Prima di utilizzare il nuovo Google Base, ho letto alcuni dei primi commenti usciti. Sarà che era stato annunciato come il killer di eBay, la maggior parte delle recensioni si è orientata a descrivere gli scenari di mercato nei quali Google Base si va ad inserire, in particolare quello dei classified. Io vorrei far un passo indietro e cercare di analizzare quello è che Google Base: senz’altro permette di inserire anche annunci, ma è solo una delle cose che è in grado di gestire.
In pratica, Google Base è una specie di archivio open source, ove l’alimentazione dei dati ma anche il formato col quale vengono organizzati, è gestito totalmente da chi ne richiede il loro inserimento. Il contenuto che finisce in Google Base può essere linkato ad una pagina web oppure riportare direttamente tutti i dati necessari. Tutto ciò allarga enormemente il campo di azione: non solo annunci ma articoli, siti, ricette, eventi, e qualsiasi cosa ci venga in mente.
Visto così sembra un tool dirompente, ma ci vorranno ancora un po’ di mesi per capire se la sua portata sarà davvero rivoluzionaria. Scrive giustamente Danny Sullivan:
I’ve got no doubt we’re about to see a significant number of site owners start submitting and tagging their information in Google Base, in hopes they’ll do better with Google itself. I suspect the result will be a lot of waste time and Google Base getting overrun with spam. But perhaps I’m wrong, and time will tell.
Ecco, uno dei temi che solleva Danny è proprio quello dello spam derivante dell’autonomia nel descrivere e classificare i contenuti aggiunti a Google Base. È un discorso già affrontato tante volte a proposito dei tag e della capacità di rendere efficace un database alimentato senza regole né filtri. Non me la sento di fare previsioni; abbiamo visto in diverse occasioni la capacità della Rete di autogovernarsi, così come riscontriamo quotidianamente le storture che derivano da un sistema aperto: dalle mail non desiderate, ai risultati truccati dei motori di ricerca.
Altro elemento critico (anche questo vecchio come la storia dei database) è la clusterizzazione dei risultati, ossia l’attribuzione di un significato o di una descrizione ad un determinato contenuto. Alcuni sono più facilmente classificabili di altri, ma anche l’inserimento di un’offerta di lavoro, ad esempio, può contenere elementi soggettivi nel catalogare il ruolo richiesto, il settore in cui opera l’azienda, ecc.
In ogni caso, tra gli ultimi tool sfornati dall’azienda californiana, Google Base è quello che mi incurioscisce di più. Sarà che ha stimolato i miei vecchi trascorsi a giocare su dBase e Clipper, strumenti per la gestione di database in epoca DOS.
Ci sono molte domande che per ora non trovano risposta. La prima che viene in mente è il modello di business. Google dice che non ha previsto di sviluppare ricavi attraverso Google Base. Vi sembra credibile? Io penso invece che ci siano le basi per costruire un’altra macchina da soldi. La variabile fondamentale sarà l’accettazione da parte di entrambi i lati della medaglia: chi inserisce i contenuti e chi li cerca. Servono ambedue, contemporaneamente.
Altro aspetto molto intrigante, potrebbe essere l’uso di Google Base come piattaforma di sviluppo di applicazioni di ogni tipo. A questi livelli si inizia a pensare come Microsoft e lo dico in senso positivo.
Una cosa che invece riguarda le aziende che si occupano di web marketing come Ad Maiora, è che Google Base è praticamente “un altro Google” e questo apre senz’altro un’ulteriore opportunità di visibilità per i nostri clienti.
Una battuta finale: le etichette con le quali si definiscono in contenuti, Google le chiama “labels”. Se una cosa del genere l’avesse fatta Yahoo! o ancor peggio Microsoft, sai le orde di puristi scatenati a rivendicare il primato del termine “tags”…
Technorati tags: google base, tags
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3 commenti per “Google Base: un database open source”
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