Archivio: dicembre, 2003

Come riporta Internet News, una delle recenti analisi di Jupiter Research mette in guardia sull’effettiva crescita dei servizi paid inclusion dei motori di ricerca e, in particolare, pone dei seri dubbi sull’effettiva applicabilità del modello pay per click per questo tipo di servizi, fino a ieri remunerato principalmente in modo flat.

Avevo espresso anch’io delle perplessità in passato, l’ultima volta in un post di commento alla conferenza di Chicago di inizio dicembre, ove peraltro non avevo trovato altre voci critiche.

La ricerca di Jupiter sembra invece confermare, dati alla mano, che tali dubbi sono legittimi. Comunque, come sempre, sarà poi il mercato a dare l’effettiva risposta.


Smart MobsHoward Rheingold è uno di quelli che sembra vivere in anticipo sui tempi. Nel 1996 lessi il suo Comunità virtuali (peraltro scritto due anni prima) e rimasi colpito dalla concretezza con il quale l’autore affronta un argomento che, allora, era ancora tutto da scoprire.

Questo “Smart Mobs” è un lavoro stimolante e intrigante. Ci racconta delle prossime rivoluzioni che verranno generate dalle tecnologie senza fili e lo fa portandoci a contatto con i più competenti centri di ricerca e le più ardite avanguardie di hacker o di semplici utenti evoluti. Ma a differenza della trattazione meramente didattica di alcuni ricercatori o quella sognatrice e interessata di autori come Bill Gates, il prossimo futuro analizzato da Rheingold è quello che si sta materializzando adesso, nei laboratori che è andato a visitare e nelle strade di Tokyo o di Stoccolma.

Qualche volta, questo rimbalzare da un caso all’altro produce qualche brano un po’ disordinato, ove la citazione di turno appare forzata o didascalica. Però, nel suo complesso, il percorso di ricerca appare coerente e trattato logicamente.

Da segnalare l’approfondimento dei valori sociali come l’altruismo e la collaborazione che risultano strettamente legati all’evoluzione delle smart mobs e ne caratterizzeranno il loro orientamento futuro, così come il volontariato digitale ha contribuito a creare gran parte dell’attuale struttura organizzativa che regola internet, dal web allo standard DNS.

Equilibrato e coscienzioso il finale del libro, nel quale l’impatto delle tecnologie senza fili viene considerato in relazione a tutte le sue principali criticità: la privacy, il copyright, la regolamentazione dei governi, ecc., concludendo che è necessario studiare ancora l’argomento nel suo complesso per riuscire a capirne tutto il suo impatto sulla vita dei prossimi anni.


google_floridaÈ ormai noto che l’ultimo sconquasso ai criteri di ranking di Google abbia preso il nome di “Florida update”. Oggi, su un articolo di Time a proposito di Google, compare un banner di una società finanziaria che gioca sul tema della Florida. In relazione al contextual advertising: chi la fa l’aspetti!

E mentre scrivevo queste note, mi sono accorto che l’articolo del Time riporta la data del 29 dicembre, mentre oggi è ancora il 23: magia dei content management system!


Negli USA la febbre per il keyword advertising è fortissima. Ho potuto constatare che decine di agenzie erogano di fatto solo servizi di pianificazione su Google AdWords, Overture e gli altri network del settore. Di ottimizzazione del sito e posizionamento nei risultati standard (organic search results) neanche a parlarne.

In passato ho scritto di come il keyword advertising sembra aver trasformato molte aziende e consulenti in esperti di motori di ricerca e, nel contempo, vedo anche una forte spinta politica verso i servizi di posizionamento a pagamento, sia da parte degli stessi search engine che del mondo pubblicitario on-line nel suo complesso.

(continua…)


Speaker's CornerRiflessione veloce: i weblog sono la versione digitale dello Speaker’s Corner, dove chiunque può parlare gratis e chiunque può stare ad ascoltare, intervenire o andare via. Le statistiche sul traffico si fanno contando le persone che rimangono a sentire.

 


Sto preparando un articolo sui motori di ricerca (tanto per cambiare, eh eh) che posperò nei prossimi giorni (devo finire di recuperare alcuni link). Mentre scrivevo, inevitabilmente mi sono imbattuto nelle tipiche perplessità di chi scrive qualcosa strettamente legato al business della sua azienda, per di più su un blog. Il tema, insomma, è quello del politically correct, o meglio, bloggically correct (una volta tanto, fatemi storpiare la lingua inglese).

La situazione oggettiva è questa: io faccio il manager in un’azienda che opera in un settore specifico e scrivo a riguardo di questo mercato e della sua consistenza in generale. Appena ho news e analisi che confermano l’importanza e la validità degli strumenti di tale settore, le riporto e le commento. Sono anche convinto di operare in un’area che offre tangibili opportunità per le aziende e, naturalmente, confido nelle capacità della mia struttura di operare in questo settore in modo adeguato.

Il problema è che colgo spesso un atteggiamento diffidente verso tutti quelli che, come me, cercano di portare alla ribalta il punto di vista degli operatori. Evidentemente è legittimo porre una doppia attenzione alle cose dette e scritte da qualcuno che ha evidenti interessi di business correlati. Però quello che trovo spesso sono dei veri e propri preconcetti nel giudicare i contenuti di una fonte: se questa è l’azienda che eroga un certo servizio, non potrà mai essere affidabile quando ne parla.

(continua…)


Undici ore di volo ma ero preparato a dovere: parlo del laptop, con tanto di alimentatore con la presa dell’aero. Avevo una discreta serie di cose da fare ed ho anche evitato l’ottimo Chardonnay californiano per essere più lucido. Quindi, dopo la cena (si fa per dire), inizio ad armeggiare con il pc mentre si spengono le luci in cabina per permettere a chi ha sonno di dormire.

Dopo una decina di minuti, mi si avvicina una vecchina e mi fa: “Odio doverglielo dire, ma con la luce del suo computer, mio marito non riesce a dormire”. Grunt! Avrei voluto rispondergli che questa si chiama business class proprio perché ci capita chi deve lavorare, oppure che nel kit con lo spazzolino e le cremine c’è anche una mascherina copri-occhi… ma non ce l’ho fatta. Mi è venuto un candido “I’m sorry” e ho spento il pc.

In fondo, alcune cose dovevo solo scriverle e la penna la so ancora usare, anche se non è la stessa cosa del word processor. Magari più tardi lo avrei riacceso.

Inaspettato, arriva invece un gentilissimo stewart (stile Mr.Brown o Ambrogio) che tutto premuroso mi invita ad riaccedere pure il PC. Gli dico che non vorrei dar fastidio, ma lui insiste e mi spiega che ha fatto bendare l’anziana coppia con l’apposita mascherina e che sono contenti.

Ok, riattacco tutto il marchingegno e proprio al momento del Ctrl-Alt-Del di Windows, torna lo stewart con una busta e mi dice: “Sono davvero imbarazzato per quello che è successo. Questo è per scusarci con lei.”. E mi porge una bottigliona dello Chardonnay. Wow!

Ringrazio ma rimango stupito dell’accaduto; hey man, non era successo nulla. Preferirei ricevere un omaggio ogni volta che un aereo fa ritardo (e ne avrei casa piena) piuttosto che per una cosa del genere. In ogni caso, sarò pure un po’ esterofilo ma la British Airways è una compagnia che adoro.


Undici ore di volo ma ero preparato a dovere: parlo del laptop, con tanto di alimentatore con la presa dell’aero. Avevo una discreta serie di cose da fare ed ho anche evitato l’ottimo Chardonnay californiano per essere più lucido. Quindi, dopo la cena (si fa per dire), inizio ad armeggiare con il pc mentre si spengono le luci in cabina per permettere a chi ha sonno di dormire.

Dopo una decina di minuti, mi si avvicina una vecchina e mi fa: “Odio doverglielo dire, ma con la luce del suo computer, mio marito non riesce a dormire”. Grunt! Avrei voluto rispondergli che questa si chiama business class proprio perché ci capita chi deve lavorare, oppure che nel kit con lo spazzolino e le cremine c’è anche una mascherina copri-occhi… ma non ce l’ho fatta. Mi è venuto un candido “I’m sorry” e ho spento il pc.

In fondo, alcune cose dovevo solo scriverle e la penna la so ancora usare, anche se non è la stessa cosa del word processor. Magari più tardi lo avrei riacceso.

Inaspettato, arriva invece un gentilissimo stewart (stile Mr.Brown o Ambrogio) che tutto premuroso mi invita ad riaccedere pure il PC. Gli dico che non vorrei dar fastidio, ma lui insiste e mi spiega che ha fatto bendare l’anziana coppia con l’apposita mascherina e che sono contenti.

Ok, riattacco tutto il marchingegno e proprio al momento del Ctrl-Alt-Del di Windows, torna lo stewart con una busta e mi dice: “Sono davvero imbarazzato per quello che è successo. Questo è per scusarci con lei.”. E mi porge una bottigliona dello Chardonnay. Wow!

Ringrazio ma rimango stupito dell’accaduto; hey man, non era successo nulla. Preferirei ricevere un omaggio ogni volta che un aereo fa ritardo (e ne avrei casa piena) piuttosto che per una cosa del genere. In ogni caso, sarò pure un po’ esterofilo ma la British Airways è una compagnia che adoro.


Foto fresche di giornata sul nuovo Photo Album, scattate girovagando su e giù per San Francisco. Enjoy!


Giornata di shopping oggi a San Francisco. Da queste parti, parecchi negozi già fanno i saldi su molti prodotti; è strano vederli a Natale. C’è qualche orchestrina in giro ma si respira un’aria di festa solo perché c’è tanta gente in giro; nulla di più. Ok, non sono a New York dove l’atmosfera natalizia è tutta particolare, però mi aspettavo qualche coreografia in più.

Macy’s ha preso altri tre piani di un edificio accanto ai suoi store, dove vende solo addobbi natalizi, destinando parte del ricavato in beneficenza. L’idea sarebbe anche intelligente, ma pur con tutta la buona volontà non ho trovato nulla che non fosse assolutamente kitsch. E poi in quei locali c’era un grande e fornito negozio di giocattoli e io già mi ero messo daccordo con Babbo Natale per avere una Barbie speciale per mia figlia…


In compenso mi ero già organizzato dall’Italia per farmi recapitare qui in ufficio un po’ di cose acquistate on-line da Build-a-Bear, di cui ho raccontato ad agosto. Sono comunque passato nel negozio vero e proprio: questo posto mi piace proprio e oggi c’era una festicciola improvvisata dove i bambini hanno recitato una specie di filastrocca. Quando ho scattato queste immagini con il Treo, era già tutto finito ma volevo immortalarlo comunque. Tra l’altro, mi diceva un collega che Build-a-Bear viene presentata come una case history di successo in un master su marketing e comunicazione che si tiene in California. Build-a-Bear
Build-a-Bear


La Chicago industriale ha accolto il Search Engine Strategies richiamando almeno 800 partecipanti. La mia sensazione è che sembra continuare il trend già intravisto nella precedente edizione a San José ad agosto, che vede una crescente presenza di aziende, intese come destinatarie dei servizi di search engine marketing, piuttosto che le società addette ai lavori. Questo evidenzia da una parte il diretto interesse degli advertiser verso i motori di ricerca, ma conferma anche la necessità di acculturamento delle aziende vista la costante evoluzione del settore.

A differenza della precedente edizione californiana, a Chicago non si sono viste star di rilievo e svariati tra i protagonisti di questo mercato hanno preferito “volare basso”. MSN non si è vista affatto mentre, al contrario, si è notata una grande presenza di Yahoo! e Overture. Dal canto suo, Google è riuscita senza particolare impegno a ricevere una forte attenzione, soprattutto sui temi del momento: la quotazione in borsa, di cui girano solo rumors (quello più intrigante è che Microsoft aspetti la quotazione e poi rastrelli le azioni sul mercato), ma soprattutto il “Florida update”.

La mai doma Google Dance, ossia la variabilità dei risultati delle ricerche, ha visto il 15 novembre scorso produrre un cambiamento significativo nel posizionamento di moltissimi siti, tanto che gli è stato attribuito anche un nome, “Florida update” appunto. Pur condividendo il principio che ha animato questo aggiornamento ai criteri di ranking, ossia il ridimensionamento dei siti considerati spam, l’opinione più diffusa è che il metodo applicato si è rivelato rozzo e discriminante, fornendo il fianco a sospetti di voler privilegiare i click verso inserzionisti (mooolto attivi proprio in questo periodo dell’anno) a scapito dei siti che compaiono nei normali risultati.

Qui negli USA l’attenzione verso Google ha raggiunto livelli che trovo maniacali ed il PageRank è sicuramente l’incubo di moltissime persone. Daltronde, occuparsi di motori di ricerca significa accettare di vivere in un regime di incertezza; solo che a volte è complicato e impegnativo (anche negli States) rendere partecipi i clienti di questa situazione. Anche perché da una parte ci sono i criteri di ranking che spesso sfuggono ad ogni possibilità di controllo, dall’altra continua l’attività di spammers di ogni tipo nel cercare di conquistare i primi posti con qualsiasi espediente. E questo spam selvaggio è un’altro fronte da considerare, specie quando assume le vesti di guerriglia attraverso reti di migliaia di domini, finti accessi ai siti per finire nei loro log file pubblici, spam sui forum e sui blogs (compreso questo), ecc.

Un altro segnale di allarme, peraltro già lanciato da qualche mese, arriva dagli Affiliation Program, ossia il sistema con il quale un qualsiasi sito web può esporre un link di un sito di e-commerce, guadagnando delle commissioni sulle vendite generate attraverso tale link. Come ogni meccanismo di business, anche questo ha visto il fiorire di abusi e problemi di varia natura, tra i quali: la sovrapposizione del merchant con i suoi affiliati, la perdita di immagine del brand del merchant, l’uso improprio del brand (comprese attività di spam), la produzione di informazioni distorte e non veritiere, ecc. Nell’ambito dei motori di ricerca, l’attenzione sugli Affiliation Program evidenzia altresì situazioni paradossali nelle quali il merchant ed i suoi affiliati si fronteggiano in una guerra al posizionamento che rischia di penalizzare entrambi.

Altro elemento cruciale è il continuo spostamento dei servizi di visibilità sui motori di ricerca verso modelli di prezzo legati alle performance. Non solo cost per click, ma cost per lead o per sale. Quello che trovo forzato, specie pensando alla situazione in Italia ed anche europea, è l’applicazione di questi parametri anche a campagne di visibilità istituzionale, nelle quali è oggettivamente difficile per le aziende stimare effettivamente il valore di un click.

Altra applicazione del modello pay per performance che trovo disadeguata è quella relativa ai servizi pay for inclusion, attraverso i quali i motori di ricerca garantiscono l’inserimento rapido delle pagine web ed il loro aggiornamento nell’archivio (ma non garantiscono il posizionamento). Inizialmente remunerato in base ad un costo annuale per ogni pagina web, metodo che trovo allineato con l’effettivo servizio erogato, sta migrando anch’esso verso un modello pay per click anche in funzione del consolidamento delle principali aziende della galassia Yahoo! che hanno lanciato il pay for inclusion (Inktomi, Fast e Altavista) supportate da Overture, altra azienda del gruppo, che da sempre applica un modello pay per click.

In ogni caso il pay per performance “it’s here to stay” e ne vediamo gli effetti anche in Italia, dove peraltro credo di essere stato tra tra i primi parlare di tale modello alcuni anni fa, attirandomi gli strali di editori e media che vedevano minato il loro tradizionale modello commerciale.

In realtà, i modelli pay per performance non sono impegnativi solo per i fornitori di visibilità e pubblicità, ma lo sono anche per gli inserzionisti e per gli advertiser, i quali devono capire quale è la corretta valorizzazione delle visite al sito e la loro capacità di generare lead e vendite. Da qui lo stress sui temi dell’analisi del ROI che sta investendo fortemente il settore dei motori di ricerca, dal mio punto di vista anche in modo leggermente improprio, nel senso che studiare le conversioni di un sito dovrebbe essere un’attività basilare e non legata solo ad uno solo strumento.

Ma torniamo in modo specifico al Search Engine Strategies. Un senso di disorientamento mi prende ascoltando gli ultimi interventi del caro Danny Sullivan. Ritenuto l’indiscusso guru di questo settore fino a qualche tempo fa, ora si trova a non essere più l’unica voce rappresentativa del settore. Anche perché qualche sua predizione un po’ azzardata fatta in passato (tipo l’assolutismo del “pay for listing” di qualche mese fa) è stata in gran parte smentita. Mi pare meno forte la sua visione razionale del mercato, mente sembra prevalere l’effettistica e la gigioneria. Ad esempio, per rappresentare la concentrazione in atto tra gli attori del mercato, non ha trovato di meglio che giocare con il mouse ed il loghi delle aziende, proponendo tra l’altro un improbabile Yahoo! mangiatutto che si sovrappone ai vari Altavista, Overture e Inktomi, per poi far emettere dall’audio un sonoro rutto. Alla faccia del buon gusto.

Intanto l’industria del search engine marketing matura e sembra definire con chiarezza i leader del settore almeno negli Stati Uniti, riconducibili a non più di 5 o 6 aziende ognuna delle quali con staff da 50-80 persone. Da registrare qui a Chicago, che per la prima volta uno dei premier sponsor del Search Engine Strategies è proprio un’azienda di search engine marketing (Keyword Ranking).

L’ultima nota la vorrei riservare a SEMPO, l’associazione delle aziende che fanno search engine marketing. Al gruppo hanno aderito oltre 100 aziende, di cui il 25% fuori dagli Stati Uniti (tra le quali 7 inglesi e 5 italiane). L’associazione, dopo la sua costituzione ad agosto, sembra aver intrapreso una strada molto attiva e concreta e conta di seguire le indicazioni emerse da un’indagine tra gli iscritti, dalla quale emerge che le agenzie SEM vogliono pesare di più nell’ambito del mercato della comunicazione on-line, ma sentono anche la necessità di continuare ad educare le aziende.


Volo Chicago-San Francisco.
Compagnia aerea: United Airline.
Motto della compagnia: The #1 on-time arline in the industry
Il mio volo delle 10 è partito con due ore di ritardo, grunt!
Stavano aspettando me per rivedere le statistiche?


Lo skyline di Chicago visto dall'interno del McCormick PlaceÈ noto che il mondo dei motori di ricerca si evolve velocemente. Però dal Search Engine Strategies di agosto a San José (alcuni post a rigurado sono qui) non sembra cambiato moltissimo in questa edizione di Chicago. Sto focalizzando le cose sentite in alcuni seminari, ma il vero mood del settore è emerso nelle chiacchierate fatte nei corridoi. Mi prendo ancora uno o due giorni per metabolizzare il tutto, anche perché stasera il mio cervello sembra piuttosto pigro, probabilmente per via della temperatura scesa sotto zero compreso un accenno di nevicata.
Però due cose le racconto.

McCormick PlaceIl McCormick Place, la mega struttura dove si tiene la conferenza, è qualcosa di ciclopico. È lo spazio per convegni più grande di Chicago e credo sia capace di contenere almeno 20.000 persone nelle sue immense sale. Alcune di queste, inutilizzate in questi giorni, sembrano dei veri e propri hangar, compresa un’altezza che supera i 30 metri. Come molte cose americane, l’immane struttura risulta moderna e possente ma il gusto per i particolari non è proprio di casa da queste parti: su tutti, l’orrenda moquette colorata stile futuristi (la si può ammirare nella foto seguente).

La conferenza di SEMPOLa scena più divertente della giornata è capitata durante il meeting di SEMPO, l’associazione che rappresenta le aziende di search engine marketing. Alle 18 in punto, mentre Barbara Coll presentava alcune slides, un addetto dell’organizzazione ha spento il proiettore e se ne è andato. Siamo risasti un po’ sorpresi e dopo alcuni minuti qualcuno lo ha riattivato. Allora ecco che ricompare l’addetto che questa volta stacca i fili e si porta via il proiettore affermando, tra i “boooo” dei presenti, qualcosa come “Il mio turno di lavoro è finito!” E se ne è andato davvero.


Sono quelle cose che fanno piacere: anche il mio weblog sembra sia stato preso di mira dagli spammer.

Ho volutamente evitato di cancellare il commento di un tale klaus a questo post sull’RSS che, nel suo maldestro tentativo, avrebbe dovuto contenere i link ad una trentina di siti sospetti. Invece, il fatto che l’html sia disabilitato dai commenti a questo blog, ha prodotto una insulsa ed inutile lista di termini tedeschi. Da notare che il codice html originalmente postato da caro klaus avrebbe dovuto mostrare solo la prima riga del commento (“great site, well done”) e posizionare il resto in un angolo dello schermo in caratteri minuscoli.

E se gli spammer teutonici arrivano anche da queste parti, significa che il fenomeno sta prendendo piede. Eppure questo blog non ha (ancora, eh, eh) una popularity così alta da giustificare l’interesse di un link-back. Probabilmente lo spammer in questione pensa al futuro…


Sono appena arrivato a Chicago. E questo post è dedicato a tutti gli amici e colleghi che in luogo del solito “mandami un e-mail quando arrivi”, sono passati a “poi leggerò sul tuo blog come è andata”.

tramontoStavolta il viaggio è stato abbastanza stancante e non sono riuscito a combinare nulla di quello che avevo in mente, compreso lo scrivere un paio di cose per questo weblog. In compenso, ho beccato una selezione musicale interessante (tra cui l’ultimo CD di Bowie che non è niente male) ed un tramonto molto bello che ho provato ad immortalare con la telecamerina del Treo 600.

Domani si inizia con un nuovo Search Engine Strategies, ma di business scrivo domani: ora sono cotto. Spero solo che i vicini di stanza la smettano di urlarsi parolaccie a squarciagiola e mi lascino domire


Un articolo su The Guardian riporta una ricerca di Millward Brown per EIAA, secondo la quale gli europei spendono il 10% del loro tempo su internet. Questo valore supera quello relativo alle riviste periodiche (8%) ed è molto vicino alla percentuale di tempo riservato ai quotidiani (13%).

Questi dati contrastano di fatto con quelli inerenti la raccolta pubblicitaria, che vede internet arrivare a non più dell’1,5% in media in Europa sul totale degli investimenti sui media. Ma tutto fa pensare che questa quota potrà solo salire. E di molto.