili pure i buoni regalo, per cui si può far dono di una gift card prepagata. Non oso pensare al momento in cui decidesse di chiederla (e quindi di spiegarla) ai nonni…

Giustamente Matthew Nelson su ClickZ si chiede: se te compri una carta che non vale denaro vero, la regali a tua figlia così che possa comprare vesisti virtuali ma con dollari reali, gli stai realmente insegnando il giusto atteggiamento nei confronti del denaro? O stai solo cercado di essere cool?

Tags:


Nòva di giovedì scorso è incentrato sulla relazione tra le aziende ed i social network. In prima pagina l’ottima contestualizzazione del fenomeno da parte del Prof. Carnevale Maffè della Bocconi. Nel paginone centrale tanti esempi concreti e un articolo di David Browen di cui riporto un passo:

Ciò che le aziende ancora faticano a capire, tuttavia, è la natura non atomica, ma organica dei social network: essi non sono un mero aggregato di clienti, e tanto meno un mercato sul quale vendere i propri beni o servizi. I social network sono assimilabili ad un ecosistema, caratterizzato da logiche evolutive basate su meccanismi di feedback e risposta, dove si intrecciano processi economici di diverso tipo (…)
La contemporanea presenza di motivazioni individualistiche ed altruistiche, di leadership attiva e di identificazione e fruizione passiva, spiazza coloro che pensano di poter applicare le tecniche del marketing convenzionale.

C’è anche spazio per un mio articolo, in cui torno sul tema della qualità dei contenuti degli user generated content, dedicandomi a tre elementi in particolare:

  • Spazio ai non professionisti
  • La qualità è soggettiva
  • User filtered content


Articolo pubblicato giovedì 11 ottobre 2007 su Nòva/IlSole24Ore

Il fatto che da qualche anno internet ospiti un fiume di contenuti generati dalle persone, alimenta il dibattito sulla relazione tra user generated content e media tradizionali e, più insistentemente, sulla apparente scarsa qualità di tali contenuti. I più allarmati, o semplicemente i meno attenti, provano a leggere una ventina di blog e ne traggono la conclusione che internet è diventato patria della sottocultura, crocevia della superficialità, destinazione dei mancati professionisti della scrittura. Ma le cose stanno diversamente e qui evidenziamo tre fattori per meglio interpretare la situazione.

Spazio ai non-professionisti. È comprensibile il disagio di fronte a blog, social network o forum: da sempre i contenuti sono stati prodotti essenzialmente da professionisti, con l’obiettivo di essere venduti oppure di ospitare pubblicità. Oggi la situazione è cambiata. Nelle discussioni sui business model dei contenuti digitali, è forte l’imbarazzo nel constatare la crescente competizione con i lavori prodotti da singoli individui, i quali sembrano non avere un evidente modello economico sottostante. Il fatto è che i rapporti sociali tra persone e le conseguenti forme di comunicazione, trovano sempre più spazio sulla Rete e qui attraggono l’attenzione di altri soggetti e di conseguenza catturano il loro tempo. Pur non avendo ragioni di business sottostanti, l’impatto per i professionisti della comunicazione è evidente.

La qualità è soggettiva. Per favore, non dite che le foto dei miei figli che ho messo su un social network sono di scarsa qualità: per me sono la cosa più bella del mondo! Insomma, prima di discriminare sul valore di un elemento di comunicazione, occorrerebbe riflettere sul significato che rappresenta per l’autore e per i destinatari, seppur limitati. Inoltre, si è sempre socializzato senza badare in modo rigoroso alla qualità dei contenuti prodotti. Anzi, l’informalità e la tolleranza sulla forma, comprese sgrammaticature di ogni genere, sono elementi che distinguono in senso positivo determinate forme di comunicazione. Ecco, la Rete oggi dimostra che c’è voglia di leggere e ascoltare le persone, con la consapevolezza che le peculiarità espressive dei singoli non sono quelle dei media e che proprio per questo vengono apprezzate.

User filtered content. È noto che la quantità è sempre stata inversamente proporzionale alla qualità. L’enorme mole di contenuti digitali continuamente riversati su internet è oggettivamente difficile da decifrare, tanto che l’occhio distratto ne vede solo i tratti più deleteri e la difficoltà nel reperire degli elementi interessanti. È altresì inconfutabile che solo in un contesto dove non ci sono vincoli di ingresso, è maggiore la probabilità che emergano contenuti di spessore. Il punto quindi non è il marasma di contenuti, ma la capacità di saper utilizzare i filtri (e ce ne sono moltissimi) capaci di evidenziare le espressioni di valore. L’impegno nel conoscere ed applicare tali filtri, è il prezzo da pagare per poter estendere possibilità di accesso ad un bacino di milioni di produttori di contenuti, tra i quali peraltro, possiamo individuare la nostra nicchia specifica di interesse, notoriamente non soddisfatta da nessun media professionale.

Internet sta mantenendo la promessa di dare uno spazio espressivo a chiunque, in un processo che sta costruendo le sue regole ed i suoi confini man mano che l’umanità collegata alla Rete ne coglie le opportunità e ne individua il senso. Di sicuro, la logica di qualificazione applicata finora, basata su valori assoluti di audience e diritto di pubblicazione riservato a professionalità specifiche, ha fatto il suo tempo.

Mauro Lupi

Tags:


Articolo pubblicato giovedì 11 ottobre 2007 su Nòva/IlSole24Ore

Il fatto che da qualche anno internet ospiti un fiume di contenuti generati dalle persone, alimenta il dibattito sulla relazione tra user generated content e media tradizionali e, più insistentemente, sulla apparente scarsa qualità di tali contenuti. I più allarmati, o semplicemente i meno attenti, provano a leggere una ventina di blog e ne traggono la conclusione che internet è diventato patria della sottocultura, crocevia della superficialità, destinazione dei mancati professionisti della scrittura. Ma le cose stanno diversamente e qui evidenziamo tre fattori per meglio interpretare la situazione.

Spazio ai non-professionisti. È comprensibile il disagio di fronte a blog, social network o forum: da sempre i contenuti sono stati prodotti essenzialmente da professionisti, con l’obiettivo di essere venduti oppure di ospitare pubblicità. Oggi la situazione è cambiata. Nelle discussioni sui business model dei contenuti digitali, è forte l’imbarazzo nel constatare la crescente competizione con i lavori prodotti da singoli individui, i quali sembrano non avere un evidente modello economico sottostante. Il fatto è che i rapporti sociali tra persone e le conseguenti forme di comunicazione, trovano sempre più spazio sulla Rete e qui attraggono l’attenzione di altri soggetti e di conseguenza catturano il loro tempo. Pur non avendo ragioni di business sottostanti, l’impatto per i professionisti della comunicazione è evidente.

La qualità è soggettiva. Per favore, non dite che le foto dei miei figli che ho messo su un social network sono di scarsa qualità: per me sono la cosa più bella del mondo! Insomma, prima di discriminare sul valore di un elemento di comunicazione, occorrerebbe riflettere sul significato che rappresenta per l’autore e per i destinatari, seppur limitati. Inoltre, si è sempre socializzato senza badare in modo rigoroso alla qualità dei contenuti prodotti. Anzi, l’informalità e la tolleranza sulla forma, comprese sgrammaticature di ogni genere, sono elementi che distinguono in senso positivo determinate forme di comunicazione. Ecco, la Rete oggi dimostra che c’è voglia di leggere e ascoltare le persone, con la consapevolezza che le peculiarità espressive dei singoli non sono quelle dei media e che proprio per questo vengono apprezzate.

User filtered content. È noto che la quantità è sempre stata inversamente proporzionale alla qualità. L’enorme mole di contenuti digitali continuamente riversati su internet è oggettivamente difficile da decifrare, tanto che l’occhio distratto ne vede solo i tratti più deleteri e la difficoltà nel reperire degli elementi interessanti. È altresì inconfutabile che solo in un contesto dove non ci sono vincoli di ingresso, è maggiore la probabilità che emergano contenuti di spessore. Il punto quindi non è il marasma di contenuti, ma la capacità di saper utilizzare i filtri (e ce ne sono moltissimi) capaci di evidenziare le espressioni di valore. L’impegno nel conoscere ed applicare tali filtri, è il prezzo da pagare per poter estendere possibilità di accesso ad un bacino di milioni di produttori di contenuti, tra i quali peraltro, possiamo individuare la nostra nicchia specifica di interesse, notoriamente non soddisfatta da nessun media professionale.

Internet sta mantenendo la promessa di dare uno spazio espressivo a chiunque, in un processo che sta costruendo le sue regole ed i suoi confini man mano che l’umanità collegata alla Rete ne coglie le opportunità e ne individua il senso. Di sicuro, la logica di qualificazione applicata finora, basata su valori assoluti di audience e diritto di pubblicazione riservato a professionalità specifiche, ha fatto il suo tempo.

Mauro Lupi

Tags:


Su RAI Utile oggi si parlerà di pubblicità online. Ci saranno esponenti di primo piano di UPA, Microsoft, RAI, oltre a rappresentanti di altre aziende e pure il sottoscritto.

Andiamo in onda alle 12.30 circa per un’oretta. C’è anche lo streaming in diretta sul web.

Tags:


Se rimando ancora di recensire due bei libri letti negli ultimi mesi, rischio di scordarmene definitivamente. Per fortuna che ho mantenuto delle orecchie, ossia con le pieghe fatte alle pagine del libro, in modo che posso riprendere alcune note estratte dal testo.

  • Marketing ReloadedMarketing Reloaded di Boaretto, Noci e Pini. “Il marketing classico non appare più in grado di affrontare le sfide di mercato” principalmente per un’eccessiva enfasi sul prodotto. Nel modello di marketing reloaded, il marketing è parte integrante della strategia complessiva d’impresa e presuppone che il consumatore assuma un ruolo attivo. La marca viene identificata con l’esperienza che il cliente avrà con i molteplici punti di contatto (brand touchpoints), esperienza che assume significati diversi: conoscenza diretta, conoscenza derivata dai sensi, esercizio reiterato, nuove sensazioni e modificazioni interiori. Mentre nell’era industriale il cliente è visto come un obiettivo delle tattiche di informazione delle aziende, c’è invece un ritorno alla co-creazione di valore col cliente, così come avveniva nella società preindustriale in cui il prodotto finale era realizzato su commessa del cliente ad artigiani e bottegai. Cade la visione dei diversi canali di comunicazione come elemento di segmentazione: l’azienda deve invece mettere al centro i bisogni del cliente e raggiungerlo con i canali più adatti per lui.
  • Life after the 30-second spot, Joseph Jaffe Life after the 30-second spot di Joseph Jaffe. L’autore è stato tra gli speaker al Media Agency Days di Microsoft con un intervento che ha ripreso i temi del suo stimolante libro. C’è molta Madison Avenue nel testo, ossia è fortemente orientato al business pubblicitario negli Stati Uniti. Però ci sono spunti interessanti, a partire dalla notazione del ROE (Return on Experiment) che, secondo Jaffe, dovrebbe essere il parametro col quale affrontare i moderni progetti di comunicazione (Andrea, questa è la fonte da cui l’ho preso). Molto diretta l’affermazione che la frequenza pubblicitaria (cioè la ripetizione di un messaggio pubblicitario, detta anche pressione pubblicitaria) è semplicememente un segno di inefficienza, dato che teoricamente un messaggio e un prodotto ben fatti, dovrebbero diffondersi da soli dopo un solo passaggio. Jaffe manda al rogo tutte le note “P” del marketing e le rimpiazza con sette “C”: Content, Commerce, Community, Context, Customization, Conversation, Consumer.

Tags:


Se rimando ancora di recensire due bei libri letti negli ultimi mesi, rischio di scordarmene definitivamente. Per fortuna che ho mantenuto delle orecchie, ossia con le pieghe fatte alle pagine del libro, in modo che posso riprendere alcune note estratte dal testo.

  • Marketing ReloadedMarketing Reloaded di Boaretto, Noci e Pini. “Il marketing classico non appare più in grado di affrontare le sfide di mercato” principalmente per un’eccessiva enfasi sul prodotto. Nel modello di marketing reloaded, il marketing è parte integrante della strategia complessiva d’impresa e presuppone che il consumatore assuma un ruolo attivo. La marca viene identificata con l’esperienza che il cliente avrà con i molteplici punti di contatto (brand touchpoints), esperienza che assume significati diversi: conoscenza diretta, conoscenza derivata dai sensi, esercizio reiterato, nuove sensazioni e modificazioni interiori. Mentre nell’era industriale il cliente è visto come un obiettivo delle tattiche di informazione delle aziende, c’è invece un ritorno alla co-creazione di valore col cliente, così come avveniva nella società preindustriale in cui il prodotto finale era realizzato su commessa del cliente ad artigiani e bottegai. Cade la visione dei diversi canali di comunicazione come elemento di segmentazione: l’azienda deve invece mettere al centro i bisogni del cliente e raggiungerlo con i canali più adatti per lui.
  • Life after the 30-second spot, Joseph Jaffe Life after the 30-second spot di Joseph Jaffe. L’autore è stato tra gli speaker al Media Agency Days di Microsoft con un intervento che ha ripreso i temi del suo stimolante libro. C’è molta Madison Avenue nel testo, ossia è fortemente orientato al business pubblicitario negli Stati Uniti. Però ci sono spunti interessanti, a partire dalla notazione del ROE (Return on Experiment) che, secondo Jaffe, dovrebbe essere il parametro col quale affrontare i moderni progetti di comunicazione (Andrea, questa è la fonte da cui l’ho preso). Molto diretta l’affermazione che la frequenza pubblicitaria (cioè la ripetizione di un messaggio pubblicitario, detta anche pressione pubblicitaria) è semplicememente un segno di inefficienza, dato che teoricamente un messaggio e un prodotto ben fatti, dovrebbero diffondersi da soli dopo un solo passaggio. Jaffe manda al rogo tutte le note “P” del marketing e le rimpiazza con sette “C”: Content, Commerce, Community, Context, Customization, Conversation, Consumer.

Tags:


Alcuni appuntamenti di ottobre in cui sono coinvolto:

  • 19 ottobre: Corso di aggiornamento sui Business blog, organizzato da IlSole24Ore Formazione, Roma (ci sarà anche un’edizione a Milano il 16 novembre).
  • 24 ottobre: SKIM, la prima conferenza sul search marketing che si tiene in Slovenia. Il tilo del mio intervento sarà “Iskalniki in marketin


Proprio qualche giorno fa scrivevo di “contenuti generati dalle aziende” ed in particolare:

materiale non prettamente pubblicitario ma informativo, divulgativo, servizi digitali, ecc. prodotti con l’obiettivo di contribuire a diffondere la conoscenza e, se possibile, l’awareness delle aziende.

Nel weekend ho scambiato due pensieri sull’argomento con un amico che mi aveva chiesto cosa intendessi esattamente. Ecco, un esempio potrebbe essere BiZona Canà, un blog a supporto del prossimo film di Lino Banfi che ripropone il suo vecchio successo “L’allenatore nel pallone”.

In realtà non si tratta solo un sito scherzoso e dissacrante: è anche un prodotto editoriale disponibile sul portale wap di TIM. Il tutto collegato con delle iniziative off-line, ossia le Oronzo Girls che vanno a caccia di interviste negli stati di calcio.

Chiaramente anche BiZona Canà ha dei margioni di miglioramento (lo so, sono perfezionista), ma lo trovo utile e coerente come iniziativa a supporto del film. Mi sembra anche interessante che sia il personaggio Oronzo Canà a trasformarsi in blogger, mettendosi in gioco senza prendersi sul serio, cercando solo di incuriosire e divertire  gli appassionati del genere.

Non ho seguito direttamente questo progetto, ma avendo collaborato al successo del lancio del blog ufficiale di Lino Banfi, posso solo constatare che… ci ha preso gusto!

Tags: