Archivio: aprile, 2007

Luci e ombre di Google - IppolitaMi aspettavo un libro diverso per via del titolo che, secondo me, tradisce il vero contenuto di Luci e Ombre di Google disponibile su Ippolita.net. Il testo non scopre nessun particolare segreto riguardo Google e neanche graffia pià di tanto, tuttavia approfondisce alcuni temi importanti. Tra questi, i problemi che derivano dall’accentramento di informazioni nelle mani di un player principale e, soprattutto, il potere qualitativo che viene assegnato all’ordinamento dei risultati di ricerca.

Diciamo che quasi tutte le crtitiche addotte a Google, in realtà potrebbero riguardare tutti i motori di ricerca e molti altri servizi online. Chiaramente il focus su Google deriva dalla sua netta posizione dominante nel mercato e nell’immaginario collettivo, oltre al fatto che in molti (hacker compresi) sono stati sedotti da un’azienda indubbiamente affascinante che poi si è semplicemente rivelata un’azienda che fa business.

Il libro, edito da Feltrinelli e disponibile anche online con licenza Creative Commons di tipo copyleft, contribuisce al dibattito sul limite fiduciario che è giusto assegnare ad una media-technology company come Google e, in definitiva, mi sembra che esorti all’attenzione e stimoli la consapevolezza che non esiste (e forse non esisterà mai) un “motori di ricerca perfetto”, in cui l’accezione “perfetto” si riferisce non solo al servizio di ricerca ma all’azienda stessa ed ai suoi principi morali ed etici.

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Leggo su eMarketer che secondo la ricerca “Global Content Survey 2007″ condotta da Accenture, la metà dei manager di aziende media e entertainment ritiene che gli user generated content saranno il loro principale problema in termini di ricavi. Un terzo di questi però ritiene che entro tre anni potrà generare business dai contenuti generati dagli utenti, anche se il 25% non sa come questo potrà accadere.

Non sono d’accordo sul fatto che gli editori potranno contare sulla monetizzazione degli UCG. C’è una realtà importante: i contenuti che generano gli individui sono tanti e non smetteranno di diminuire. E solo per il fatto statistico che l’abbondanza spalma l’attenzione, chi produce contenuti per mestiere, troverà una quantità di competitor che oggi è ancora marginale.

I media riusciranno a inglobare tali contenuti “dal basso” in gabbie pubblicitarie? Mah, non ne sono molto convinto. Anche perché cambiano le metriche che originano tale contenuto: non è più materiale prodotto e remunerato per denaro ma per mille ragioni diverse, che vanno ricercate nelle individualità delle decine di milioni di persone che pubblicano qualcosa sul web.

Piuttosto, vedo proliferare delle operazioni che creano delle vetrine, dei palcoscenici per chi ha voglia di prudurre contenuti. Quello che si baratta è la visibilità per l’autore in cambio di materiale utile per confezionare un prodotto editoriale brandizzato da qualche azienda che tipicamente NON fa l’editore di mestiere. Luisa Carrada ne segnala un paio interessanti: Coop for words e un vino che allega mini racconti noir sulle bottiglie. 

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Un caro amico, manager di una compagnia finanziaria, di risposta al più classico dei “Come va?”, ha espresso uno sconsolato “Va tutto bene, il mio solo nemico è il tempo!”

E torniamo all’argomento “tempo”. Il mio amico lo vede in modo conflittuale perché è consapevole del fatto non si riesce dominare  e perché, quando si presenta un imprevisto, ci si trova perennemente in una situazione che è già di rincorsa a deadline più o meno scadute.

Gli ho controbattuto che il vero nemico sono le interruzioni ed il tempo che serve a rientrare in concentrazione e, ancor di più, l’incapacità diffusa delle persone di assegnare e gestire le priorità. E poi sono partito con una filippica su quanto trovo assurdo che in molti (specie i più giovani) sprecano il tempo che hanno a disposizione. Per “sprecare”, qui intendo la gestione disordinata delle cose da fare, col risultato che sono gli eventi a gestire la loro vita e non il contrario.

Per un attimo mi è sembrato di fare un discorso di quelli che a 20 anni si etichettano come “pallosi” (o anche con epiteti peggiori), però guardandomi attorno sento di potermi confrontare con chiunque abbia trenta anni meno di me in quanto a efficienza.

Il tempo va rispettato. Quello proprio e quello degli altri. È come l’acqua: indispensabile per vivere e risorsa sempre più scarsa. Ci fate caso che un’espressione sempre più frequente è “Grazie per il tempo che mi hai dedicato”?


Giornata di riunioni, telefonate e impegni senza sosta e allora, complice Sapientone, mi sono concesso cinque minuti di relax, di quelli che producono inutili scemenze.

Hey, potete farlo anche voi!

 
 
 
 
 

 
 
 
 


Conversazioni dal basso è un incontro che si è dato un’obiettivo ambizioso: Come i Blog cambiano il rapporto fra persone, imprese e informazione. Una giornata intensa con un programma articolato e ricco di personaggi che dovrebbero essere ben noti da queste parti.

Mi sarebbe piaciuto andare a Pesaro il prossimo 20 Aprile ma temo proprio di non riuscire a passare. Chi ci riesce, però, deve promettere di raccontarlo, ok?

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Un fattore che avevo sottovalutato in merito a DoubleClick, riguarda le informazioni che vengono gestite dai loro tool. Non solo indicazioni sui navigatori online e sui publisher clienti di DoubleClick, ma anche riguardo a tutti i principali editori online. Vediamo perché.

Come è noto, i sistemi DoubleClick permettono ai grandi siti di gestire la pubblicità che viene esposta sulle loro pagine. Ma i clienti di DoubleClick sono anche le agenzie ed i centri media, che lo utilizzano per fare il tracking delle maggior parte delle campagne online, comprese quelle pianificate su siti che non utilizano questa applicazione.

In pratica, acquisendo DoubleClick, Google avrà a disposizione moltissimi dati sulle principali campagne pubblicitarie online effettuate su migliaia di siti web, compresi ovviamente tutti i suoi competitor, ivi incluse informazioni sulla loro audience. Mmmm… in effetti suona un po’ strano.

Chiudo segnalando un articolo su ZDNet che parla di privacy boomerang.

Poi prometto di stare zitto sull’argomento per un po’

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Continua la discussione sull’affare Google/DoubleClick. Masssimo Mantellini su Punto Informatico di oggi è lapidario: “Oggi [...] Google diventa una (grande) azienda Internet come un’altra. L’innocenza è finita e un poco ci dispiace”. Sempre su Punto io approfondisco il post di sabato analizzando il possibile scenario di marketplace pubblicitario globale che sta mettendo in piedi Google.

Condivido con Massimo Russo: “Sarà un’impresa difficile, per i clienti di Doubleclick, trattare per rinnovare i propri accordi pay per click con Google: si troveranno davanti un interlocutore che del loro principale business online conosce più dettagli di quanti ne sappiano loro stessi.

A proposito dei clienti DoubleClick: proprio un paio di giorni fa Matt Cutts, ritenuto ormai una specie di portavoce ufficiale di Google, suggeriva come “best practice” per i publisher il fatto di esplicitare tutti i link esposti a pagamento. In linea generale è ok, solo che quando la voce si leva da Google appare evidente il sospetto che l’intenzione di fatto è cercare di scoprire tutte le relazioni pubblicitarie in cui si può infilare. Chissà se i tanti clienti DoubleClick che utilizzano il sistema per vendere link e click al di fuori di AdSense saranno contenti di tale input… Matts in un altro post addirittura suggerisce di segnalare i paid link come spam… (anche se in chiave di test).

Sia chiaro, trovo legittimo per ogni azienda l’obiettivo di guadagnare posizioni di mercato e, fino ad oggi, Google lo sta facendo in modo brillante e abbastanza coerente con la filosofia “Don’t be evil”. Però le tentazioni di onnipotenza fanno parte della natura dell’uomo: per fortuna c’è chi mantiene alta l’attenzione verso quello che potrebbe diventare il “Grande Organizzatore Olimpico Giusto Libero ed Equo”.

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Irresistibile scenario 2017 su su GoogleBlogoscoped.


Yahoo! sta promuovendo il premio Big Idea Chair per dare visibilità ai migliori lavori nel marketing online, con la collaborazione dell’Art Director Club Italia e Maurizio Sala (che ne è il Presidente) come capo della giuria.

I tempi però sono strettissimi: entro il 17 aprile vanno presentate le creatività per partecipare alla selezione.

Tutte le info sul sito Big Idea Chair con la bella poltrona viola a fare da testimonial.

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Yahoo! sta promuovendo il premio Big Idea Chair per dare visibilità ai migliori lavori nel marketing online, con la collaborazione dell’Art Director Club Italia e Maurizio Sala (che ne è il Presidente) come capo della giuria.

I tempi però sono strettissimi: entro il 17 aprile vanno presentate le creatività per partecipare alla selezione.

Tutte le info sul sito Big Idea Chair con la bella poltrona viola a fare da testimonial.

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L’annuncio di Google che acquisisce DoubleClick è di quelli importanti:

  • È l’acquisizione più grande mai fatta da Google: 3,1 miliardi di dollari, peraltro tutti in cash; per dare un’idea, YouTube era stata acquisita per 1,65 miliardi di dollari e pagati in azioni.
  • DoubleClick ha generato circa 300 milioni di dollari nel 2006. Quindi una valutazione con un bel multiplo sulle revenue, considerando altresì che l’azienda era stata acquistata 21 mesi fa per 1,1 miliardi.
  • L’affare è passato sotto il naso di Microsoft che i rumors davano in prima fila (Jonh Battelle si è dovuto mangiare il suo post in cui si diceva scettico di un deal con Google).

Sintetizzare tutte le implicazioni che questa acquisizione porterà al mondo della pubblicità (non solo quella online) è difficile e prematuro. Raccolgo qualche spunto come base di riflessione:

  • The next step in Google advertising: è il titolo dell’annuncio ufficiale da parte dell’azienda di Brin & Page. Ossia: ci sono cose che si evolveranno sensibilmente. Molti sottolineano che il deal è un’opportiunità incredibile per entrare definitivamente in relazione con gli spender pubblicitari; giusto, specie nel breve periodo. Ma scommetto che l’impatto sarà rilevante anche sulle funzionalità di pianificazione, compresa la possibilità di rendere gratuiti (così come Urchin è diventato Google Analytics) i tool di intermediazione pubblicitaria al fine di stimolare ancor più domanda e offerta.
  • All your ads belongs to us scrive Steve Rubel, sottolinenando come teoricamente Google può iniziare a porsi come interfaccia complessiva per gli advertiser, sollevando nel contempo possibili attenzioni da parte di enti governativi sul notevole incremento di potere, di mercato e informativo.
  • I maggiori clienti di DoubleClick sono le agenzie. Lo sottolinea Google stesso nel comunicato, nel quale l’ordine con cui si elencano i beneficiari del deal sono: agenzie, advertiser e publisher. Chissà se accomodandosi nel salotto di Madison Avenue verrà mantenuto/sviluppato questo rapporto o prevarrà l’intenzione di disintermediare la pubblicità (compresa quella off-line).
  • Meno rilevante ma curiosa lo stesso è adesso la situazione di Performics, una grande agenzia di search marketing (che offre anche servizi SEO) di proprietà di DoubleClick. Marco Loguercio ne scriveva qualche giorno fa.

Due link in conclusione: l’articolo sul NewYorkTimes e le FAQ allegate all’annuncio di Google (encomiabile iniziativa; strano che siano in formato PDF).

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Raccolgo in un solo post le segnalazioni degli ultimi eventi a cui ho partecipato ed altri a cui interverrò prossimamente. Partiamo da quelli già avvenuti:

  • 30 Marzo, Roma – BlogLab. Mi sono lasciato coinvolgere molto volentieri in questo bel progetto che ha l’obiettivo di guidare una serie di studenti universitari nella realizzazione di progetti di comunicazione basati su blog. Sono disponibili le registrazioni degli interventi del primo incontro (qui il mio), mentre già stiamo analizzando le oltre 40 (gulp!) proposte presentate.
  • 12 Aprile, Bologna – Aster. Il Marketing della Ricerca è stato il titolo del quarto incontro della serie M-Aster. Interessante il keynote del Prof. Riccardo Lanzara dell’Università di Pisa, col quale ho condiviso il talk finale insieme a Corrado Cosi, Direttore Marketing di Granarolo. Marco Camisani Calzolari ha moderato l’eterogeneo incontro, mentre la lista di tutti i relatori li trovate qui.

Questi gli appuntamenti che ho da qui a fine giugno:


confini cover x bannerRicevo da Gianni la segnalazione di Confini, una mostra fotografica che si inaugura oggi a Roma, ospitata nell’ambito del Festival internazione di fotografia. Tutte le info sono su Sguardourbano.

Guardando queste iniziative ed i loro siti mi sento così approssimativo quando scatto le foto quà e là… Ci sono delle immagini bellissime, complimenti.


Leggendo Shel scopro che Kryptonite ha avviato il suo blog. Si, proprio quelli che devono ai blog qualche milione di dollari di perdita per aver scoperto e amplificato che un loro lucchetto di sicurezza si può aprire con una biro.

Ancora una volta si conferma la vecchia regola per cui si mette l’antifurto sempre dopo che sono passati i ladri. E sono le crisi di comunicazione che fanno emergere i problemi (ma anche le opportunità).

È che servirebbe qualche caso-Kryptonite anche dalle parti nostre per far emergere certi trend ai più miopi… Succederà, succederà…

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Nessuno mi aveva dato (finora) dell’hub. Lo fa Giorgio su Marketingarena a mo’ di esperimento, comparando gli hub aereoportuali a quelli delle comunità online e attribuendo tale attributo al mio blog.

In linea di principio condivido il punto di vista a riguardo dell’importanza dei nodi di scambio, sia nella vita fisica che nelle relazioni digitali. Solo che a proposito di blog, ed in generale a riguardo dei contenuti online, temo che le conclusioni siano differenti. Riprendendo l’esempio di Giorgio, l’importanza degli hub aereoportuali è dovuta a vincoli e opportunità di tipo fisico, economico, ecc. ove determinate risorse (come lo spazio) sono finite. Inceve, a proposito di contenuti digitali, non solo lo spazio è virtualmente illimitato, ma è totalmente diverso il numero di hub potenziali perché praticamente uguale al numero degli utenti internet.

Da ciò deriva una elevata dinamicità delle sorgenti di contenuti (che siano portali, blog o altro) ed un continuo processo selettivo darwiniano. Non ci sono “blog da salvare” come scrive Giorgio perché, cinicamente, per uno che scompare ci sono quasi sempre un paio di alternative a distanza di un click.


Nessuno mi aveva dato (finora) dell’hub. Lo fa Giorgio su Marketingarena a mo’ di esperimento, comparando gli hub aereoportuali a quelli delle comunità online e attribuendo tale attributo al mio blog.

In linea di principio condivido il punto di vista a riguardo dell’importanza dei nodi di scambio, sia nella vita fisica che nelle relazioni digitali. Solo che a proposito di blog, ed in generale a riguardo dei contenuti online, temo che le conclusioni siano differenti. Riprendendo l’esempio di Giorgio, l’importanza degli hub aereoportuali è dovuta a vincoli e opportunità di tipo fisico, economico, ecc. ove determinate risorse (come lo spazio) sono finite. Inceve, a proposito di contenuti digitali, non solo lo spazio è virtualmente illimitato, ma è totalmente diverso il numero di hub potenziali perché praticamente uguale al numero degli utenti internet.

Da ciò deriva una elevata dinamicità delle sorgenti di contenuti (che siano portali, blog o altro) ed un continuo processo selettivo darwiniano. Non ci sono “blog da salvare” come scrive Giorgio perché, cinicamente, per uno che scompare ci sono quasi sempre un paio di alternative a distanza di un click.


Un vecchio detto suonava più o meno così:

Basta parlare di buoni propositi: eseguili e basta!

È così che vedo l’argomento “codice etico dei blog”, almeno per quanto riguarda questo blog. Non mi pongo delle regole aprioritaristiche, se non quelle del buon senso. E proprio perché frutto del buon senso, perché doverle enunciare? Ci sono quasi quattro anni di post che li esprimono.

Sarà che sono allergico verso gli atteggiamenti che cercano di normare e regolamentare tutto e tutti (lo so, l’ho già scritto altre volte), ed anche nell’esasperazione di sciorinare un manifesto per ogni occasione, per cui un codice per i blog mi sembrerebbe come invitare degli amici a casa anticipandogli come sarò vestito, che cibo verrà servito, quello di cui si parlerà e quello che sarà evitato, ecc. Tanto lo vedranno lo stesso, no? E solo in base all’esperienza diretta decideranno se tornare o meno. Così come proprio dalle loro facce annoiate o divertite, adeguerò il prossimo invito.

Certo, c’è il tema della responsabilità dei commenti che è più delicato. In questo blog ho messo due righe accanto al form in cui si inseriscono, specificando:

L’autore del commento si assume la responsabilità dei contenuti del commento stesso. I commenti ritenuti offensivi o non attinenti potranno essere cancellati.

Il che significa che cancello spam e bieca pubblicità. Fino ad oggi non sono dovuto mai intervenire in censure di contenuti offensivi o controversi, ma sento che sta a me intervenire per sedare eventuali risse verbali al fine di rimanere entro determinati confini di forma e sostanza. Ed in genere prediligo quei blog che curano la “pulizia degli ambienti” (tanto per rimanere nella metafora dell’invito degli amici a casa)

E quelli che lasciano i commenti a briglia sciolte? Quelli che se ci capita, per dire, mio figlio, permettono di farsi una completa cultura di ingiurie? Temo che ci tocca tenerseli, evitandoli o maturando la capacità di ignorare inpunemente la robaccia che vi incrociamo. Obbligo di identità dei commenti? Regole comportamentali? No, per favore.

I link ad altre discussioni online su questo argomento li riporta Luca.


Un vecchio detto suonava più o meno così:

Basta parlare di buoni propositi: eseguili e basta!

È così che vedo l’argomento “codice etico dei blog”, almeno per quanto riguarda questo blog. Non mi pongo delle regole aprioritaristiche, se non quelle del buon senso. E proprio perché frutto del buon senso, perché doverle enunciare? Ci sono quasi quattro anni di post che li esprimono.

Sarà che sono allergico verso gli atteggiamenti che cercano di normare e regolamentare tutto e tutti (lo so, l’ho già scritto altre volte), ed anche nell’esasperazione di sciorinare un manifesto per ogni occasione, per cui un codice per i blog mi sembrerebbe come invitare degli amici a casa anticipandogli come sarò vestito, che cibo verrà servito, quello di cui si parlerà e quello che sarà evitato, ecc. Tanto lo vedranno lo stesso, no? E solo in base all’esperienza diretta decideranno se tornare o meno. Così come proprio dalle loro facce annoiate o divertite, adeguerò il prossimo invito.

Certo, c’è il tema della responsabilità dei commenti che è più delicato. In questo blog ho messo due righe accanto al form in cui si inseriscono, specificando:

L’autore del commento si assume la responsabilità dei contenuti del commento stesso. I commenti ritenuti offensivi o non attinenti potranno essere cancellati.

Il che significa che cancello spam e bieca pubblicità. Fino ad oggi non sono dovuto mai intervenire in censure di contenuti offensivi o controversi, ma sento che sta a me intervenire per sedare eventuali risse verbali al fine di rimanere entro determinati confini di forma e sostanza. Ed in genere prediligo quei blog che curano la “pulizia degli ambienti” (tanto per rimanere nella metafora dell’invito degli amici a casa)

E quelli che lasciano i commenti a briglia sciolte? Quelli che se ci capita, per dire, mio figlio, permettono di farsi una completa cultura di ingiurie? Temo che ci tocca tenerseli, evitandoli o maturando la capacità di ignorare inpunemente la robaccia che vi incrociamo. Obbligo di identità dei commenti? Regole comportamentali? No, per favore.

I link ad altre discussioni online su questo argomento li riporta Luca.


Se riesco, conto di scrivere più tardi sul tema del “codice dei blog” che alimenta la discussione in questi giorni.

Intanto, sollecitato/solleticato dal confronto con alcune aziende, riprendo una frase di Maurizio Sala (VP Gruppo Armando Testa) che sintetizza perfettamente l’attuale fermento attorno al marketing virale:

“Oggi in Italia il marketing virale non è una pratica diffusa: è una pratica di cui si parla molto. La differenza è sostanziale.”

Da leggere anche il resto dell’intervento di Maurizio su Spotx, nel quale analizza concretamente le opportunità del settore ma anche le cautele con cui affrontarlo. Lui lo fa nel modo elegante che gli si confà, mentre io a suo tempo avevo etichettato questa viral-mania con un più romanesco Famolo virale.

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Poco fa mi ha scritto Valentina segnalandomi di aver ripreso la discussione sull’argomento (Essere) blogger o (avere) un blog? di un paio di post fa. Il suo è un punto di vista che in effetti a volte si dimentica (io per primo), ossia il significato che ha il blog per sé stessi.

Siccome nella mail mi saluta con un simpatico “Hola Buenas noche“, mi permette di segnalare che da domani mi concederò qualche giorno di vacanza in quel di Barcellona. Fate i bravi eh ;-) e… Buona Pasqua!


Telefono da LaStampa.it Grazie! Regalo graditissimo stamattina: un telefono USB da utilizzare con Skype, MSN Messenger, ecc. Brandizzato Lastampa.it e, ovviamente, incartato nelle pagine del giornale La Stampa.

Non sono sicurissimo chi ringraziare… nel senso che non c’era un biglietto. Probabilmente la concessionaria Publikompass (dato che ne è arrivato un’altro anche al mio collega che si occupa di pianificazioni online) oppure la Redazione de LaStampa.it. Comunque, grazie ancora ;-)

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Il gioco dei numeri: oggi Feedburner segnala che siete 1234 persone iscritte a questo blog. Tanti? Pochi? So solo che ogni giorno è sempre un nuovo inizio: 1, 2, 3, 4, via!


Pur con tutti i limiti che comportano le semplificazioni, penso che per capire la tipologia di chi tiene un blogger, basti ascoltare di come parla del suo:

  • se dice “io sono un blogger” passate oltre, ha probabilmente davvero poco da raccontare, così come era stato fino al giorno prima di aprire il suo pulpito, pardon il suo blog.
  • se afferma “io ho un blog”, va molto meglio; è semplicemente consapevole di utilizzare uno strumento che non lo rende diverso, non lo eleva ad un rango particolare, non lo iscrive ad un club esclusivo; è solo una persona che ritiene di avere qualcosa da dire e la scrive su un “coso” chiamato blog.
    Nota: in questa categoria rientrano anche chi si definisce “tenutario di blog”, eh eh