Archivio: luglio, 2004

Ho appena girato l’ultima delle 570 pagine de “La nascita della società in rete”, il primo volume della trilogia di Castells sull’Età dell’informazione. Appena trovo una decina di minuti di giusta concentrazione, almeno proporzionati ai tre anni di lavoro che ci sono voluti all’autore per scriverlo, butterò giù una recensione. Nei miei pensieri, nel frattempo, il tomo di Castells si imbatte in due argomenti partiti dallo stesso punto e che poi vanno in direzioni opposte.

Si parte da Google, più precisamente dal suo interno più vero che è la sede di Mountain View in California. Stefano, neo-PR della filiale italiana, visitando il quartier generale di Sergey&Co. evidenzia la netta sensazione di diversità che mi capita di riscontrare anch’io ogni volta che ho a che fare con gente in gamba dall’altra parte dell’oceano. È l’approccio al lavoro che trovo diverso, quel “proud of my job” che si legge negli occhi, con l’obiettivo dichiarato di puntare nient’altro che all’eccellenza. Certo, i perdenti e gli inetti si trovano in ogni azienda del mondo, così come capita di imbattersi nel classico modello yankee workaholic stressato e paranoico. Ma l’ambiente di lavoro delle aziende americane più recenti, evolutosi in ambienti multirazziali assolutamente integrati, tende a favorire naturalmente la creatività dei suoi collaboratori. Ed è proprio sul terreno della creatività, caratteristica tipicamente attribuita storicamente a popoli quale quello italiano, che alcune aziende USA stanno lavorando molto bene.

L’altra storia, che parte sempre da Google, ci racconta invece di un dipendente che ha denunciato l’azienda di Mountain View per discriminazione nei confronti delle persone vecchie. Da notare che il dipendente in questione è una persona di 54 anni (non di 60 o 70) ed è stato licenziato perché non adeguato alla cultura che enfatizza la gioventù e l’energia (he didn’t fit in a culture emphasizing youth and energy).

Come ogni vicenda della vita (anche quella professionale), ci sono sempre almeno due diversi punti di osservazione da tenere in considerazione. Ed in effetti, la freschezza di talune aziende americane, qualche volta nasconde un bella dose di cinismo ed un orientamento assoluto ai numeri, a ogni costo.

Con 25 anni di lavoro alle spalle ed un età più vicina al tipo licenziato che ai founder di Google, mi chiedo se il mio ideale di responsabilità sociale dell’azienda avrà ancora senso nei prossimi anni. Io spero di si. Così come spero che l’analisi di qualsiasi evoluzione tecnologia o organizzativa delle aziende sia valutata in un contesto più ampio; e qui mi ricollego al testo di Castelles che nel voler trattare compiutamente la società in rete, ripercorre il percorso economico ma anche sociale e storico degli ultimi cinquant’anni.


Ho iniziato a provare BlogJet, un software per scrivere ed inviare post sui weblog, e mi sembra ben fatto. Semplice ma elegante l’interfaccia, molto buona la compatibilità con Typepad (ma supporta molte altre piattaforme).

Sembra vicino al mio ideale di poter preparare i post localmente e poi postarli quando sono finiti, oltre al fatto di avere sia la finestra con il codice HTML, sia quella WYSIWYG. L’unico problema, per ora, sta nel fatto che premendo il tasto Enter, mette il tag <P> nel codice e non il <BR>. Vabbé, fissazioni di un ex-accatiemmellaro.

Una finezza: ci sono gà alcune smiles (come quella sopra) pronte da inserire nel post; comodo, no? Gioco ancora un po’ con la versione demo che scade tra un mese ma credo che lo comprerò ($19,95).


Mi sono sempre dimenticato di segnalare un’arguta riflessione di Giuseppe Roma, Direttore Generale del CENSIS durante il convegno organizzato dalla CCIAA di Roma lo scorso 22 giugno. In pratica, Roma suggerisce di modificare il modo di chiamare l’ICT (Information and Communication Technology) in ECC (Economia della Conoscenza e della Comunicazione).

In un passaggio, ha inoltre evidenziato come l’aspetto della comunicazione sia sempre più prioritario rispetto a quello della tecnologia; ed è questo un argomento su cui sono un po’ fissato).


I motori di ricerca sono uno dei settori della comunicazione dove l’aspetto competitivo è più marcato. Risulta infatti tangibile il risultato in termini di ranking, ancorché decisamente dinamico nella sua evoluzione temporale.

Tuttavia, svettare in testa ai risultati di ricerca, possibilmente sopravanzando i propri competitor, è un obiettivo che qualche volta è assimilato al semplice primato della posizione raggiunta, piuttosto che inquadrare questa attività nel progetto di comunicazione complessivo legato al sito web.

Trovo quindi inutili e dannose le iniziative come “Primo su Google” che è stata appena lanciata in Italia, che segue quella sulla keyword “nigritude ultramarine” avviata a maggio negli USA.

Sono inutili perché il riuscire a posizionare una keyword di quel tipo in testa ai risultati di Google non dimostra certo una particolare abilità. Anzi, il rischio è che venga messa in evidenza la sola capacità di fare più spam di qualcun’altro. Si, perché il buon senso vorrebbe che la lista di pagine elencate da Google nei risultati di ricerca corrispondesse a siti attinenti alla keyword digitata, mentre è evidente che i siti che compariranno sul termine oggetto del concorso, non potranno probabilmente vantare alcuna similarità. E questo è universalmente riconosciuto come spam, mentre per altri elementi (redirect, cloacking, doorway, ecc.) i punti di vista sono molteplici.

Sono dannose per l’intera industria del search engine marketing, perché sembrano considerare l’attività di migliaia di professionisti nel mondo come uno sport che permette di raggiungere un record sapendo scegliere il giusto doping. Purtroppo il nostro settore in questo periodo è oggetto di diversi attacchi (Seth Godin ad esempio) o semplificazioni (Patrick Keane di Google) ed è evidente la necessità di recuperare la giusta reputazione (su tutti il corposo thread sul forum di SearchEngineWatch aperto da Danny Sullivan).

UPDATE


Non avevo ancora segnalato biz.blogs.it, l’interessante progetto di Antonio Cavedoni e Paolo Valdemarin nato per discutere di blog e business. Lo faccio adesso, in occasione di un post (“Learn by blogging”) sull’esperienza che ho maturato dopo un anno di vita di questo blog.


Su Mediapost, John Tawadrosun scrive un provocatorio articolo: Le cinque ragioni per cui le agenzie di pubblicità odiano il search engine marketing.

Lo spunto è interessante e fa riflettere ancora sulle modifiche in atto delle professioni e dei ruoli nel settore della comunicazione online. Il search engine marketing non è che uno dei settori verticali che verso cui le agenzie tradizionali si trovano a dover compiere la scelta: sviluppare competenze interne o utilizzare delle strutture specializzate.

Beh, io sono di parte e naturalmente ritengo che sia opportuno che le agenzie deleghino all’esterno attività specialistiche e sempre più complesse come il search engine marketing, specie per quanto riguarda il posizionamento negli organic results. E questo, almeno fino al momento in cui il mercato dell Rete non rappresenterà dei numeri davvero significativi rispetto all’advertising nel suo complesso. Daltronde, chi ha i capelli bianchi, ha già visto passare le agenzie di pubblicità da strutture a network a conglomerati di società; come allora, il mercato è ancora prematuro per creare competenze di nicchia interne e, quando sarà il momento, converrà acquisire ed integrare le aziende specializzate.