Archivio: novembre, 2003

Mi è tornata in mente una cosa: Yahoo! sembra che possieda il 2% di Google. Facendo due conti, se la quotazione in borsa di Google ne definirà un valore di (almeno) 15 miliardi di dollari, Yahoo! si ritroverebbe a possedere azioni per un importo superiore a quello di tutte le sue ultime acquisizioni (Inktomi ed il gruppo Overture, Altavista e FAST) che approssimativamente sono costate solo 2 miliardi di dollari.


Insomma, la pubblicazione a puntate del mio romanzo bonsai è terminata oggi. Tanto per continuare a giocare a fare lo scrittore, ho preparato anche un bel file pdf con l’intero racconto.
Buona lettura!


Sull’Espresso Online trovo un’intervista a Jakob Nielsen, noto scrittore in termini di usability, il quale si lamenta dello spam, delle informazioni dannose e inutili che si trovano sul web e di quello che, in generale, ha definito “inquinamento dell’informazione”.

Sappiamo tutti che in genere quantità e qualità non vanno d’accordo, per cui, se i documenti on-line continuano ad aumentare, per di più sommati a spam di ogni tipo, un argomento di interesse crescente diverrà quello di aiutare gli utenti a navigare non affogando nel loro quotidiano viaggio sul mare delle informazioni.

Peraltro, si stima che attualmente i motori di ricerca riescano a censire non più di un terzo delle pagine web dei normali siti internet; oltre a queste, rimane nascosto agli occhi dei search engine anche gran parte dell’immenso patrimonio di materiale memorizzato in centinaia di banche dati on-line che a suo tempo si stimò essere pari a 500 volte i documenti attualmente censiti dai motori di ricerca.

Ho sentito parlare spesso di strumenti tecnologici che filtrino tali informazioni, oppure di attività repressive o limitative verso le fonti ritenute dannose. Io credo che si debba aggiungere anche un’attività di formazione e supporto nei confronti degli utenti, dei cittadini tutti. A differenza di Nielsen, sono scettico in merito ad un miglioramento della situazione in futuro, per cui l’overload di informazioni passerà rapidamente dall’essere una seccatura al diventare un problema serio per ognuno di noi.

Nei prossimi mesi, immagino possano svilupparsi un paio di nuove figure professionali: il Personal Info Trainer per i singoli ed il Biz Finder per le aziende. Su quest’ultimo ruolo, capace di assistere il mondo business a trovare velocemente le informazioni, si sono viste diverse proposte commerciali emergere recentemente (compreso Google Answer), ma l’impressione è che non vengano ancora percepiti due aspetti fondamentali: da una parte il valore strategico del reperimento tempestivo e qualitativo delle informazioni, dall’altra l’effettiva disponibilità on-line delle risorse su cui si misurerà il vantaggio competitivo del prossimo futuro.


  Pierluigi quando parla al telefono urla e questo già mi dà fastidio. Ma il fatto che oggi salti la definizione del budget mi fa davvero innervosire. Allora cerco di concentrarmi su mio media-plan e sulle cose più urgenti che avrei dovuto definire con lui. Sull’importo del budget siamo già d’accordo. Se proprio vuole, qualche migliaio di euro lo spendiamo pure su questi motori di ricerca. Però alla conferenza con i giornalisti io ci tengo: su quella mi deve dare un’ok.
  Finita la sua telefonata, Pierluigi tira le somme.
  «Facciamo così: partiamo con un test sui motori di ricerca utilizzando il 5% del budget di questa campagna. Per il resto, fai tu».
  Ribatto: «Il 5%? A me sembra troppo, però se proprio ci tieni… In ogni caso devi darmi il via libera alla conferenza di cui ti avevo parlato… quella con i giornalisti. Dammi solo altri cinque minuti. Laura sta curando la logistica ed ha i dati aggiornati».
  Chiamo Laura con l’interfono e lei arriva con un sorriso che non le vedevo fare da tempo. È sempre stata orgogliosa di lavorare in questa agenzia e cerca costantemente di mettersi in mostra con nuove idee e proposte di continui cambiamenti; a volte per bloccarla ci vuole un certo impegno. Spero che oggi non ne inventi una delle sue.
  «Alberto, per il convegno è praticamente pronto tutto. La sala è opzionata e gli inviti possono partire nel giro di due giorni. Rispetto alle stime iniziali, siamo riusciti a spuntare prezzi più bassi del 50%».
  «Complimenti!», interviene Pierluigi visibilmente interessato.
  Laura passa lo sguardo su di lui e continua.
  «Da quando ho iniziato a cercare i fornitori su internet, abbiamo trovato nuove aziende molto competitive ed anche molto specializzate. Guardate qui, ad esempio».
  E ci mostra la stampa di alcune pagine del sito web di una società che organizza eventi, ed in particolare quelli riservati alle conferenze stampa.
  «L’ho trovata cercando si motori di ricerca internet, se volete vi faccio vedere come ho fatto».
  «No, no, lascia stare», mi inserisco io pensando che, dopo il sogno e i documenti di Pierluigi, adesso ci si mettono pure i fornitori scovati da Laura. «Ormai sappiamo tutto dei motori di ricerca, vero?».
  Sorrido ma è un mix di imbarazzo e voglia di cambiar discorso.
  La fastidiosa suoneria di Pierluigi ci interrompe ancora: lui urla a qualcuno, probabilmente al suo autista, che sta uscendo.
  Mentre lo accompagno alla porta mi lancio con una frase di intesa.
  «Allora siamo d’accordo su tutto».
  «Si, procedi pure», mi congeda Pierluigi. «E mi raccomando, partiamo subito con il posizionamento sui motori di ricerca: sto male a pensare che in questo momento c’è qualcuno che sta cercando on-line i prodotti che produciamo e in testa ai risultati trova i nostri competitor. Ciao.»

  Mi sprofondo nella mia poltroncina e non riesco a pensare che alla conferenza stampa con i giornalisti. Meno male che almeno questa è andata. Se la organizziamo bene possiamo ottenere una buona copertura stampa, così facciamo morire d’invidia le agenzie concorrenti. E magari ci scappa anche qualche redazionale anche sulle altre campagne che stiamo lanciando. Il vero problema è cosa dire dell’utilizzo di internet nel media mix di Deluxe & Co. Qui da noi nessuno si sporca più le mani con la Rete, da quando per quel portale pianificammo un po’ di spot in TV e poi si scoprì che nessuno ricordava il loro brand. Noi cercammo di spiegargli che con 8 miliardi di vecchie lire non si riesce ad avere la giusta pressione pubblicitaria, ma loro volevano risparmiare…
  Ho un’idea. Chiamo Laura.
  «Carissima, è forse arrivata la tua occasione. Che ne pensi di occuparti di internet nella nostra agenzia?».
  Lei non ha più il sorrisone esibito in precedenza. Ora è gelida, sfrontata, sicura.
  «No grazie, ho appena ricevuto conferma da una web agency che ha trovato il mio curriculum in Rete. Dalla prossima settimana vado ad occuparmi di pianificazione on-line e anche di motori di ricerca. Hanno già molti grandi clienti e anche io ne ho in mente qualcuno…».

FINE

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PopWar - Il NetAttivismo contro l'Ordine CostituitoSono molti a credere che ci sia una nuova guerra in atto e Stefano Gulmanelli con il suo libro PopWar (editore Apogeo, 2003) ne dettaglia i campi di battaglia e le armi in uso.

È un testo che riesce, con meno di 150 pagine, a rappresentare in modo esaustivo tutte le principali falangi del Net-Attivismo, tracciandone i relativi manifesti ideologici e le linee d’azione. PopWar è il bollettino dal fronte, ove l’inviato è chiaramente nella trincea di una delle due fazioni in lotta, i NetAttivisti, e l’unico punto di vista che emerge è il loro.

Ma va bene così. Sento il bisogno, a volte, di leggere o ascoltare argomentazioni palesemente di parte, per poi maturare un’opinione mediata e ragionata confrontando più opinioni. Certo è, che la voce che si leva da PopWar è eccessivamente assolutista: il NetAttivismo contro l’ordine costituito (peraltro efficacemente sintetizzato in Government che sta per Corporate Government), comunque e ovunque.

Vediamo i baluardi su cui si combatte la PopWar, racchiusi in tre principali diritti digitali:

  • diritto alla libera riproduzione di informazioni e contenuti

  • diritto alle infrastrutture comunicative
  • diritto all’anonimato dell’utente e alla privacy del cittadino

Mentre per gli ultimi due temi due mi trovo vicino alle istanze di salvaguardia di tali diritti, in merito al discorso sul copyright mi sfugge una realistica applicazione del principio della “libera riproduzione”.

Sicuramente il file sharing ha messo in crisi e in discussione dei modelli che parevano consolidati. Però ritengo sacrosanto il diritto di un qualsiasi autore (musicisti, scrittori, aziende, ecc.) di salvaguardare il proprio lavoro. Chissà quale sarebbe il punto di vista di Gulmanelli se il suo libro fosse riprodotto on-line e distribuito gratuitamente.

Non è un discorso che si può esaurire in poche righe, lo so. Però non condivido un’atteggiamento oltranzista per principio. E su PopWar, questo spirito di frontiera assume tratti assoluti, per cui l’auspicio di cambiare le regole e le leggi può passare, secondo l’autore, esclusivamente attraverso una sovversione, un golpe seppur virtuale ove tutte le azioni, legali o meno, diventano lecite.

In definitiva: PopWar è utile, interessante, ricco di punti di vista pur raccolti solo nell’ambito del NetAttivismo. Sconsigliato ai quindicenni terribili (è solo uno stereotipo, naturalmente) che se applicassero alla lettera le azioni dei NetAttivisti, potrebbero non rendersi conto di infrangere svariate (attuali) leggi nella maggior parte del mondo.


Inizio a sentire il peso di pulire i messaggi di spam. Prima o poi sarò costretto anch’io a cambiare indirizzo e-mail. Un giorno senza scaricare la posta e per 30-40 messaggi buoni, ne devo cancellare 150-200 di spam. Uso MailWasher Pro per gestire più velocemente la robaccia che arriva, ma è sempre una rottura di scatole.

Mi consolo con un buon articolo di Rebecca Lieb su ClickZ sui dieci (falsi) miti che riguardano lo spam. (Nota: ho già sottolineato in passato quanto trovo piacevole leggere gli argomenti ed il modo di trattarli di Rebecca)

UPDATE #1 – 24 nov 2003
Su Punto Informatico, Massimo Mantellini torna sul tema spam con un interessante articolo che, tra l’altro, cita anche questo post.

UPDATE #2 – 25 nov 2003
Una ricerca pubblicata oggi su DN News afferma che il 58,6 degli spammers arrivano dagli USA; al secondo posto, distaccatissima, è la Cina ma il 5,6%. Per una volta, gli Stati Uniti hanno un primato che possiamo non invidiare.


Il volo da Milano doveva partire con 2 ore di ritardo ma poi dopo un quarto d’ora dall’infausto annuncio ci hanno imbarcato. Meno male!
Resoconto geek: la scheda gprs del pc ha problemi con la rete francese RTF, così non posso scaricare la posta. Invece dal Treo funziona e allora provo questo post inviato dal palmare via mail.
Note meteo: lascio il grigio di Milano ma anche qui c’è foschia. E io che mi ero portato pure la digital camera…


  In effetti quei rettangoli li avevo notati. Sembrano come tante manchette una sopra all’altra. Sopra c’è scritto “Sponsored Links”. «Forse sarà qualche inserzionista», penso, «strano, perché non l’ho mai sentito».
  «Caro mio», e qui il mio cliente fa un sorrisetto che proprio non mi piace, «questa che stai vedendo è la più efficace forma di pubblicità mai inventata».
  Lo guardo con fare diffidente e mi trattengo a fatica nel dirgli che ogni giorno c’è qualcuno che crede di aver inventato la pubblicità del secolo.
  Ma lui continua: «È talmente semplice da sembrare banale: tu fai una ricerca e ti compaiono solo degli inserzionisti legati a ciò che stai cercando. Io lo trovo comodissimo e spesso faccio click su questi riquadri. Lo so che è pubblicità ma, in molti casi, sono proprio quelle le aziende che sto cercando. Immagino quindi che anche per la mia azienda potremmo utilizzare…».
  Non lo faccio continuare.
  «Aspetta un attimo: stiamo parliamo di internet, roba per ragazzini. E poi quante ricerche pensi vengano fatte in Italia? Qui mica siamo in America!»
  Ripenso al sogno. Accidenti: sto diventando un veggente? Mi sogno un cliente che mi racconta di scenari futuri impossibili ed il giorno dopo me lo trovo davanti a parlarmi di una diavoleria fatta con i computer. E se stessi acquisendo delle capacità extra-sensoriali?
  Pierluigi mi riporta sui suoi fogli. Anzi, adesso ne ha tirato fuori un altro che prima non avevo notato. Ma non me lo fa vedere; lo prende invece in mano ed inizia a leggere. Sono evidentemente delle ricerche di mercato, dalle quali risulterebbe che internet è usato da circa quindici milioni di persone in Italia e che praticamente tutte fanno regolarmente delle ricerche on-line. Poi fa una pausa e comincia a leggere in modo quasi solenne.
  «Oltre la metà degli utenti si è informata su internet in merito a servizi e prodotti che poi ha acquistato off-line» e, alla fine, mi spara la sua sentenza: «Questo significa che attraverso i motori di ricerca posso incrociare le persone che in quel momento stanno cercando di informarsi sui miei prodotti. Lo capisci? Praticamente non c’è dispersione: espongo il mio annuncio pubblicitario solo dove c’è qualcuno realmente interessato. Insomma: è come capire cosa ha in mente la gente e mostrargli la pubblicità di un prodotto quando pensa proprio a quello. Non lo trovi perfetto?»
  Cerco di trovare un’intuizione per ribattere che la pubblicità impiega anni per sfruttare i nuovi media e che internet è ancora giovane, ecc. ma non voglio rischiare di allargare il discorso. Però devo cercare di arginare i facili entusiasmi di Pierluigi. Tornando sui risultati delle ricerche che ho davanti agli occhi, immagino di aver trovato la probabile falla del sistema.
  «Guarda qua: in questa lista ci sono un paio di riquadri pubblicitari, ma sono sicuro che solo pochi gli utenti internet li vanno a guardare; piuttosto sceglieranno sicuramente i siti riportati nell’elenco più grande sulla sinistra, anche perché mi sembrano anch’essi attinenti alla richiesta, non trovi?»
  Sembra che non aspettasse altro.
  «Hai ragione. Non a caso le informazioni che ho raccolto, arrivano principalmente da un’azienda che riesce a posizionare il tuo sito web proprio nell’elenco che dicevi te. In sostanza loro analizzano cosa stanno cercando gli utenti on-line in questo momento e mettono il tuo sito in testa ai risultati, sia nell’area più grande, sia utilizzando gli spazi pubblicitari».
  Sono alle corde. E pensare che l’avevo pure sognato questo matto che mi parlava di pubblicità preveggente. In effetti il discorso sembra filare, ma sicuramente ci sarà il trucco da qualche parte. E poi chissà quanto te lo fanno pagare un servizio del genere.
  «Facciamo così», propongo, «lasciami alcuni giorni per capire come funziona questa cosa e poi ti faccio sapere».
  Vedo Pierluigi che non vuole mollare l’osso ed insiste.
  «Scusa Alberto, siamo qui per analizzare il budget della prossima campagna e vorrei proprio non perderla questa opportunità. Aspetta che ti faccio vedere un’altra cosa».
  «E adesso cos’altro mi tira fuori?», penso un po’ irritato; «poteva dirmi che gli interessava internet e così predisponevamo un bel media-plan. Invece è lui che si mette a fare il pianificatore… Ah, che pazienza che ci vuole. Ci dovrebbero fare tutti santi!»
  Il documento che mi fa vedere adesso è molto più colorato dei precedenti. È una brochure fatta piuttosto bene, devo ammetterlo. Si, si, le solite chiacchiere: siamo forti, competenti, il cliente è al centro delle nostre attenzioni e via con le solite cose. E allora? Pierluigi mi indica la pagina che descrive i servizi, poi prende una penna e fa un cerchietto accanto al punto 3 e al punto 5 della «lista di vantaggi». Al punto 3 c’è scritto che il servizio su può anche pagare in funzione delle visite generate al sito web.
  «Cioè?».
  Pierluigi è raggiante:
  «Praticamente paghi solo in base ai risultati che ottieni. Nulla di più». E poi passa la punto 5: «Puoi attivare la campagna in sole 48 ore. E oltre a questo…»
  Per fortuna gli squilla il cellulare. Non perdo l’occasione: raccolgo velocemente tutti i fogli di Pierluigi compresa la brochure e li metto in una nuova cartellina su cui scrivo “internet”. Poi prendo il folder con il media plan della prossima campagna, che poi sarebbe dovuto essere l’oggetto della riunione.
  «Si, va bene, ho capito; tanto con Alberto ho quasi finito».

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Una collega (thanks Chiara!) mi ha segnalato BlogStreet, un’applicazione che aggrega i file RSS, contiene un motore di ricerca di weblog, ma soprattutto scova o genera ex-novo dei file RSS per quei blog che non ce l’hanno.

Ad esempio, due dei blog che seguo periodicamente, La Pizia e Mestiere di Scrivere non hanno pubblicato il link al loro RSS che invece esiste, e BlogStreet l’ha trovato. Sono anche riuscito a creare un nuovo file RSS (che BlogStreet memorizza sul suo server) per un blog che ne era sprovvisto del tutto.

Il risultato è che poi aggrego tutto con BlogLines che mi aggiorna solo dei nuovi post.


Succede sempre così. Quando ti metti ad approfondire qualcosa legato ad internet, ti ritrovi con mille opportunità diverse. Non solo hanno già inventato quello che cercavi da tempo, ma ne esistono svariate versioni.

Nei giorni scorsi, ho trovato qualche momento per giocare con alcuni add-on di Internet Explorer. Ho scoperto Avant Browser (ne parlo qui), poi gomitolo mi suggerisce Slim Browser, mentre sisko mi consiglia Mozilla Firebird che in effetti avevo visto tempo fa ma poi mi è passato di mente.

Use a Better BrowserMi sembra quindi giusto segnalare l’iniziativa “Use a Better Browser” che invita ad utilizzare browser alternativi ad Internet Explorer. L’idea mi sembra intelligente ed equilibrata. Non è la solita campagna contro “Microsoft la cattiva”, ma un’idea che parte dalla constatazione che l’azienda di Bill Gates abbia praticamente smesso di sviluppare Explorer. Quindi spazio alle alternative: magari si riaccende una vera competizione sui browser.


Non mi soprende, anzi credevo fossero di più gli utenti infastiditi dai siti che ti accolgono con una roboante introduzione in Flash. La ricerca è stata svolta a fine ottobre negli Stati Uniti ed è stata pubblicata ieri su Marketing Sherpa.

Dal canto mio, ne avevo parlato un paio di mesi fa, proponendo tra l’altro di utilizzare la gentilezza come parametro per l’usability dei siti. E le introduzioni Flash, se mi costringessero a definirle con un solo aggettivo, le chiamerei maleducate.

Unico divertimento appena ne becco una, è quella di trovare lo skip intro nel più breve tempo possibile. In genere non supero i 2 secondi


Grazie al suggerimento di Filippo (grazie!) ho provato per qualche giorno Avant Browser e, per ora, rappresenta il miglior complemento di Explorer che ho trovato.

A differenza di NetCaptor che usavo prima, Avant Browser accetta altre toolbar (ad esempio quella di Google) ed è più flessibile. Comoda la gestione dei Gruppi per poter aprire contemporaneamente una serie di siti e molto utile l’integrazione con RoboForm, un sistema per memorizzare in modo sicuro i codici per l’accesso ai siti mediante account e password.


Gary Stein, una analista di Jupiter che segue i motori di ricerca, prendendo spunto da un articolo di Danny Sullivan, riflette su cosa siano i search engines: aziende tecnologiche o media pubblicitari?

La conclusione, che condivido, è che sono sen’altro più advertising companies; la tecnologia è utilizzata come funzinale a business. In definitiva, Google, Overture, ecc. vendono pubblicità e vivono di questa.

La considerazione interessante di Gary è che, a differenza dei normali media pubblicitari, i motori di ricerca non sono dei veri e propri content provider, ma sono una utility. Insomma: uno strumento che veicola pubblicità piuttosto che un mezzo pubblicitario così come lo intendiamo normalmente.


“Stiamo cambiando look al catalogo poiché nel volgere di un anno opereremo esclusivamente via internet.” (Dal catalogo 2003-2004 di Nannucci)

Per gli appassonati di musica (soprattutto area rock e affini), il nome di Nannucci è stato per molti anni sinonimo di musica per corrispondenza. Il catalogo veniva usato non solo per ordinare, ma come vera e propria guida di riferimento, capace di elencare la discografia di tutti gli artisti e delle band più note ma anche quelle meno conosciute. Se avevi un disco che non vendeva Nannucci, o era fuori produzione oppure lo conoscevi solo tu. E poi era una delle prime fonti ad avere un buon catalogo di bootleg.

L’ultimo acquisto che feci da Nannucci è stato tre o quattro anni fa, quando inaugurarono il loro sito web. Ci fu qualche problema (una spedizione doppia o qualcosa del genere) risolto simpaticamente con un paio di email ed una telefonata, segno evidente che ero uno dei primi clienti online.

Adesso sembra arrivato anche per loro il momento del salto definitivo sulla Rete. Buona fortuna!


Il meeting

  Arrivo in ufficio. Guardo con sufficienza Laura, la mia segretaria intenta a leggere con evidente avidità alcune riviste del settore. Ha anche un libro sulla sua scrivania: «Come cambia la pubblicità». Bah, ancora crede di imparare questo mestiere sui libri. Mentre gli passo davanti mi ferma e mi dice che c’è una persona nel mio ufficio.
  «Chi è?», gli chiedo, mentre sposto la rassegna stampa dalla mia cassetta della posta al cestino più vicino.
  «È il tuo budget!», risponde lei strizzando l’occhio. Capisco al volo: è proprio lui, Pierluigi della Deluxe & Co.
  «Pensa», dico con un atteggiamento tra la soddisfazione e la preoccupazione, «l’ho sognato stanotte».
  «Caro Pierluigi, come va?», esordisco con fare sicuro.
  «Ciao Alberto», risponde lui con accogliente sorriso.
  Vedo che ha già usufruito del caffè e che ha approfittato per leggere due o tre quotidiani che ha trovato sulla mia scrivania. Stava aspettando da almeno mezzora.
  Faccio il premuroso: «Mi spiace se ti ho fatto aspettare, ma l’incontro non era così presto, vero?».
  «No, no, non ti preoccupare. Ho voluto anticipare io perché volevo parlarti di un’idea che mi sembra davvero interessante».
  E mentre tira fuori alcune pagine evidentemente stampate da internet, sento arrivare una strana sensazione. Saranno le solite suggestioni che ti prendono quando si ha davanti un cliente importante.
  Ricordo quando sei anni fa ci aggiudicammo il loro budget. Dio che fatica! Mai lavorato tanto come in quel periodo. Feci impazzire i miei colleghi delle ricerche nel farmi prepararmi uno studio del loro mercato degno della migliore società di consulenza. Ma quello che ci fece acquisire davvero il cliente fu il lavoro creativo: mettemmo in piedi diversi focus group per scegliere la comunicazione ed il packaging più efficace e presentammo direttamente la soluzione che risultò migliore dai test iniziali. Fu proprio un’operazione fantastica, tanto che ogni anno vorrebbero un lavoro analogo. Io faccio finta di niente e glisso tranquillamente le loro richieste: mica si può continuare ad investire in continuazione sul cliente, no?
  «Sai che ti ho sognato stanotte?» dico cercando di smorzare il suo evidente entusiasmo nell’idea che stava per presentarmi.
  «Ah si? E cosa stavamo combinando nel tuo sogno?» risponde senza molta convinzione.
  «Eravamo proprio qui in ufficio e te mi stavi parlando di… Senti, lasciamo stare. Raccontami questa tua idea».
  Così lui si sistema meglio sulla sedia e, come ormai avevo capito, inizia a parlare di internet.
  «Come sai, non abbiamo praticamente mai fatto pubblicità su internet. Si, qualche volta le concessionarie dei quotidiani ci regalano un po’ di banner, ma non ho mai capito bene se funzionano davvero oppure no. A proposito: la tua agenzia si occupa anche di pianificazioni su internet? Non l’avete mai incluso nei nostri media-plan: magari potremmo fare un test…»
  «Dai, parlami di quelle cose stampate che mi hai portato» lo interrompo; tanto so che non vede l’ora di mostrarmi i suoi foglietti.
  «Ok, guarda qua» e distribuisce ordinatamente quattro fogli A4 sulla mia scrivania, uno accanto all’altro; poi mi fissa serio.
  «Sai, sempre più spesso in ufficio mi collego a internet per fare delle ricerche: è incredibile cosa puoi trovare!».
  Ora che me lo dice, capisco che i fogli sulla scrivania sono le stampe dei risultati di una ricerca on-line. Immagino che voglia presentarmi qualche sito web che ha scoperto, o qualche idea creativa che ha scovato nel caos della Rete. Ed invece si mette a fissare ancora più intensamente i suoi foglietti.
  «Guardali bene: non ci vedi nulla di strano?»
  Riesco ad intuire che si tratta dei risultati elaborati da un motore di ricerca sul web in base a quattro richieste differenti, tutte legate più o meno all’attività della Deluxe & Co.: “creme idratanti”, “crema per le mani”, “creme ph neutro”, “creme per il corpo”. Alcune cose sono strane: in testa alla lista sono riportati dei nomi che non mi dicono nulla e cerco di verificare anche gli altri fogli per vedere se incrocio qualche nome conosciuto.
  Lui insiste:
  «Allora? Trovato nulla di particolare?»
  «Dunque, vediamo, forse quest’azienda l’ho già sentita…»
  «No, no», mi interrompe, «non hai capito. Li vedi questi rettangoli? Non ti suggeriscono nulla?»

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Una ricerca realizzata da Kelsey Group e pubblicata da eMarkteter, analizza come investono in pubblicità le aziende americane piccole e medie (SME). Naturalmente si tratta di un mercato molto diverso dal nostro e che vede bel il 46% degli investimenti destinati alle Yellow Pages, seguite dai quotidiani (13%, per lo più attraverso i classified).

Trovo però interessanti le quote destinate ad internet:

  • 11% – Web site

  • 3% – Search engine keywords
  • 1% – Web banner ads
  • 1% – E-mail marketing

Credo si tratti di una distribuzione piuttosto equilibrata, sia come peso delle singole voci rispetto al budget complessivo destinato alla comunicazione pubblicitaria, ma soprattutto come frazionamento dell’investimento legato ad internet.

Sono anni che ripeto alle aziende che se spendono “100” per il sito web, devono destinare almeno “50” alla pubblicità online. E gli dico anche che lo strumento pubblicitario maggiormente produttivo sulla Rete sono i motori di ricerca. Sembra proprio che negli Stati Uniti l’abbiano già capito


I dati appena rilasciati da IAB negli Stati Uniti relativi al secondo trimestre 2003 non lasciano dubbi: il “Keyword search” è il formato pubblicitario su internet più utilizzato e raccoglie il 31% del totale investito online. Al secondo posto troviamo il “Display advertising”, ossia il gruppo dei banner, che rappresenta il 22%.

Da sottolineare come il fatturato complessivo dei primi 6 mesi del 2003 (3,29 miliardi di dollari) è superiore del 10,5% rispetto al primo semestre 2002.


deskbar2.gifE mentre tutti aspettano che Microsoft integri la funzione di ricerca nel sistema operativo, Google sforna una nuova idea, Google Deskbar, che consente di avviare il programma dalla barra di Windows e non solo dal browser.

A differenza di quanto si legge in giro, il programma necessita comunque che sul PC sia installato Internet Explorer. Però funziona in una finestra indipendente, richiamabile facilmente anche mentre si utilizzano altri programmi. Esempio: si evidenzia un testo su un qualsiasi programma, si preme Ctrl-Alt-G e Invio et voilà, Google Deskbar apre la sua finestrella con il risultato della ricerca.

L’applicazione è abbastnza personalizzabile e, per ora, funziona solo su Windows. A me è comoda perché utilizzo NetCaptor (un programma che aggiunge un po’ di funzionalità al browser) e su cui però non funziona la Google Toolbar.


Direct Marketing Linked Resources mi ha inserito nella sua directory nell’elenco Persone/Guru insieme ad un’altra decina di nomi a me sconosciuti, tranne quello di Beppe Severgnini. Chissà se figuro in qualità di persona o di guru


Con i capelli bianchi ho imparato ad attenuare l’entusiasmo, o meglio, a dormirci su un paio di nottate. Così quando scopro qualcosa di esaltante, cerco di emettere giudizi positivi solo dopo aver approfondito un’esperienza diretta.

Oggi mi va di parlare di tre applicazioni legate ad internet che non esito a definire eccellenti. Le utilizzo io e la mia azienda da un po’ per cui sono state spremute come si deve. Va premesso che un paio di queste sono in qualche modo correlate ai servizi erogati da Ad Maiora, ma ritengo giusto evidenziarne le qualità oggettive.

Urchin
È un’applicazione per l’analisi del traffico dei siti web. Legge i dati dei log files, e poi li scrive su un database. È consistente, stabile, veloce, e completa. I report sono chiari, con tutte le informazioni necessarie, senza fronzoli o amenità, ma con tutto quello che serve.

ContactLab
Splendida soluzione per l’email marketing. L’applicazione web based gestisce tutto il processo: dalla gestione delle liste dei destinatari, all’impostazione e all’inoltro delle e-mail, compreso l’eccellente controllo sui risultati.

TypePad
Il risultato generato da TypePad ce l’hai davanti adesso: si tratta del sistema che utilizzo per la gestione di questo weblog. Economica ma professionale, è un’applicazione con la quale mi sono sentito subito a casa (ne ho parlato anche qui). Mi piace sottolineare anche il loro customer support: perfetto, disponibile e pure simpatico.

C’è una cosa che accomuna Urchin, ContactLab e TypePad: l’utilizzo della tecnologia come strumento e non come fine. Lo so, sono un po’ fissato con questo argomento, ma tali applicazioni dimostrano l’assoluta attenzione all’utilizzatore piuttosto che esprimere i vezzi del programmatore. E non è cosa comune.


Ho fatto un sogno

  Mi ricordo tutto. Come quando guardo un film già visto e, anche se la definizione delle immagini è indebolita dal tempo, collego con esattezza la storia e le scene più importanti.
  Ero in ufficio mentre selezionavo i mezzi di comunicazione su cui distribuire il budget per la Deluxe & Co., una grande azienda di beni di largo consumo, nonché il mio miglior cliente.
  Io li ho sempre consigliati ad investire molto in spot televisivi. In questo modo sono sicuro di raggiungere molti utenti e qualche risultato, in un modo o nell’altro, arriva sempre. Certo, costa sempre di più. Oltre a tutto, la mia collega che si occupa delle ricerche di mercato mi spiegava che la tendenza dei telespettatori sia di crescente fastidio o indifferenza verso gli spot; ma che colpa ne ho io? Mica posso contraddire tutto quello che ho perorato fino ad oggi! E poi i ragazzi delle (due) concessionarie sono così simpatici e mi portano sempre a Cannes, eh, eh… Però, siccome sono uno di larghe vedute, nei piani media ci metto sempre i quotidiani, specie quelli che di sicuro leggono le persone del marketing del mio cliente: è sempre bello vedere la pubblicità della propria azienda, no? Inoltre, non faccio mai mancare una pianificazione sull’esterna, anche perché ci prendo delle over niente male.
  Mentre mi accingevo ad elaborare il mio bel media-plan, mi telefona Pierluigi, l’amministratore delegato della Deluxe & Co. Era agitato, anzi direi eccitato. Non ho capito esattamente di cosa stesse parlando, ma doveva avere a che fare con delle nuove tecnologie o con qualche diavoleria informatica. Secondo lui, era stato appena inventato un marchingegno con il quale è possibile intuire cosa stanno pensando i telespettatori mentre guardano la pubblicità, e ciò permetterebbe di poter mandare in onda uno spot televisivo personalizzato per ogni persona davanti alla TV, in funzione di quello che gli passa per la mente.
  «Ok, ok, probabilmente è qualcosa che in America stanno sperimentando», gli dico io.
  E lui, sempre più eccitato.
  «No, no, guarda che è già disponibile e funziona pure sulla stampa. Praticamente è possibile modificare anche gli spazi pubblicitari sulle pagine dei quotidiani a seconda degli interessi del singolo lettore!»
  «Ma dai…», tento di replicare, «probabilmente hai letto qualche newsletter di quelle che presentano scenari futuri impossibili. Comunque verificherò la cosa e poi ti farò sapere».
  Prima di liquidare Pierluigi, mi è sembrato giusto ricordargli che il regista del nuovo spot televisivo ha accettato di girare il film a Cinecittà anziché in Micronesia come inizialmente aveva richiesto e che questo ci farà risparmiare quasi un milione di euro. Wow!
  Secondo me, i clienti dovrebbero starsene al loro posto. Ma ti pare giusto che perdano tempo ad informarsi sulle novità del settore? E le agenzie che ci stanno a fare? E i centri media? E i consulenti? I clienti continuano a non rendersi conto dell’immane sforzo che fanno ogni giorno professionisti come me nel seguire l’evoluzione del mondo pubblicitario. È vero: i soldi sono i loro, però vuoi mettere l’esperienza di chi fa certe cose per mestiere? Che ci lascino lavorare, insomma!
  In quel momento, e non credo sia stato un caso, il vetro della finestra dell’ufficio ha riflettuto la mia immagine: dio come sono bello! Anzi, più che bello direi cool: esatto, sono proprio cool. Così mi sono alzato per guardarmi meglio, ma la differente posizione ha fatto perdere il riflesso e la finestra ha semplicemente mostrato lo scenario della strada sottostante l’ufficio. Rumori, sirene, smog: insomma la solita scena. Adesso ci si mette pure un enorme TIR fermo proprio qui sotto con una squallida pubblicità colorata lungo tutta a fiancata. Ah, come vorrei farmi un po’ di vacanze. Di quelle sconvolgenti, fuori dal mondo, esoticissime! Cose come la Micronesia (alla faccia del regista) oppure come le Hawaii.
  Proprio mentre pensavo alla mia isoletta e alla sabbia bianca, il TIR in strada emette una musichetta intrigante che canticchia il mio nome.
  “Alberto la-la-la, Alberto la-la-la, …”
  Ed il mega-poster lungo la fiancata cambia di colpo: al suo posto compare un cartellone proprio sulle Hawaii. Oddio! Che diavolo è successo? Mi torna in mente il mio cliente e la sua agitazione. Ora sono io quello agitato. Ma come è possibile? Dai, sarà stato un caso, una coincidenza…
  Squilla di nuovo il telefono: è sempre Pierluigi: il cliente-che-si-informa. È sempre eccitato e dice di aver dimenticato di dirmi che quella roba della pubblicità personalizzata funziona anche sull’esterna, come ad esempio sui pannelli dei TIR…
  Parte un clacson assordante, sempre più forte, mi sta scoppiando la testa…

  Mi sveglio. Ho una strana sensazione e un po’ di sudore freddo sulla fronte. Ma guarda che sogni vado a fare. Mi sa che sono davvero stressato. Si, è vero, ogni tanto soffro nell’inseguire questo mondo della comunicazione che si evolve troppo velocemente. Qualche volta vedo che nella corsa al cambiamento, gli eventi mi sorpassano ed io dietro arranco con fatica. Però adesso mi metto pure a sognarlo questo disagio. È troppo! Oggi andrò in ufficio a piedi: un po’ di movimento e di aria fresca non possono che farmi bene.

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Oggi sono andato dal mio solito spacciatore musicale (nulla di acido, solo uno che mi trova le registrazioni dei concerti di Springsteen), ma non gli sono arrivate le cose che cercavo. Allora, in preda ad un’astinenza musicale, sono entrato in un normale negozio di dischi.

Avevo già un paio di idee, cose che avrei comprato comunque. Poi ho intravisto i nuovi CD di gruppi che conosco e, per un attimo, ho pensato di acquistarli. Solo che, a differenza di quanto avrei fatto fino a uno o due anni fa, ho pensato: “prima sento il cd su internet e guardo i giudizi della gente e poi eventualmente lo compro, magari on-line”.

Lo so, la Rete è entrata nella pelle delle persone (compreso il sottoscritto, of course), per cui non dovrei sorprendermi. Però è incredibile quanto internet ci stia viziando nel compiere decisioni di acquisto su determinati prodotti molto più consapevoli rispetto al passato.

Per la cronaca, ho comprato The Wind del compianto Warren Zevon e un live di Richie Lee Jones. E per gli appassionati di quest’ultima segnalo il bel sito Great Big island.


Ebbene si, è successo: anche questo weblog è aggregato al progetto Blog Aggregator di Giuseppe Granieri già molto noto nella comunità dei blogger. In pratica si tratta di una pubblicazione multi-editore alla quale contribuiscono alcuni weblog italiani. Da tenere fisso nei bookmark, oppure da catturare tramite Rss.


Ci sono stati diversi tentativi in passato di arginare i motori di ricerca nel loro continuo censimento arbitrario delle pagine web ma, di fatto, si registrano solo sporadici casi in cui è stata limitata questa loro attività.

Il problema è duplice: da un lato i motori di rierca catturano ogni informazione on-line che riescono ad individuare senza richiedere autorizzazione alcuna (e facendone peraltro ragione del loro business); nel contempo, catalogando file di ogni tipo, espongono gli utenti al rischio di virus o di altri documenti potenzialmente pericolosi.

Sul primo aspetto, i search engines applicano una specie di “silenzio – assenso”: se i gestori dei siti web non fanno nulla, le pagine web dei loro siti diventano censibili, altrimenti devono impostare un apposito file (robots.txt) che ne inibisce o ne limita la cattura. Il problema è che l’azione di scandaglio dei motori di ricerca è alquanto invasiva e tende ad acquisire qualsiasi documento presente on-line (file Wod, Excel, PDF, audio video, ecc.), situazione non necessariamente voluta dai rispettivi proprietari dei file.

L’aspetto sicurezza è ancora più rilevante. Abacus SEO, un weblog che tratta di search engines, ha giustamente evidenziato come l’archivio di Google contenga anche molti documenti (in particolare di tipo VBS e REG) che potenzialmente possono contenere applicazioni dannose, senza che l’ultente sia salvagardato in alcun modo. Ancora più evidente la presenza di documenti Word, i quali spesso sono proprio utilizzati per diffondere virus.

Secondo me gli hacker non ci hanno ancora pensato… ma non tarderanno a farlo, magari inondando Google & Co. di documenti “radioattivi”. Quindi: occhio alle ricerche!


Palm-Handpring Treo 270Ho utilizzato un Treo 270 per diversi mesi. In sintesi: un buon palmare con la tastiera che fa anche telefonate. Però risultava evidente che le due funzioni, palmare e telefono, si erano conosciute da poco. Sicuramente l’una aveva sentito parlare dell’altra, ma quando qualcuno decise di farle sposare, non è che fossero proprio convinte della cosa… Così il loro matrimonio si trascinava avanti, rispettando sicuramente i doveri coniugali, ma senza la complicità e la passione delle migliori storie d’amore.

Palm-Handspring Treo 600Da un paio di giorni ho acquistato il Treo 600, e qui il sentimento tra palmare e telefono si fa intenso e profondo. Si vede che sono fatti l’uno per l’altro. Adesso poi la famiglia è più ricca: c’è la telecamera, l’espansione di memoria, le suonerie polifoniche ed il sistema operativo Palm versione 5.

In questo quadretto familiare, il vero elemento che caratterizza la famiglia di prodotti Treo è la presenza della tastiera. E per uno come me, che ha iniziato ad utilizzare aggeggi informatici quando per vedere il contenuto di un computer bisognava digitare DIR, la tastiera è un componente indispensabile.

E di arnesi digitali con i tasti, che fanno pure le telefonate, che gestiscono bene agenda e rubrica, e che stanno nel taschino, non ne conosco altri. Le altre cosuccie (telecamera, mp3, ecc.) sono la ciliegina sulla torta di questo affascinante Treo 600.

UPDATE (10 nov 2003):
Nel weekend ho giocato un po’ con il programma pTunes (la versione light è gratuita per chi acquista il Treo 600) attraverso la quale si possono ascoltare i file MP3 memorizzati sulla scheda di memoria (ho preso una SD da 128 Mb). Ho utilizzato lo spinotto che permette di collegare una cuffia nella presa dell’auricolare ed il risultato è un ottimo audio stereo. Non so quando utilizzzerò il Treo 600 per ascolatare musica, però adesso ho il mio kit di sopravvivenza musicale sempre con me.

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