Le startup basate sulle nuove tecnologie sono da un po’ di tempo al centro dell’attenzione, comprese le recenti iniziative governative e politiche. Finalmente una boccata d’aria fresca che serve a smuovere il settore del venture capitalism e a sviluppare qualche bella storia di business, posti di lavoro e ricavi.

Serve anche per dare un po’ di stimoli e di fiducia ai giovani, badando però a non limitarci a identificare le startup esclusivamente come “roba per giovani” (a riguardo avevo segnalato un articolo su GigaOm qualche giorno fa).

Vedo però poca attenzione al vero problema: quello delle  centinaia di migliaia di aziende italiane che sono indietro (e parecchio) nell’utilizzo di internet per il loro business. Vi risparmio le numerose ricerche che lo testimoniano appieno.

Non vorrei che l’attenzione alle startup sia una specie di messaggio a gettare la spugna, a rassegnarsi che l’unico modo per crescere sia lasciare le aziende alla mercé della competizione globale e rifondare tutto con tante belle giovani startup, con la speranza che sorga qualche Facebook tricolore guidata da nuovi improvvisi milionari .

Per spiegare a cosa mi riferisco, mi sono divertito ad elaborare i dati ISTAT del 2011 riguardanti l’utilizzo delle tecnologie nelle aziende italiane, suddividendo le imprese secondo i tre livelli di impiego della Rete identificati da The Boston Consulting nel report Fattore Internet, i quali sono:

  • Online-attive: Possiedono un sito ed effettuano attività di marketing virtuali o di e-commerce
  • Online: Dotate di una pagina Web ma non fanno né attività di marketing né di
    e-commerce
  • Offline: Prive persino di un sito (ma possono avere una connessione Internet)

Numero aziende italiane 10-99 dipendenti

Ho isolato le aziende da 10 a 99 addetti, quelle su cui penso sia necessario intervenire maggiormente. Si tratta di 215.000 imprese (il 4,9% delle imprese italiane) che occupano 4,9 milioni di addetti (29,2% del totale) e sviluppano 968 miliardi di € di fatturato (36,5% del totale).

Ebbene solo una piccola parte di queste usa internet in modo attivo. Il resto no.

Continuando l’elaborazione (nota: il mio non è un lavoro scientifico ed ha valore puramente indicativo), applicando i parametri del report Fattore Internet relativi alla differente performance derivante dal loro livello (Online-attive, Online oppure Offline) e ipotizzando che solo un conservativo 10% di quelle Online e di quelle Offline passi al livello superiore, è stimabile un aumento del fatturato complessivo di 2,5 miliardi di Euro l’anno.

Quante startup ci vogliono per raggiungere un risultato simile?

Perché non cerchiamo di fare un RESTART di queste aziende? Pensiamo pure alle startup, ma se vogliamo parlare di crescita del Paese, quella vera, quella urgente, quella diffusa, allora è da queste PMI che dobbiamo ripartire. È qui che occorre implementare l’utilizzo convinto della Rete (che ovviamente non è solo “fare e-commerce”).

Io qualche idea ce l’ho… magari metto su una startup! Occhiolino

Che ne pensate?

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13 commenti per “Meglio un RESTART delle aziende che nuove STARTUP”

  1. Alessandro Marocchini scrive:

    Assolutamente d’accordo con te Mauro.
    E’ da anni che attraverso il mio umile e piccolo blog cerco di sollevare il problema dell’inadeguatezza delle PMI sotto il profilo del webmarketing e dell’uso del web come leva di marketing. Esistono pochi buoni case studies a tal proposito nel nostro paese e non esistono enti di formazioni pubblici o corporativi (vedi Camere di commercio e affini) che investono seriamente nell’alfabetizzazione informatica degli imprenditori e nella formazione riguardo webmarketing e gestione e progettazione dell’ec-commerce (che è un argomento a sè); enti che invece esistono in altri paesi come la Spagna o i paesi nordici.
    Siamo indietro e non credo, come te, che la creazione di nuove startup possa risollevare le sorti “informatiche e web” del nostro paese, anzi, credo che si stia dando anche una cattiva informazione riguardo alle startup, vedo troppi toni entusiastici che non tengono conto delle difficoltà intrinseche nell’investire nel nostro paese: burocrazia, costi iniziali da sostenere estremamente alti, gestione dei fondi pubblici inefficiente, tempi biblici per il rilascio di documenti e autorizzazioni, infrastrutture pubbliche e telematiche inefficienti e inadeguate, scarsa alfabetizzazione informatica, etc… potrei continuare per ore. Tutte cose che in passato ho vissuto sulla mia pelle di giovane imprenditore e che mi hanno insegnato tante cose.

  2. Luca Carbonelli scrive:

    Ottime considerazioni Mauro. Quasi non se ne può più di sentir parlare di startup. C’è una crescita esponenziale di questo tipo di imprese, ma di concretezza ben poca. mentre ci sono in tutta Italia tante pmi che di concretezza ne hanno da vendere, ma che non sono ancora brave a sfruttarne le potenzialità con le nuove tecnologie. non conoscono cosa sia la rete, quella operativa, quella attiva, quella che potrebbe tirarle fuori da un periodo di crisi che imperversa tragicamente. La preparazione di tanti startupper, potrebbe essere sfruttata in queste aziende, e con un pò di fiducia, tempo, e competenza, potrebbe portare risultati sorprendenti per questo paese.

  3. Alessandro Nasini scrive:

    Io credo che una opzione (e una opportunità) non escluda l’altra: c’è bisogno di startup come c’è bisogno di restart. L’aspetto interessante – cosa che vado dicendo da tempo, incontrando però scarsa condivisione e approvazione – è che start e re-start potrebbero in molti casi (ovviamente non tutti) coincidere, traendo reciproco giovamento.

    Ci sono in Italia centinaia di aziende che hanno al momento risorse in eccesso rispetto ai bisogni operativi, risorse che potrebbero essere messe in condivisione con startup “verticali” almeno in alcuni settori specifici. Parlo di canali commerciali, risorse logistiche, in alcuni casi risorse finanziarie, risorse amministrative e legali, per non parlare di esperienza e capacità manageriali: proprio quegli ostacoli che molto spesso trattengono dallo “start” molti progetti di nuovi (potenziali) neo imprenditori.

    Quante aziende – meglio se incentivate sotto gli aspetti normativi e fiscali – sarebbero interessate e ben disposte ad avviare esperimenti di incubazione e spin-off? Con buona probabilità molte e molte anche ben gestite, guidate da imprenditori sani. Perchè non esplorare anche queste possibilità?

  4. Marco scrive:

    Mauro, le tue osservazioni (che condivido pienamente) e i commenti fin qui giunti hanno numerosi spunti d’interesse, però quello che non vedo in questo “nuovo corso” sono i soldi, senza nulla togliere al discorso di Alessandro Nasini.
    Quando alla fine degli anni Novanta si finanziavano le idee (che molto spesso erano solamente tali, non potevano obiettivamente concretizzarsi in imprese) si parlava di miliardi di lire (oggi sarebbero milioni di euro). Lire vere, non farlocche, lire degli investitori distribuite da Fondi in cui lavoravano persone con competenza specifica. La soglia di rischio era elevata ma qualcuno (penso a Renato Soru o, ultimamente, a Federico Marchetti) ha collocato bene la sua impresa rendendo felici gli investitori di cui sopra. Certo, qualcun altro non ce l’ha fatta, ma questo rientrava nella percentuale di rischio o, all’opposto punto di vista, nell’etica del promotore della start-up. Non divaghiamo.
    Oggi vedo finanziamenti, spesso sotto forma di premi, da 30.000 euro spacciati per un grande investimento. No, scusate, io quel mestiere l’ho fatto e posso dire, senza timore di essere smentito, che con quella cifra si paga (e poco) un anno di ricerca di una persona o si adegua il parco informatico di una piccola impresa mettendosi in regola con licenze per il software e compagnia cantando. Detto questo, e abbiamo parlato di spiccioli, è chiaro quanto costerebbe riavviare un’impresa come quelle da te prese a campione? Io credo, onestamente, che non sarebbero sufficienti le cifre che oggi si spacciano per investimento nelle start-up. Forse è questa la ragione per cui si procede (quando lo si fa) a piccoli passi. Perdendo le occasioni.

    Se metti in piedi una start-up tu, vengo a fare il ragazzo di bottega per un euro.
    Grazie per l’attenzione

  5. andrepax scrive:

    Condivido pienamente quanto ho letto. Personalmente credo che uno dei fattori che contribuisce a rallentare il processo di innovazione nelle piccole e micro aziende (come la mia, nel settore meccanico) sia l’anzianità degli imprenditori stessi, molti dei quali hanno iniziato la loro attività negli anni ’70. Questo è semplicemente un discorso statistico e logico, dato che siamo uno dei paesi più vecchi del mondo. E’ un discorso statistico e logico anche in virtù del fatto che per aprire un’impresa meccanica, quindi dovendo investire in immobili e macchine utensili di un certo livello, al giorno d’oggi, si parla tranquillamente di centinaia di migliaia di euro, cifre fuori dalla portata di qualsiasi giovane volenteroso che non sia milionario e abbastanza folle, oppure il figlio del titolare, cifre che rendono difficile il ricambio generazionale. Il tessuto industriale italiano è formato da miriadi di queste situazioni; aziende capitanate da imprenditori-padri-padroni che esercitano un controllo assoluto sulle loro “creature” ma che non hanno la preparazione per affrontare il cambiamento imposto dalla cosiddetta globalizzazione e nello stesso tempo non vogliono o non hanno la possibilità di farsi da parte.
    Difficile in questo contesto comprendere i vantaggi del web, del cloud, dei nas, e compagnia bella… e purtroppo la barriera di accesso per quei giovani che hanno passione per la meccanica e conoscenza delle nuove tecnologie è posta troppo in alto.
    Speriamo bene, per tutti ..

  6. Mauro Lupi scrive:

    andrepax hai stra-ragione; è un po’ questo che non mi torna quando si pensa alle startup, ossia quelle di poter fare miracoli con investimenti bassi. E’ l’approccio italiano haimé che punta al massimo risultato col minimo effort.

    Ed è anche speculativo pensando ai giovani che, solo perché son tali, si pensa di spremerli per due lire.

    Per carità, l’innovazione nasce anche nei garage, ma ci si riduce sempre a guardare quelle storie e non quelle costruite su business plan impegantivi sin dall’inizio.

  7. Michele Polico scrive:

    Ciao, il tema è sicuramente interessante e condivisibile: credo però che non basti “effettuare attività” di marketing online per fatturare di più, o per essere competitivi nel lungo periodo.

    Il punto è comprendere che il mondo è cambiato: le piccole, medie e grandi aziende (italiane) hanno tanto lavoro da fare (un restart, appunto), e spesso poca consapevolezza o voglia di investire tempo e soldi su questo.

    A presto,
    Michele

  8. Alberto Giacobone scrive:

    Ben detto, detto bene!

    I miei due centesimi: qualche settimana fa, ho partecipato ad un evento di business matching organizzato da un distretto tecnologico di cui facciamo parte, che ha coinvolto una 40na di aziende

    Un po’ per fare i compiti a casa un po’ per sincera curiosità, ho guardato i siti delle aziende partecipanti (e stiamo parlando di aziende vitali, che producono e competono in Italia e all’estero), verificando in particolare l’aggiornamento della loro area notizie: poche, pochissime notizie, spesso risalenti a mesi, se non anni prima. In qualche caso, ho trovato dei “lorem ipsum” al posto delle notizie e con questo penso di aver detto tutto.

    Eppure la sostanza c’è: innovazione di prodotto, processi produttivi collaudati, etc. … stiamo parlando di aziende che hanno un loro ruolo nelle rispettive filiere e che con un pizzico di energia in più nel comunicare, potrebbero ottenere risultati ancora più importanti.

    Saluti!

    - Alberto

  9. Mauro Lupi scrive:

    Grazie Alberto, anche a me è questo che mi piacerebbe aiutare a valorizzare: esaltare le enormi professionalità ed il grande valore di tante aziende italiane che proprio attraverso internet potrebbero migliorare la loro competitività e, alla fine, fare più business.

    E non servono operazioni straordinarie; solo aiutarle a capire, guadagnare la loro fiducia e aggiornare le loro strategie. Prima che il mercato le metta alle corde quando ormai potrebbe essere troppo tardi.

  10. Marco scrive:

    Parole sante Mauro, però la realtà nella quale ci muoviamo è differente. L’idea generica che hanno del nostro lavoro i “non addetti ai lavori” è veramente vaga. Se parli con i proprietari di quelle 40 aziende campione per oltre la metà ti risponderanno che hanno già un sito e che va bene così perché non hanno tempo di seguirlo. Certo, se tu gli regalassi il tuo tempo aggiornandolo, promuovendolo, programmando una strategia di marketing e tutto il resto sarebbero contenti. Ecco, appunto, regalassi. No, non è possibile. Non è possibile perché il benzinaio, il libraio, il direttore della banca, l’amministratore di condominio, l’Agenzia delle Entrate e molti altri soggetti quel verbo, regalare, non lo contemplano.
    Tu dici bene, sulla base della grande esperienza: “non servono operazioni straordinarie; solo aiutarle a capire, guadagnare la loro fiducia e aggiornare le loro strategie”. Permettimi di aggiungere una cosa: volontà di innovare, aprirsi a nuove opportunità accettando che queste non arrivino dieci minuti più tardi.
    Concludo con due ultime osservazioni: nel nostro settore ci sono ancora troppi “furboni” che approfittano della generale scarsa conoscenza dell’interlocutore e, nelle Pmi, l’idea dei compensi da proporre al professionista della comunicazione digitale è ancora troppo lontana dall’essere concreta. Lavorare muovendosi tra questi due steccati è impresa ardua. Non per questo meno stimolante.

  11. Mauro Lupi scrive:

    Marco, sul tema del “regalare” tempo in realtà ho un sogno nel cassetto che sto provando a “testare”. In pratica l’idea è di riuscire a sostenere una base di education a livello nazionale (quella che oggi viene regalata e, come tale, fatta occasionalmente e superficialmente), in grado di stimolare quella consapevolezza e “volontà di innovare” come dici te, che potrebbe scatenare il resto.

    Non è banale, ma sto cercando di capire se esiste ancora qualcuno in Italia a cui sta a cuore far ripartire il Paese da quello che è e che ha oggi.

  12. Marco scrive:

    Mauro, una volta di più mi trovo d’accordo con te: no, non è banale. Però, sapendo che un’iniziativa che parte da te è un’iniziativa seria, hai trovato un volontario. Fammi sapere se posso esserti utile in qualche maniera.

  13. Stefano scrive:

    Personalmente trovo che siamo terra di conquista da parte di francesi e inglesi, oltre che US company.
    Sto preparando una re-start che possa offrire un market place ROPO, social, mobile…
    Cercando finanziatori sapete cosa mi hanno detto? Non perdere tempo a cercarli in Italia… Vai in Germania o silicon valley!